domenica 7 maggio 2017

MACRON, IL FUTURO DELL'EURO, L'ITALIA E RENZI

Un breve commento sulle presidenziali in Francia, sul futuro dell'euro nel breve/medio periodo, e sull'Italia. Magari nei prossimi giorni, tempo permettendo, scriverò qualcosa di più articolato sui possibili scenari.

Alla luce del risultato delle presidenziali in Francia, tenuto conto che in Spagna la leadership filoeuropeista è saldamente al comando, che in Germania la partita è tra Schultz e la Merkel e che in Italia le connotazioni politiche anti euro (quali????) non sembrano aggregare ampi consensi, non vedo quale evento politico, nel breve/medio periodo, possa turbare la sopravvivenza dell'euro. 

L'italia, con la classe politica che si ritrova, nella migliore delle ipotesi potrebbe trovarsi fuori dall'euro solo per via incidentale, senza capire nemmeno perché. Con tutte le conseguenze del caso.


Tenete presente che in Italia c’è una grande ricchezza privata e ancora ampi spazi per poterla tassare (es: successioni e donazioni come ho detto QUI). E poi, da parte dei creditori, incassare in euro è più conveniente che incassare in lire. E quindi perché la politica italiana dovrebbe far torto ai creditori internazionali facendoci uscire dall’euro? 😉
Cosa ci insegna il risultato in Francia?
Insegna una cosa molto semplice, anzi due, di cui una è conseguenza dell'altra:
La prima è che dall'euro non si esce per via politica (e comunque se avesse vinto la Le Pen, la strada per l'uscita sarebbe stata comunque lunga e accidentata);
La seconda è che se anche dovesse prevalere la via politica, il risultato sarebbe lo stesso, se non si unissero tutte le forze anti euro (destra, sinistra, verdi, gialli, rossi, neri e cavoli a merenda).
Lo vedete possibile nel contesto italiano?
Per quanto mi riguarda, almeno allo stato attuale, direi NO.

Veniamo all'Italia e a Renzi
Anche alla luce del downgrade subito qualche settimana fa dall'Italia da parte di Fitch, la prossima legge di bilancio per il 2018 (verrà varata a fine 2017) sarà necessariamente più incisiva sul fronte della stabilizzazione dei conti pubblici, sui quali pesano anche le clausole di salvaguardia che valgono 20 miliardi di euro.

A complicare il quadro, già di per sé complesso, si aggiunge anche la prospettiva dell'aumento del costo del debito quale conseguenza della fine dell'acquisto dei titoli di stato dal parte della BCE (nel 2018) e la debole crescita dell'Italia, nonostante fattori esterni estremamente favorevoli (almeno fino a questo momento).
Motivo per cui, salvo la clemenza della Ue, la legge di bilancio 2018 rischia di essere un vero salasso.
All'inizio del prossimo anno giungerà a termine la legislatura e quindi si dovrebbe votare a marzo.
Il Pd non può permettersi di presentarsi davanti agli elettori a solo 3 mesi di distanza dall'approvazione di un'altra manovra di bilancio che rischia di essere un vero e proprio salasso (c'è il rischio che venga aumentata l'Iva e non solo). Anche perché ciò amplificherebbe la possibilità di affidare al Movimento 5 Stelle il governo del paese.
Il ragionamento appena fatto spiegherebbe (almeno in parte) l'intenzione di Renzi di voler tornare alle urne in autunno (quindi prima della manovra di bilancio 2018), e la rapidità con la quale il Pd si è diretto verso le primarie e  poi verso l'assemblea nazionale che, proprio oggi, lo ha nominato  segretario del partito, confermerebbe lo scenario appena delineato.
Se tutto il ragionamento dovesse risultare corretto (non lo so, lo vedremo) il nuovo governo (verosimilmente Pd con qualche alleanza), che a quel punto avrebbe davanti a sé 5 anni di legislatura, dovrebbe varare la manovra robusta di cui ho detto sopra.
Per dirla in altri termini: prima si va al voto e dopo si tassa.

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