martedì 29 marzo 2016

FUGA DI CAPITALI DALL'ITALIA? I DATI SMENTISCONO QUESTA IPOTESI

Negli ultimi mesi, all'apice del crollo dei titoli bancari e sulla scia dei timori innescati dalla risoluzione delle 4 banche dello scorso novembre e dall'entrata in vigore delle nuove norme sul bail-in, si erano intensificate anche le preoccupazioni derivanti da una possibile fuga di capitali dall'Italia, magari a favore di paesi ritenuti più solidi.
Andando sul sito della Bce (esattamente QUI) si possono osservare i dati sui depositi in Italia. Sono dati che smentiscono questi timori, in quanto i depositi, almeno fino a fine febbraio, si sono mantenuti stabilmente sopra i 1600 miliardi di euro.

giovedì 24 marzo 2016

QUELLI CHE IL DEBITO PUBBLICO SCENDERA' IL PROSSIMO ANNO (QUALE?)

Non voglio perdere nemmeno troppo tempo, a smentire cose inutili.

Renzi, come prima di lui tutti i sui predecessori, si affanna a dire che il debito pubblico scenderà il prossimo anno. Si, ma quale anno?

Vi ripropongo un grafico, per ricordarvi come sono andate le cose fino a questo momento, rispetto alle previsioni dei vai governi.

La linea blu rappresenta la dinamica reale del debito pubblico, mentre le linee discendenti sono le previsioni riportate nei vari Def (Documento di economia e finanza). Completamente fuori dalla realtà.

Certo....ora c'è la Bce che compra debito e quindi il problema non si pone.... Ma sempre la stessa  BCE.... scopre l'ovvio:

Bce, pericolo deflazione. Italia troppo fragile:

mercoledì 23 marzo 2016

L'INSOSTENIBILE PESANTEZZA DEL FISCO

Un mio caro amico, Maurizio, mi ha chiesto di incrociare qualche dato al fine di conoscere la dinamica delle entrate tributarie e contributive rispetto al Prodotto Interno Lordo. Ne è uscito il grafico che segue, che è utile a sfatare quella propaganda di governo secondo la quale "le tasse sono diminuite". Cosa evidentemente falsa, in quanto non solo sono aumentate in termini assoluti, ma anche in rapporto al PIL.


Il grafico mostra l'andamento del Pil a prezzi di mercato (linea blu, scala sinistra) e della sommatoria delle entrate tributarie e contributive (linea rossa, scala destra). Come potete vedere, eccettuato l'anno 2001, fino al 2012, la linea rossa non ha mai incrociato la linea blu, ad indicare una minore incidenza del prelievo fiscale rispetto al Pil. Poi, è arrivato Monti e le cose sono cambiate. Complice la caduta del PIL, dal 2011, il prelievo si è fatto  più significativo, fino a determinare una sovrapposizione delle due curve, proprio ad indicare una maggiore incidenza del prelievo fiscale rispetto al PIl.
Infatti, calcolando il rapporto percentuale tra il prelievo fiscale e il PIl. esce fuori il seguente disegnino che ne evidenzia la dinamica.
L'apparente miglioramento nell'anno 2015 (0,1% sul Pil)  riflette la crescita del Pil nominale realizzata nell'ultimo anno, e poiché non tutte le tasse sono direttamente correlate all'andamento del Pil, ecco giustificato l'apparente miglioramento. Si pensi ad esempio all'Imu. Poiché colpisce gli immobili, questa imposta determina un gettito a prescindere dalla dinamica del Pil. Tradotto significa che il titolare di un immobile colpito da questa tassa, dovrà corrispondere l'Imu a prescindere dal fatto che il Pil aumenti  o diminuisca.

Leggi: 
Volete aprire un'impresa in Italia? Siete fottuti in partenza
La folgorante ripresa dell'Italia: il Pil
La folgorante ripresa dell'Italia: il debito


lunedì 21 marzo 2016

GLOBAL MACRO SETTIMANALE (21/03/2016)

Cari lettori, con questa pubblicazione nasce una nuova rubrica settimanale che ha lo scopo di raccogliere i principali dati macro dell'ultima settimana, in modo da offrire al lettore una panoramica più ampia possibile sulle principali news che condizionano la dinamica dei mercati e le possibili tendenze. La rubrica verrà aggiornata settimanalmente e, oltre a concentrarsi sugli aspetti macro, all'occorrenza,  proporrà dei singoli focus sulle questioni ritenute più importanti.

Buona lettura.

Nell'ultima settimana i mercati, dopo i rialzi realizzati a seguito della decisione della Bce (leggi QUI), hanno atteso le decisioni di altre banche centrali: la Boj e la Fed.
La prima ha lasciato i tassi invariati, determinando l'apprezzamento dello yen e lo storno dei principali indici azionari:
Nessuna mossa dalla Bank of Japan (BoJ). Come da attese, la banca centrale giapponese ha confermato la sua politica monetaria, lasciando invariati i tassi sui depositi a -0,1% e il piano di quantitative e qualitative easing (QQE) da 80 mila miliardi di yen. A gennaio la BoJ aveva portato i tassi in negativo per la prima volta nella sua storia. 

La Federal Reserve, nella riunione di mercoledì, ha deciso anche essa di lasciare i tassi invariati:

IL 65% DEI TITOLI DI STATO NEL MONDO OFFRONO RENDIMENTI SOTTO L'1%

La scorsa settimana ho pubblicato una tabella nella quale, per ogni singolo paese considerato, viene riportato il rendimento dei  titolo di stato alle rispettive scadenza.
Lo spaccato è questo:

Un grafico di JP Morgan illustra che i titoli di stato che hanno rendimento negativo sono circa il 28% del totale; mentre quelli che hanno un rendimento inferiore all'1% sono circa il 65%

La maggior parte dei titoli che hanno rendimento negativo o che sono sotto all'1% sono riconducibili a stati dell'Eurozona.

venerdì 18 marzo 2016

SE AVETE INVESTITO IN POLIZZE DOVETE LEGGERE QUESTO ARTICOLO

Un interessante articolo di Massimo Milani, pubblicato su CityWire, espone in maniera chiara ed equilibrata gli scenari, affatto tranquillizzanti, che hanno davanti i risparmiatori che hanno investito nelle polizze di Ramo I, le cosiddette gestioni separate. Ve lo propongo, in quanto utile a far luce sull'argomento di alcune polizze a premio unico e a sfatarne il mito della sicurezza. Poiché ritengo utile arricchire i contributi proposti nell'articolo con ulteriori aspetti più volte trattati su questo blog, nel corso dell'articolo trovate alcuni miei interventi, che sono scritti in corsivo ed evidenziati in giallo.
Buona lettura
Dopo avere messo a segno una crescita record nel biennio 2013-14, anche nel 2015, la raccolta delle polizze di Ramo I, le cosiddette gestioni separate, rappresenta la maggiore fetta della produzione del comparto assicurativo.
Secondo le statistiche dell’Ania, le polizze vita Ramo I a novembre hanno registrato premi per oltre 59 miliardi di euro, rappresentando oltre il 66% dell’intera produzione 2015.


Figura n. 1 - Nuova produzione individuale vita per ramo/prodotto. Produzione assicurativa vita per ramo/prodotto. Si evidenzia che il 66% della produzione è relativa alle gestioni separate. Fonte: ANIA – Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici

Come funzionano le gestioni separate

I premi versati dagli assicurati, al netto dei caricamenti che vanno a remunerare il canale distributivo(spesso le commissioni sono assai onerose per il risparmiatore), confluiscono in un’apposita gestione separata di attivi, ovvero in una gestione finanziaria appositamente creata dalla compagnia assicurativa per quella famiglia di polizze. Le gestioni separate investono prevalentemente in titoli di Stato e altre obbligazioni.
I titoli in portafoglio rimangono valorizzati al prezzo con il quale sono stati inizialmente acquistati (contabilizzazione a “costo storico”) sino al momento della vendita o rimborso. Per questo, il valore della gestione separata cambia grazie ai rendimenti generati dai titoli in portafoglio e dalla differenza tra prezzo di acquisto e di realizzo che genera un guadagno/perdita.
Le gestioni separate non hanno quindi un valore di quota pubblicato giornalmente o settimanalmente.
Le compagnie assicurative prevedono, per questo tipo di polizze, che le prestazioni si rivalutino ogni anno in funzione del rendimento ottenuto dalla gestione separata. Il rendimento finanziario conseguito da tale attività di gestione viene ridistribuito secondo un’aliquota di retrocessione che generalmente non è inferiore all’80% del rendimento ottenuto dalla gestione separata o al netto di una commissione di gestione che solitamente non supera l’1,8%. Le rivalutazioni annuali rimangono solitamente acquisite di anno in anno.

Punti di forza

I motivi per i quali questo tipo di investimento sta ricevendo tanto credito si riassumono con diverse motivazioni non finanziarie:
  • tali contratti godono dell’esenzione dell’imposta di bollo dello 0,20%;
  • investono principalmente in titoli di Stato che godono dell’aliquota ridotta al 12,5% invece del 26% (se non verrà modificato il regime di tassazione);
  • le polizze sono esenti dall’imposta di successione e non fanno parte dell’asse ereditario; (Già in diversi articoli precedenti ho parlato del rischio che il privilegio riconosciuto alle assicurazioni (ossia il fatto che sfuggono dall'imposta di successione), potrebbe non resistere in caso di riforma della materia successoria e di insaspimento delle imposte di successione. Questa eventualità è stata recentemente confermata da alcune indiscrezioni  Leggi: Imposte di successione: potrebbero rientrare anche le assicurazioni?)
  • sono impignorabili ed insequestrabili. (Occorre fare una precisazione: spesso queste polizze vengono vendute proprio facendo leva sul fatto che sono impignorabili e insequestrabili. A parte il fatto che questo dipende anche da altri aspetti, mi limito a farvi osservare che è poco sensato investire (magari una parte più o meno marginale) del proprio patrimonio in queste polizze, e non preoccuparsi di proteggere la parte rimanete, che potrebbe essere riferita ad immobili o altri beni mobili, magari di entità assai significativa. Ammesso che le caratteristiche dell'impignorabilità e dell'insequestrabilità reggano, il creditore potrebbe comunque aggredire l'altra parte del patrimonio, quella più cospicua, fregandosene della polizza. Quindi, sotto questo punto di vista, la protezione patrimoniale passa per un discorso ben più ampio e articolato, che deve necessariamente considerare tutto il patrimonio).  
Dal punto di vista finanziario, invece, il successo delle gestioni dipende dall’obbligo normativo di contabilizzare i titoli in portafoglio al costo storico e non al mark to market, come invece avviene per i fondi comuni. Quindi, nonostante la forte volatilità dei rendimenti dei titoli di Stato degli ultimi anni, con i picchi del 2011 e del 2012 in piena crisi dei debiti sovrani ed il crollo dei giorni attuali con rendimenti negativi, le gestioni separate hanno mostrato risultati medi, in netta diminuzione, ma comunque piuttosto stabili.


Figura n. 2 - Confronto tra i rendimenti di gestioni separate, titoli di Stato, inflazione e rivalutazione TFR. Le gestioni separate hanno mostrato risultati medi, in netta diminuzione, ma comunque piuttosto stabili. Le gestioni separate possono contabilizzare i titoli in portafoglio al costo storico e non al mark to market, quindi il risultato della gestione dipende in via esclusiva dalla componente cedolare, e dalle plusvalenze realizzate dalle vendite. I rendimenti sono al lordo, oltre che degli oneri fiscali, anche degli oneri spettanti alla società che gestisce il portafoglio. Fonte:IVASS, ISTAT, Banca d’Italia e stime ANIA

Punti deboli

Data la loro inefficienza finanziaria, relativamente ai costi è bene conoscere:
  • le commissioni di sottoscrizione e le penali di estinzione anticipata che possono azzerare il rendimento dei primi anni di sottoscrizione;
  • le commissioni di gestione e la percentuale di retrocessione del rendimento della gestione separata a cui è collegato il prodotto. (ovviamente il problema dei costi è ulteriormente aggravato dai rendimenti a zero o negativi. Leggi QUI)
Dal punto di vista finanziario le gestioni separate presentano alcune difficoltà crescenti a causa della forte concentrazione sui titoli di Stato sui quali investono in via prevalente (più avanti vedremo perché).
Come conseguenza della forte crescita delle riserve tecniche delle compagnie, le gestioni separate hanno immesso nei loro patrimoni titoli con tassi mediamente più bassi di quelli detenuti dalla gestione separata stessa.  


Figura n. 3 - Prospetto della composizione delle gestioni separate in euro. Come conseguenza della forte crescita delle riserve tecniche delle compagnie, avvenuta in un contesto di  tassi di interesse offerti particolarmente bassi quando non negativi, le gestioni separate hanno immesso nei loro patrimoni titoli con tassi mediamente più bassi di quelli detenuti dalla gestione separata stessa. Fonte: Intesa Sanpaolo Vita e Generali
Questo costituisce un problema per una molteplicità di fattori: (Leggete con molta attenzione quanto segue)
  • i vecchi investitori si trovano con un rendimento della gestione separata “diluito” dal versamento dei premi dei nuovi sottoscrittori (le compagnie, in altre parole, proprio per gli afflussi crescenti verso questi strumenti, si trovano a dover acquistare titoli a bassi tassi di interesse, e quindi diluiscono il portafoglio con rendimenti inferiori);
  • per sostenere e stabilizzare i rendimenti e, in alcuni casi, per mantenere dei minimi particolarmente elevati (2% o 2,5%) si è notato che ultimamente le compagnie hanno venduto titoli per realizzare plusvalenze (E' ovvio: le plusvalenze derivano da titoli con rendimento più elevato. Vendendoli si amplifica ulteriormente e peggiora l'effetto derivante dalla diluizione dei rendimenti)
  • i contratti contemplano la possibilità di rivedere l’entità delle garanzie;
  • le gestioni separate di piccole dimensioni, per costi e poca dinamicità, risulteranno a breve non efficienti;
  • Solvency 2,  la Basilea del settore assicurativo, è operativa dal gennaio 2016. Le garanzie offerte dalle polizze rivalutabili produrranno un innalzamento dei requisiti complessivi di capitale (riserve tecniche e SCR o capitale supplementare) dovuto essenzialmente a due fattori:
a) le riserve tecniche crescono in quanto il valore delle garanzie, essendo parte dei pagamenti  discrezionali all’assicurato, viene esplicitamente considerato al loro interno;
b) il capitale addizionale richiesto dalla direttiva per poter coprire eventuali perdite inattese (SCR) si incrementa per effetto dei rischi d’investimento, di mercato e d’interesse che si configurano a causa delle garanzie di rendimento.
Ci saranno quindi compagnie che avranno necessità di ricapitalizzarsi per raggiungere gli standard minimi ed altre che dovranno avere ancora più capitalizzazione di quello richiesto per esigenze di rating. Questo si potrebbe tradurre in modifiche dell’asset allocation in un periodo non favorevole di mercato.
Inoltre, il crollo dei rendimenti obbligazionari, se dovesse continuare per un periodo prolungato, potrebbe mandare in tilt il sistema assicurativo dal punto di vista della solvibilità delle imprese, tanto che, come rileva in un recente studio la Bundesbank, fino a 32 assicurazioni tedesche si troverebbero ad affrontare rischi di insolvenza. 
In un eventuale scenario di tassi crescenti i “cacciatori di rendimento” uscirebbero dalle gestioni separate causando la vendita di titoli per fronteggiare i riscatti, con potenziali minusvalenze sugli ultimi titoli immessi nel portafoglio che cadranno in capo ai restanti investitori.(Peraltro, nel corso dell'ultimo anno, il Fondo Monetario Internazionale è più volte intervenuto mettendo in guardia circa i rischi che incombono sui gruppi assicurativi europei, qualora dovesse persistere uno scenario di bassi tassi di interesse. Leggi Qui). 
Le gestioni separate, data la loro alta concentrazione in titoli governativi, si presentano sostanzialmente come un prodotto non efficiente dal punto di vista della diversificazione finanziaria. La crisi dei debiti sovrani ha dimostrato che l’eccessiva esposizione a questo tipo di debito porta con sé un rischio altissimo che non andrebbe sottovalutato.
Nel Discussion Paper  n.34/2015 di Deutsche Bundesbank viene presentata un’indagine su “l’esposizione in titoli di Stato delle compagnie di assicurazione” che prende in esame un panel di grandi imprese di assicurazioni di: Francia, Italia, Germania, Belgio, Olanda, Svizzera, Regno Unito, Giappone e Stati Uniti.
Dall’analisi emerge che il pericolo di trasmissione tra rischio del debito sovrano e rischio d’insolvenza delle compagnie di assicurazione è molto elevato a causa dell’eccessiva esposizione dei portafogli d’investimento delle assicurazioni ai titoli di Stato. In proposito viene rilevato anche una significativa concentrazione di tali investimenti e una propensione ad investire in titoli emessi dallo Stato in cui l’impresa di assicurazione ha sede.
La situazione è molto eterogenea variando a seconda dei paesi, ma è più forte nell’area euro, è più pronunciata nei paesi a rischiosità più elevata e particolarmente alto in Italia, dove la propensione ad investire in BTP e CCT è molto marcata, tanto da superare il 60% degli attivi delle gestioni separate, con punte di oltre il 70%. (Sul rischio associato alla possibile ristrutturazione del debito pubblico italiano, in questi pixel, ho speso fiumi di parole. Certo, in questo momento, sopratutto per via della politica monetaria ferocemente espansiva della BCE, il tema è poco percepito. Ma, in prossimo futuro, il rischio potrebbe tornare assai attuale, qualora l'Italia non dovesse riuscire ad agganciare qualche ferma di ripresa economica robusta e duratura. Leggi: Ecco il bail in sugli stati e Leggi: qui, qui e qui)
Altra nota dolente sulla quale la vigilanza ha aperto un faro è la scarsa trasparenza informativa relativa ai titoli detenuti in portafoglio. Nei prospetti della composizione e nel rendiconto annuale delle gestioni separate si leggono categorie di attività come, ad esempio, altri titoli di Stato emessi in euro, obbligazioni quotate in euro o obbligazioni non quotate in euro, che lasciano aperti molti interrogativi circa gli attivi presenti in portafoglio.


Figura n. 4 - Rendiconto riepilogativo e prospetto annuale della composizione della gestione separata in euro. Relativamente alla scarsa trasparenza informativa circa i titoli detenuti in portafoglio dalle gestioni separate si evidenzia che nei prospetti si leggono categorie di attività, come ad esempio titoli di stato emessi in euro, obbligazioni non quotate in euro o in valuta, ecc che lasciano aperti molti interrogativi circa gli attivi presenti in portafoglio. Fonte: Generali

Conclusioni

Nei portafogli delle famiglie la quota di polizze vita pari a circa il 13,2% del totale è ormai prossima al valore delle obbligazioni che raggiunge il 13,4%.
Il canale bancario e postale pesano per oltre il 70% sulla raccolta totale.


Figura n. 5 - Nuova produzione vita per canale distributivo. Il canale bancario e postale pesano per oltre l’70% sulla raccolta totale. Fonte: ANIA – Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici
Dopo il pressing esercitato sui clienti per il collocamento delle proprie obbligazioni bancarie, ora, agli sportelli, si è innescato un nuovo “mantra”: il collocamento delle polizze vita.
I tre requisiti che devono avere i prodotti assicurativi per funzionare nel canale bancario sono: dare una garanzia del capitale, del tasso e pagare un upfront significativo alla rete distributiva. Anche Banca d’Italia ha rilevato come il collocamento di questi prodotti allo sportello stia avvenendo per sostenere i ricavi da commissioni.
Le parole “garanzia del capitale” e “tasso minimo” hanno una forte presa; ma quali sono le condizioni che spingono il risparmiatore all’acquisto di questi prodotti assicurativi?
  • L’attuale scarsità dei rendimenti obbligazionari e la ricerca di un “tasso certo”
  • La paura ad assumersi rischi (variabilità dei rendimenti) investendo in azioni e obbligazioni e quindi la ricerca della “garanzia”
  • L’indipendenza dalla volatilità dei mercati in quanto le quotazioni non sono legate al mark to market;“ occhio non vede, cuore non duole”: possibilità di disinteressarsi dell’investimento fino a scadenza o fino al disinvestimento. Studi di finanza comportamentale provano che, per una serie di distorsioni cognitive, spesso gli investimenti vengono scelti per la loro minore trasparenza: l’essere esposti a maggiori informazioni aumenta il fastidio derivante dal doversi confrontare col sovraccarico informativo.
  • L’apparente garanzia dal rischio di insolvenza della controparte. Risulta tuttavia difficile immaginare che, nel caso l’Italia venisse coinvolta in un default o in una ristrutturazione del debito (CACs), le compagnie possano onorare i propri impegni restando solvibili, visto che oltre il 60% dei propri attivi lo impiegano in BTP e CCT. (Quello che state leggendo è stato uno dei primi blog a parlarvi dei CACs e delle possibili conseguenze per il risparmiatori. Leggi: L'Italia può fallire: ora anche per legge)
Il boom delle polizze rivalutabili rischia, potenzialmente, di creare nuove delusioni se non si abbandonano le logiche legate alla “vendita del rendimento” o “della garanzia” da parte dei collocatori.
Questo tipo di investimento non andrebbe valutato in senso assoluto come il migliore disponibile sul mercato, ma dovrebbe essere inserito in portafoglio in funzione di varie caratteristiche: il reddito, il patrimonio, le necessità previste in futuro, la composizione dell’attuale portafoglio, gli obiettivi d’investimento del cliente e la cosiddetta “zona di comfort” relativa alla variabilità dei rendimenti, dalla quale il consulente non può prescindere nella costruzione del portafoglio stesso.
Anche il cliente più prudente è bene prenda consapevolezza che è indispensabile accettare qualche rischio di perdita nominale nel breve periodo per ottenere dei rendimenti; l’importante è misurarlo correttamente e verificarne la coerenza con la propria “comfort zone”.
Milton Friedman, noto economista e premio Nobel per l’economia, non scherzava affatto nell’affermare che “nessun pasto è gratis”; non esiste alcuna eccezione alla regola di Friedman, purtroppo.

IL RUBLO VOLA SU DOLLARO DEBOLE E PREZZO DEL PETROLIO IN RIALZO

La valuta russa ha guadagnato oltre il quattro per cento contro il dollaro da quando la Federal Reserve, mercoledì scorso,  ha deciso di mantenere i tassi di interesse invariati.
Il rublo è scambiato a 68,51 contro il dollaro, rispetto a 71 di mercoledì scorso. Questo è il più forte apprezzamento  del rublo da dicembre, dopo aver toccato il minimo storico nei confronti del dollaro a 85,6 nel mese di gennaio.

Gli analisti collegano il rally rublo al sentimento positivo dopo la riunione della Federal Reserve (la debolezza del dollaro attenua le preoccupazioni sul debito in dollari dei paesi emergenti e favorisce l'apprezzamento delle materie prime), dove si è deciso di mantenere i tassi chiave a 0.25 al 0,5 per cento. Come detto qui, la Fed, per il 2016,  prevede anche un minor numero di rialzi dei tassi e quindi una politica monetaria meno restrittiva.
Leggi: Petrolio a 50 dollari?

giovedì 17 marzo 2016

I RENDIMENTI DEI TITOLI GOVERNATIVI NEI VARI PAESI

Quella che vedete in seguito è una griglia nella quale, per ogni paese considerato, viene riportato il rendimento del titolo di stato associato alla singola scadenza.

Come vedete, gran parte dei titoli offrono rendimenti negativi (parte gialla). Secondo J.P. Morgan, nel mondo, ci sono in circolazione circa 6000 miliardi di dollari di titoli che offrono rendimento negativo. In buona sostanza, come già detto QUI, l'obbligazionario governativo area euro è stato completamento distrutto in termini di rendimento e profittabilità. La stessa sorte sta toccando all'obbligazionario corporate. E prima che si possa ricostituire del rendimento apprezzabile in questa asset (predominante nei portafogli degli italiani), passeranno anni, e soprattutto molte perdite. Per il semplice motivo che se non dovesse ripartire l'inflazione, potremmo trovarci dinanzi a possibili ristrutturazioni dei debiti sovrani; mentre se l'inflazione dovesse ripartire, le perdite saranno subite dai portafogli obbligazionari. 


Ps: temo che i risparmiatori italiani non abbiano ben compreso di cosa si sta parlando

CHE FARE?

Secondo la mia opinione, in giro per il mondo, ci sono 3/4 asset class da cavalcare per estrarre rendimento.
È ovvio che ci sono dei rischi (dove non sono?). Ma i rischi sono (e possono essere) attenutati da:
  • valutazioni attraenti, soprattutto nell'ottica di medio e lungo periodo; 
  • stabilizzazione del prezzo delle materie prime e del petrolio (condizione che si sta realizzando, con il petrolio che da 29 Usd è passato a 40 Usd);
  • Mancato rafforzamento del dollaro o debolezza del biglietto verde. In tal senso la politica monetaria della Fed, almeno per il momento, alla luce della riunione di ieri del Fomc, appare maggiormente orientata ad essere ulteriormente paziente nella normalizzazione dei tassi, che dovrebbe essere graduale e dilatata nel tempo (cosa da sempre sostenuta in questo blog, in quanto le banche centrali, quando tornerà l'inflazione, saranno più tolleranti -rispetto al passato- per lasciare che l'inflazione agisca sull'enorme debito, diluendolo. Leggi QUI)
  • Gestione di portafoglio di elevata qualità, con eventuali strategie di hedging (ove necessario) orientate alla riduzione del profilo di rischio dell'investimento in determinate asset class.

Il rischio di non cavalcarle questi asset, già di per sè, incorpora ulteriori rischi. E non è detto che siano tanto inferiori a quelli che si correrebbero nelle asset class a cui mi riferisco.
Dovete capire che l'obbligazionario governativo area euro è stato completamento distrutto in termini di rendimento e profittabilità. La stessa sorte sta toccando all'obbligazionario corporate. E prima che si possa ricostituire del rendimento apprezzabile in questa asset (predominante nei portafogli degli italiani), passeranno anni, e soprattutto molte perdite. Per il semplice motivo che se non dovesse ripartire l'inflazione, potremmo trovarci dinanzi a possibili ristrutturazioni dei debiti sovrani; mentre se l'inflazione dovesse ripartire, le perdite saranno subite dai portafogli obbligazionari. 

Per info e consulenze scrivere a paolocardena@gmail.com, indicando nome, cognome e recapito telefonico

mercoledì 16 marzo 2016

BREAKING NEWS: LA FEDERAL RESERVE LASCIA I TASSI INVARIATI

Di seguito il comunicato rilasciato dal Fomc

Information received since the Federal Open Market Committee met in January suggests that economic activity has been expanding at a moderate pace despite the global economic and financial developments of recent months. Household spending has been increasing at a moderate rate, and the housing sector has improved further; however, business fixed investment and net exports have been soft. A range of recent indicators, including strong job gains, points to additional strengthening of the labor market. Inflation picked up in recent months; however, it continued to run below the Committee's 2 percent longer-run objective, partly reflecting declines in energy prices and in prices of non-energy imports. Market-based measures of inflation compensation remain low; survey-based measures of longer-term inflation expectations are little changed, on balance, in recent months.
Consistent with its statutory mandate, the Committee seeks to foster maximum employment and price stability. The Committee currently expects that, with gradual adjustments in the stance of monetary policy, economic activity will expand at a moderate pace and labor market indicators will continue to strengthen. However, global economic and financial developments continue to pose risks. Inflation is expected to remain low in the near term, in part because of earlier declines in energy prices, but to rise to 2 percent over the medium term as the transitory effects of declines in energy and import prices dissipate and the labor market strengthens further. The Committee continues to monitor inflation developments closely.
Against this backdrop, the Committee decided to maintain the target range for the federal funds rate at 1/4 to 1/2 percent. The stance of monetary policy remains accommodative, thereby supporting further improvement in labor market conditions and a return to 2 percent inflation.
In determining the timing and size of future adjustments to the target range for the federal funds rate, the Committee will assess realized and expected economic conditions relative to its objectives of maximum employment and 2 percent inflation. This assessment will take into account a wide range of information, including measures of labor market conditions, indicators of inflation pressures and inflation expectations, and readings on financial and international developments. In light of the current shortfall of inflation from 2 percent, the Committee will carefully monitor actual and expected progress toward its inflation goal. The Committee expects that economic conditions will evolve in a manner that will warrant only gradual increases in the federal funds rate; the federal funds rate is likely to remain, for some time, below levels that are expected to prevail in the longer run. However, the actual path of the federal funds rate will depend on the economic outlook as informed by incoming data.
The Committee is maintaining its existing policy of reinvesting principal payments from its holdings of agency debt and agency mortgage-backed securities in agency mortgage-backed securities and of rolling over maturing Treasury securities at auction, and it anticipates doing so until normalization of the level of the federal funds rate is well under way. This policy, by keeping the Committee's holdings of longer-term securities at sizable levels, should help maintain accommodative financial conditions.
Voting for the FOMC monetary policy action were: Janet L. Yellen, Chair; William C. Dudley, Vice Chairman; Lael Brainard; James Bullard; Stanley Fischer; Loretta J. Mester; Jerome H. Powell; Eric Rosengren; and Daniel K. Tarullo. Voting against the action was Esther L. George, who preferred at this meeting to raise the target range for the federal funds rate to 1/2 to 3/4 percent.

CAPITALI FUORI DALL'ITALIA PER TIMORE DEI CREDITORI? ATTENZIONE ALPAESE CHE SI SCEGLIE

Coloro che delocalizzano all'estero i propri capitali per timore di essere aggrediti  da parte di creditori, ex coniugi o dal fisco devono selezionare con cura il paese di destinazione dei propri attivi. Infatti, con l'entrata in vigore del decreto legislativo 15 febbraio 2016 n. 35 viene introdotta una disciplina che supera il tradizionale sistema di rogatorie internazionali per l'esecuzione di sequestri probatori e giudiziari, all'interno dei paesi dell'Unione Europea. Resta salva (per il momento) la necessità della rogatoria per i Paesi Extra-Ue, come ad esempio la Svizzera.

Da Italia Oggi
Blocco dei beni in tutta Europa anche per violazioni tributarie, doganali e valutarie. Addio alle rogatorie: l’esecuzione dei sequestri probatori e giudiziari non conosce frontiere all’interno dell’Unione europea. Il tutto dal 26 marzo prossimo. E’ l’effetto dell’entrata in vigore del decreto legislativo 15 febbraio 2016, n. 35 di "Attuazione della decisione quadro 2003/577/GAI del Consiglio, del 22 luglio 2003, relativa all’esecuzione nell’Unione europea dei provvedimenti di blocco dei beni o di sequestro probatorio", pubblicata in Gazzetta Ufficiale n. 59 dell’11 marzo 2016 (si veda ItaliaOggi del 12 febbraio 2016). La decisione quadro ha introdotto una disciplina che consente ad uno stato dell’Unione di riconoscere ed eseguire nel suo territorio un provvedimento di blocco dei beni o di sequestro, sia a fini probatori che per la successiva confisca, emesso da un’autorità giudiziaria di un altro stato dell’unione nell’ambito di un procedimento penale. Si è superato il tradizionale sistema delle rogatorie internazionali, sostituito con il riconoscimento reciproco dei provvedimenti, effettuato direttamente dalle autorità giudiziarie, senza la mediazione di un’autorità centrale. Quanto all’ambito di applicazione, bisogna chiarire cosa si intenda per provvedimenti di blocco o di sequestro emessi a fini probatori oppure per la successiva confisca del bene. In particolare, per provvedimento di blocco o sequestro si intende ogni provvedimento adottato dall’autorità giudiziaria allo scopo di impedire provvisoriamente ogni operazione volta a distruggere, trasformare, spostare, trasferire o alienare beni previsti come corpo di reato o cose pertinenti al reato, che potrebbero essere oggetto di confisca. Il termine «blocco» non si trova nei codici italiani, ma dalla finalità della decisione quadro, spiegano i lavori parlamentari, sono da ritenersi compresi nella definizione sia il sequestro probatorio del corpo del reato e delle cose pertinenti al reato necessarie per l’accertamento dei fatti, sia il sequestro preventivo finalizzato alla confisca. Il presupposto del riconoscimento reciproco è rappresentato, in via di principio, dalla doppia incriminabilità e cioè la previsione di un fatto come reato sia nella legislazione del paese emittente la misura sia nel paese destinatario della richiesta di esecuzione.

martedì 15 marzo 2016

COME "ABBELLIRE" I DATI SUL DEBITO PUBBLICO

Poco fa la banca d'Italia, nel suo consueto Supplemento al Bollettino Statistico, ha reso noto che il debito pubblico, nel mese di gennaio, era di 2191 miliardi di euro, in aumento di 22 miliardi rispetto a dicembre. Secondo Eustotat, a fine 2015, il debito era al 132% del Pil

Già in un precedente post ho pubblicato dei grafici che rappresentano in modo chiaro la divergenza che ha avuto il debito pubblico in rapporto al Pil.

Leggi: La folgorante ripresa dell'Italia: il Pil

Leggi: La folgorante ripresa dell'Italia: il debito

Il grafico che vedete in seguito rappresenta la dinamica del debito pubblico italiano, dal 2006 a gennaio 2016, e quindi incorpora gli ultimi dati pubblicati dalla Banca d'Italia.

lunedì 14 marzo 2016

LE ULTIME NOVITA' INTRODOTTE DALLA BCE: QUALI ASPETTATIVE E QUALI EFFETTI?

A un anno esatto dal lancio del primo quantitative easing in Eurozona, anche a causa della caduta del prezzo del petrolio e delle materie prime (che allontana le aspettative di risalita dell’inflazione) e del rallentamento dell’economia globale, gli effetti sull’inflazione degli acquisti di 60 miliardi mensili di titoli da parte della Banca Centrale Europea, stentano a farsi sentire. Stessa cosa vale anche per il credito nei vari paesi che, seppur con differenti peculiarità, stenta a ripartire.
In particolare, l’inflazione è ai minimi di marzo dello scorso anno  e anche le aspettative a cinque anni si sono fortemente indebolite. Tant’è che nell’ultima riunione l’istituzione di Francoforte ha rivisto ferocemente al ribasso le previsioni di inflazione per il  2016 (passano a 0.1% dall’1% di dicembre scorso),  mentre le previsioni di crescita passano da 1.7% a 1,4%.
A coloro che nelle ultime settimane hanno sollevato dei dubbi sull’efficacia dell’azione della BCE che, come noto, è anche volta a ristabilire livelli di inflazione vicini al target della banca centrale fissato al 2%, ha risposto il Vice Presidente della Banca Centrale Europea che, con una lettera pubblicata sul sito dell’Eurotower, richiamando la necessità di esaltare gli effetti della politica monetaria (ultra)accomodante con riforme strutturali nei vari paesi, ha affermato:

domenica 13 marzo 2016

IL RITORNO DELL'INFLAZIONE NEGLI USA

Dopo la riunione della BCE di giovedì scorso, nella quale sono state varate significative misure di stimolo monetario e delle quali, nella giornata di domani,  potrete leggere la mia opinione in questi pixel, questa settimana sarà la volta della Federal Reserve che, già da dicembre scorso, ha iniziato il cammino (lungo e tortuoso) nella "normalizzazione" dei tassi di interesse.
Vista l'importanza dell'appuntamento, anche alla luce degli ultimi dati dell'economia Usa che appaiono poco coerenti con un ulteriore aumento dei tassi, vale la pena leggere questa analisi, tratta dal sito Bond Vigilantes, nella quale si analizzano gli ultimi dati sull'inflazione Usa, che aggiungono ulteriori elementi di incertezza circa le decisioni che verranno adottate dalla banca centrale Usa


Da Bond Vigilantes 

giovedì 10 marzo 2016

LA REAZIONE DEI MERCATI ALLE DECISIONI DELLA BCE

Molto rapidamente, di seguito qualche grafico con la reazioni dei mercati

Il cambio euro/dollaro

BREAKING: LE DECISIONI DI POLITICA MONETARIA DELLA BCE

Nella riunione odierna il Consiglio direttivo della BCE ha adottato le seguenti decisioni di politica monetaria:
(1) Il tasso di interesse sulle operazioni di rifinanziamento principali dell'Eurosistema è ridotto di 5 punti base al 0,00%, a decorrere dall'operazione con regolamento il 16 marzo 2016.
(2) Il tasso di interesse sulle operazioni di rifinanziamento marginale è ridotto di 5 punti base al 0,25%, con effetto dal 16 marzo 2016.
(3) Il tasso di interesse sui depositi presso la banca sarà diminuito di 10 punti base al -0.40%, con effetto dal 16 Marzo 2016.
(4) Gli acquisti mensili nell'ambito del programma di acquisto di asset sarà ampliato a € 80 miliardi  a partire dal mese nel mese di aprile.
(5) le obbligazioni denominate in euro investment grade emesse da società non bancarie stabilite nella zona euro saranno incluse nella lista dei titoli che possono beneficiare di acquisti regolari.
(6) Una nuova serie di quattro operazioni mirate a più lungo termine di rifinanziamento (TLTRO II), ciascuno con una durata di quattro anni, sarà lanciato, a partire da giugno 2016. 
Qui il cambio Eur/Usd

lunedì 7 marzo 2016

LA FOLGORANTE RIPRESA DELL'ITALIA: IL DEBITO

In un post precedente avevo pubblicato il grafico dell'andamento del Pil reale dell'Italia rispetto a quello dei paesi del G7, (a proposito vi ringrazio per le oltre 40 mila letture e per le 3500 condivisioni).
Ora, veniamo al debito pubblico che, come sapete,   espresso in rapporto al PIl, ammonta a al 133%
Per chi non ha tanta familiarità con queste metriche, vale la pena citare alcuni numeri, in modo che si possa avere maggiore cognizione di cosa si sta parlando.

Il Pil nominale dell'Italia, a fine 2015, era di 1636 miliardi di euro; mentre a fine 2007 (ossia l'anno precedente l'inizio della crisi) era 1612 miliardi di euro. Quindi, in 8 anni è aumentato di appena 24 miliardi.

Un'inerzia, se confrontato all'aumento del debito pubblico.

Infatti il debito, a fine 2007 era 1606 miliardi, mentre a fine 2015 ammontava 2170 miliardi, ossia 

564 miliardi di euro in più

al netto dei rituali ritocchi di fine anno che servono per migliorare le metriche del rapporto debito Pil.

Il grafico che segue esprime la variazione del debito e del Pil dal 2007 al 2015.


La banda rossa che vedete nella colonna del debito, rappresenta il debito pubblico formato dal governo Renzi, pari a 80 miliardi di euro.

domenica 6 marzo 2016

PETROLIO A 50 DOLLARI?

Il prezzo petrolio (insieme alle attese per la politica monetaria in Eurzona e Usa) è uno dei principali market mover dei mercati.
Dopo le pesanti vendite sui listini tra  gennaio e febbraio, i mercati stanno reagendo, anche con decisione.
Al netto dei fattori tecnici, un grosso contributo è dato proprio dal prezzo del petrolio, che dai minimi di gennaio è risalito fino a 36 dollari dollari di venerdì



Questo favorisce un alleggerimento delle pressioni sia sul fronte delle imprese attive nello shale oil in Usa, sia sugli stati che traggono (traevano) dalle esportazioni del petrolio robuste entrate per i rispettivi bilanci.

venerdì 4 marzo 2016

PER FATTO PERSONALE

Come sapete, nell'ambito della divulgazione delle analisi riguardanti i temi economici e finanziari che svolgo in questo blog, può capitare che mi avvalga anche di analisi tratte da altri siti o di grafici prodotti da altre fonti, comunque ritenute attendibili e autorevoli. Quando capita ciò, proprio per il rispetto che rivolgo al  lettore (che deve conoscere la fonte dei dati o dell'analisi) e per quello che rivolgo agli autori delle rispettive analisi (che, con il loro lavoro, apportano un prezioso contributo al dibattito e all'informazione), trovo che sia d'obbligo citare, sempre e comunque, l'autore dell'analisi ripresa da questo blog e la relativa fonte. Credo che questa doverosa osservanza possa essere confermata dalle migliaia di persone che giornalmente frequentano questi pixel, apprezzando i contenuti proposti.

Mai e poi mai mi sono permesso di proporre un contributo altrui senza citare la relativa fonte. E mai lo farò. 

Ora dovete anche sapere (ma credo lo sappiate già) che questo blog è rilanciato e citato da decine di siti specializzati e non, forse centinaia. Molti di questi siti sono di rilevante  prestigio accademico, nazionale e internazionale, come ad esempio il blog della London School of Economics, solo per citare un esempio.

Due giorni fa ho aggiornato, con gli ultimi dati disponibili, un grafico noto a chi segue questo blog:

E' questo:

mercoledì 2 marzo 2016

LA FOLGORANTE RIPRESA DELL'ITALIA

Sono molto impegnato in questi giorni, quindi posso stare poco dietro al blog, e per questo me ne scuso. Ma tornerò attivo nei prossimi giorni.
Tuttavia ho trovato un po' di tempo per aggiornare un nostro caro (e chiaro) grafico, con gli ultimi dati relativi alla crescita dei paesi G7 e dell'Eurozona (19 paesi) nell'ultimo quarto del 2015.

Lo spaccato che ne deriva è il seguente e si commenta da solo, anche perché lo abbiamo fatto in molte altre occasioni.


Tuttavia, vale la pena ricordare che la mirabolante (potete ridere) performance dell'Italia è ottenuta grazie soprattutto alle condizioni esterne estremamente favorevoli (petrolio, tassi, euro debole, liquidità abbondante), e anche all'aiutino offerto dall'Istat.
Infatti l'istituto di statistica ha rivisto al rialzo, per lo scorso anno, la stima sull’aumento del pil. Il dato definitivo è di un +0,8%, contro il +0,6% di aumento corretto per gli effetti del calendario (+0,7% grezzo) che emergeva dal comunicato diffuso il 12 febbraio.  Dall'istituto fanno sapere che il miglioramento  del dato sul Pil, rispetto a quanto comunicato precedentemente, é da imputare alla revisione straordinaria delle serie storiche di alcuni aggregati. Tutte cose che abbiamo già visto in altre occasioni, insomma.
LEGGI: COME CAMBIA IL PIL E IL RAPPORTO DEBITO/PIL CON LE NUOVE REGOLE DI CALCOLO