domenica 26 giugno 2016

BREXIT, ANALISI POST VOTO: QUALI IMPLICAZIONI POSSIBILI?

L'espressione di voto di  giovedì scorso in Gran Bretagna, ha consegnato un esito  decisamente inatteso che pone molti dubbi sul futuro dell'Unione Europea e, conseguentemente,  della moneta unica. Senza la pretesa di  essere esaustivi, scopo del presente lavoro è quello di fare il punto della situazione e proporre qualche riflessione, cercando di valutare le possibili implicazioni del voto.

Il voto in Gran Bretagna



L'affluenza è stata abbastanza elevata (72%) e i risultati referendari, con il 52% degli elettori a favore del "leave" e il 48% a favore del "remain", consegna un Regno Unito decisamente spaccato e le divergenze tra le varie regioni risultano abbastanza significative.
Ad esempio, Scozia ed Irlanda del Nord hanno votato per rimanere (rispettivamente 62-38% e 56-44%). Inghilterra e Galles hanno votato per uscire. In Inghilterra, Londra e le grandi città del nord come Manchester e Leeds hanno votato per rimanere nella Ue. Altrove la decisione di uscire è stata più diffusa del previsto. Il Regno Unito, "lacerato" da sentimenti a favore e contro l'unione, rischia di vivere una nuova stagione di richieste di indipendenza o secessione al proprio interno. Infatti, Il primo ministro scozzese,  Nicola Sturgeon, oltre ad aver annunciato l'avvio dell'iter per un referendum sull'indipendenza dal Regno Unito, ha dichiarato che il suo governo chiederà l’avvio immediato di una discussione con Bruxelles per permettere alla Scozia di restare nell’Unione Europea.  Sulla stessa scia si muove anche il Sinn Fein, il movimento indipendentista del Nord dell'Irlanda, che ha chiesto che si tenga un referendum per l'unificazione dell'Irlanda (Irlanda e Nord Irlanda) dopo la Brexit. Il partito repubblicano ha sottolineato che l'esito del voto ha "conseguenze enormi sulla natura dello Stato britannico".
A seguito del voto, il Primo Ministro David Cameron ha annunciato le dimissioni e 
ha affermato che sarà compito del futuro Primo Ministro attivare la clausola di uscita contenuta nell’articolo 50 del trattato di Lisbona, che avvierà l'iter  formale per l’uscita dell’UK. 

Tutto ciò potrebbe minacciare l'unità del Regno e accentua l'incertezza del quadro politico in Gran Bretagna e nella Ue, con ovvie ricadute sull'economia (ne parlerò a breve).

La reazione dei mercati.

Nei giorni precedenti al referendum (e anche la sera stessa) gli operatori finanziari sembravano considerare una netta vittoria del fronte del "remain". Tant'è che il 23 giugno (data del referendum) le principali piazze hanno chiuso tutte sui massimi di periodo. Addirittura l'indice FTSE 100 della borsa di Londra, si trovava sui massimi dallo scorso novembre e nelle ultime ore di votazione la Sterlina era arrivata a scambiare 1.50 contro dollaro.

La reazione dei mercati all'esito del voto è stata violenta e in alcune piazze finanziarie (Italia, ad esempio) è stata addirittura drammatica. E' tuttavia vero che la caduta degli indici è partita da quotazioni decisamente alte, in quanto, come detto, i mercati stavano già scontando la netta vittoria del "remai".


In Italia, l'indice All Share Banks ha perso oltre il 22%. Si tratta di una caduta che aggrava le fragili condizioni di una parte non trascurabile sistema bancario italiano.


Sempre in Italia, l'indice generale, Il FTSE MIB, ha conosciuto il suo maggior ribasso di sempre.



Sul fronte valutario, la sterlina è scesa bruscamente e si è svalutata nei confronti del dollaro Usa (8%), dello Yen  (11%),dell'euro (6%) e franco svizzero (6.67%), ma anche nei confronti delle altre valute.
Il dollaro e lo yen si sono rafforzati sull'euro rispettivamente del 2.3% e del 6%. Il cambio dell'Euro contro il franco svizzero è passato rapidamente da 1.10 a 1.06, per poi chiudere a 1.0804 e è verosimile che la Banca Centrale svizzera sia intervenuta comprando euro, al fine di evitare un eccessivo rafforzamento del franco svizzero.

Sul fronte obbligazionario, il rendimento del bund a 10 anni su è spinto in territorio negativo fino a -0.15%, per poi chiudere a -0.033%. Il rendimento del decennale Usa è sceso fino a 1.45% (vicino ai minimi dal 2012); mentre quello del decennale Italiano è salito fino a 1.60% per poi chiudere a 1.48%. L'oro si è apprezzato di oltre il 4%, mentre il prezzo del petrolio è sceso del 5%.
Tutto ciò riflette lo shock che si è verificato sui mercati, che ha determinato l'abbandono, da parte degli investitori, delle attività rischiose, favorendo  l'apprezzamento di quelle considerate come rifugi sicuri (oro, dollaro, yen, bund, treasury, franco svizzero ecc.)

E' molto probabile che le tensioni sui mercati continueranno anche nei prossimi giorni, e nel breve periodo molto dipenderà dalle azioni che verranno  intraprese dalle banche centrali, ma anche dalle decisioni politiche che verranno prese in seno alla Ue.


I riflessi sull'economia britannica


I riflessi sull'economia del Regno Unito dipenderanno molto dal quadro di incertezza politica che si è venuto a creare con il voto di giovedì scorso e quindi anche dai tempi e dalle modalità per definire il divorzio dalla Ue che -si spera- possa avvenire in maniera più consensuale possibile.
L'uscita di un paese membro dalla Ue non ha precedenti storici. In passato si è assistito a casi di paesi che, attraverso il referendum, non hanno ratificato la decisione di aderire  alla Comunità europea o alla Ue (come nel caso della Norvegia nel 1972 e 1994 -Fonte Wikipedia); ma mai al caso contrario.
Con la firma del trattato di Lisbona del 2009, le linee guida da osservare in caso di uscita volontaria di uno stato membro, sono codificate nell'articolo 50, secondo il quale il paese dell'UE che decide di recedere, deve notificare tale intenzione al Consiglio europeo, il quale presenta i suoi orientamenti per la conclusione di un accordo volto a definire le modalità del recesso di tale paese.Tale accordo è concluso a nome dell'Unione europea (UE) dal Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata previa approvazione del Parlamento europeo. I trattati cessano di essere applicabili al paese interessato a decorrere dalla data di entrata in vigore dell'accordo di recesso o due anni dopo la notifica del recesso. Il Consiglio può decidere di prolungare tale termine. Qualsiasi Stato uscito dall'Unione può chiedere di aderirvi nuovamente, presentando una nuova procedura di adesione. (fonte)
Quindi, per tutta la durata del negoziato che conduce all'accordo, il paese rimane parte della Ue.

Anche se esistono recenti analisi che tendono a rassicurare sul fatto che l'economia della Gran Bretagna non dovrebbe cadere in recessione, le previsioni  di crescita economica  sono state "severamente" ridimensionate dalle istituzioni più accreditate. 

Sul ridimensionamento delle previsioni di crescita pesano le incertezze derivanti dal quadro politico; le incertezze  in merito ai nuovi accordi che regoleranno i rapporti commerciali (e non solo) tra il Regno Unito e la UE, che presuppongono tempi abbastanza dilatati che non aiutano a ristabilire un clima favorevole nell'immediato; i rischi che potrebbero derivare dai deflussi di capitali da parte degli investitori che potrebbero riconsiderare l'attrattività degli asset britannici; il ridimensionamento degli investimenti come conseguenza dell'incertezza che sovrasta la scena politica e il quadro istituzionale; l'incertezza derivante dalla necessità di regolare i rapporti con oltre 50 stati con i quali la Gran Bretagna intrattiene rapporti commerciali (all'interno della Ue tali rapporti non regolati dai trattati stipulati direttamente dalla Ue).


Esistono studi che indicano che nei prossimi 15 anni, la Gran Bretagna potrebbe perdere tra il 2 e il 10% di Pil come conseguenza della Brexit. Altri autorevoli studi (Roger Bootle 2015), invece, affermano che l'economia britannica potrebbe trovare un rinnovato slancio (fino a 4 punti di Pil nei prossimi 5 anni), grazie alla combinazione di diversi fattori positivi:

-La rapidità nella definizione di divorzio dalla Ue;
-La possibilità di definire accordi commerciali nell'ambito del WTO, abbattendo le tariffe all'importazione;
-La svalutazione della sterlina che renderebbe il paese più competitivo;
-Le economie derivanti dalle risorse oggi versate dalla Gran Bretagna alla Ue, che potrebbero essere destinate a sostenere i settori più colpiti dalla Brexit.

Tuttavia, chi scrive ritiene che l'impatto economico non potrà essere esaustivamente stimato in assenza della definizione di un modello che regoli le relazioni tra la Ue e la Gran Bretagna nel dopo Brexit. Si prenderà in considerazione il modello adottato dalla Svizzera, dalla Norvegia, o dalla Turchia? Non possiamo saperlo, ad oggi, ma nei prossimi mesi si capirà qualcosa in più al riguardo e sarà l'occasione per estendere le nostre considerazioni.

Ue: quali conseguenze nel dopo Brexit

Se sul piano economico la stima delle implicazioni che potrebbero determinarsi nel dopo Brexit appare di difficile comprensione, non altrettanto può dirsi sul piano politico.
In tal senso, il maggior elemento di incertezza è determinato dalle possibili istanze antieuropeiste che potrebbero sorgere in altri stati membri che porterebbero a nuovi referendum che, nel caso dei paesi Ue appartenenti all'Eurozona, per forza di cose, si trasformerebbero in un referendum sull'uscita dall'euro
A seguito dei risultati referendari in Gran Bretagna, in altri paesi si sta accarezzando l'idea di proporre ai rispettivi cittadini dei referendum sulla permanenza nella Ue e, di conseguenza, nell'euro. E' il caso, ad esempio, delle opposizioni in Francia (Fronte National, che ha circa il 30% dei consensi) e Olanda (Pvv, che ha circa il 37% dei consensi). Quindi, il rischio non trascurabile è quello di un effetto contagio per via politica.
In altri paesi, le opposizioni sembrano avere un atteggiamento più cauto nei confronti di sentimenti euroscettici (è il caso della Spagna, dove oggi gli elettori sono chiamati alle urne per le elezioni politiche. Sarà interessante scoprire come il voto in Gran Bretagna potrebbe aver influenzato l'elettorato spagnolo. Lo scopriremo tra poche ore). In altri ancora, invece, il fronte no-euro non sembra avere un numero  così rilevante di consensi.
L'infografica che segue,  tratta da Il Sole 24 Ore, può aiutare a comprendere il consenso di ciascun partito con connotazioni anti-euro



Se da un lato, per  alcuni paesi, esiste la possibile che si arrivi a consultazioni referendarie sulla permanenza dell'euro, in altri, tale possibilità è del tutto preclusa per via della dipendenza dai mercati finanziari (è il caso dell'Italia e i motivi li ho spiegati QUI) che non consentirebbero di percorrere una strada del genere, per l'abbandono della moneta unica.

A seguito del Brexit e alla luce della possibilità che altri paesi propongano referendum sulla permanenze nella Ue e nell'euro, il rischio è che si rinnovino i timori per una possibile dissoluzione (anche organizzata) dell'euro, che porterebbe i mercati a prezzare tale evento.

Di conseguenza i mercati potrebbero mettere sotto pressione non solo le attività rischiose, ma anche i titoli sovrani dei paesi mediterranei. Per il momento, qualora dovesse verificarsi uno scenario del genere, le conseguenze  sarebbero attenuate (arginate) dalla politica monetaria espansiva della Banca Centrale europea, che tuttavia non sarà eterna. Giova inoltre ricordare che il mandato di Mario Draghi alla Bce scadrà nel 2019. Al momento, è opinione di chi sta scrivendo che alla Bce andrà un tedesco, e potrebbe essere Jens Weidmann, presidente della Bundesbank. Di rencente, in post precedente ho parlato delle accresciute tensioni tra la Germania e la Bce, dovute alla politica dei tassi negativi che si riflette negativamente sugli interessi tedeschi.  Dubito profondamente che con un tedesco alla guida della Bce, la politica monetaria possa essere altrettanto espansiva e -se vogliamo- misericordiosa con i paesi che hanno comunque bisogno di manovre espansive, peraltro differenti dai paesi del nord (cosa impossibile in una unione monetaria).

Alla luce di quanto appena detto e dei risultati referendari in Gran Bretagna è possibile che la politica europea trovi lo spunto per uno scatto di orgoglio e che quindi proceda verso una maggiore integrazione, che, tuttavia,  a mio avviso appare assai improbabile. A tal proposito vale la pena riproporre le parole di Schauble di qualche giorno fa che, commentando il possibile esito elettorale, ha affermato:
«Non possiamo semplicemente spingere per più integrazione come risposta a una Brexit. Sarebbe una goffaggine e molti si chiederebbero giustamente se noi politici continuiamo a non capire»
La realtà è che  quanto sta accadendo rischia di alimentare  le forze centrifughe che incidono sulla tenuta dell'unione monetaria per come la conosciamo oggi. Un'unione monetaria che sta imbarcando acqua da più parti, proprio perché orfana dei presupposti economici e politici indispensabili per il suo corretto funzionamento e quindi per la sua sostenibilità.

I possibili riflessi sui mercati

Di ciò che è accaduto nelle ore immediatamente successive ai risultati referendari ne abbiamo già parlato in precedenza. Cerchiamo ora di capire cosa potrebbe accadere nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, tenendo in debita considerazione che non si sta parlando di previsioni, ma si sta proponendo semplicemente delle riflessioni.

Lo shock è stato decisamente importante, sopratutto per alcune piazze finanziarie e, in particolare, per alcuni settori, come quello bancario.
Per tramite il  suo Presidente, Jaime Caruana, la Banca dei Regolamenti Internazionali ha fatto sapere che le banche centrali "stanno seguendo l'evoluzione della situazione e sono pronte ad adottare le misure necessarie per garantire l’ordinato funzionamento dei mercati".
Quindi è probabile che nei prossimi giorni, se dovessero continuare le correzioni in modo violento, le banche centrali potrebbero intervenire iniettando liquidità.

E verosimile attendersi che gli investitori, alla ricerca di porti sicuri, potrebbero continuare a preferire gli asset meno rischiosi favorendo l'apprezzamento di quelle attività tipicamente considerate safe havens, come il dollaro, oro, yen e vendendo anche i titoli sovrani dei paesi periferici. Ma come abbiamo detto, questi, al momento, godono della protezione da parte della Bce. Tuttavia, lo scenario delineato a seguito della Brexit e l'apprezzamento del dollaro (che ha riflessi sui paesi emergenti e sulla Cina), potrebbe indurre la Federal Reserve ad abbandonare l'idea di un prossimo aumento dei tassi, in modo venga ridotta la possibilità di un irrigidimento delle condizioni finanziarie e un ulteriore apprezzamento del dollaro , che altrimenti rinnoverebbe le preoccupazioni per la Cina, lo Yuan e anche per i paesi emergenti, le quali difficoltà potrebbero essere accentuate anche dal ridimensionamento del prezzo del petrolio.   

Non si può escludere un allentamento monetario da parte del Giappone, come conseguenza del rafforzamento dello yen e della caduta degli indici azionari; mentre appare probabile l'inizio un nuovo ciclo di politica monetaria espansiva anche da parte della Bank ok England, al fine di contrastare gli effetti del Brexit. Inoltre, qualora necessario, la Bce potrebbe temporaneamente aumentare il ritmo di acquisto dei titoli. Se dovesse verificarsi tutto questo, i tassi scenderanno ancor più marcatamente in territorio negativo, mentre è verosimile che i prezzi dei titoli di stato periferici e dell'obbligazionario corporate scendano, soprattutto quello legato al comparto bancario, riflettendo la debolezza del settore.

Per quanto riguarda il medio termine, le evoluzioni dei mercati dipenderanno anche dalla risposta politica all'evento Brexit e dalle decisioni che verranno intraprese nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. Poiché il quadro di incertezza non verrà superato nell'immediato, ritengo che le dichiarazioni che verranno fatte dalla leadership politica, assumeranno un ruolo fondamentale nel tracciare il cammino da seguire.
E' evidente che uno stop all'integrazione verrebbe letto dai mercati come un passo verso la dissoluzione dell'euro e questo verrebbe subito prezzato dai mercati.

2 commenti:

  1. IN TUTTA QUESTA COMPLESSA VALUTAZIONE DEGLI EFFETTI "FINANZIARI" DELLA BREXIT NOTO CH E'STATO DIMENTICATO DI FARE UNA
    ATTENTA ANALISI DELLA SITUAZIONE ATTUALE DI DEUTSCHE BANK (MOLTO CARICA DI ASSET "TOSSICI") E DEI POSSIBILI PROSSIMI O FUTURI "SHOCKS"
    IN CONSEGUENZA DEL DISGREGAMENTO "UE". TUTTO IL MONDO FINANZIARIO E'
    IN EQUILIBRIO INSTABILE IN SEGUITO AL DISTACCO ECCESSIVO DALLA ECONOMIA REALE . IL FATTO STESSO CHE TUTTE O QUASI LE BANCHE CENTRALI SIANO COSTRETTE AD IMMETTERE LIQUIDITA' MONETARIA NEL SISTEMA INDICA LO STATO DI "CRISI" DELL'ECONOMIA MONDIALE. LA CADUTA DI LEHMAN BROTHERS ,IMPORTANTE MA IN DEFINITIVA BANCA PRIVATA , DEVE FARCI IMMAGINARE COSA VORREBBE DIRE SE "SALTASSE" UNA DEUTSCHE BANK !
    E' VENUTO FORSE IL DUBBIO A QUALCUNO CHE LA "PANCIA" DELL'ELETTORATO UK SI SIA SENTITA UN "BRONTOLIO" MINACCIOSO E ABBIA PREFERITO PRENDERE LE DISTANZE DA QUESTA UE TROPPO TEDESCA CHE HA GIA' CAUSATO 1° LA CRISI UCRAINA 2° LO SPOSTAMENTO DELLA RUSSIA VERSO UNA MAGGIORE ALLEANZA COMMERCIALE CON LA CINA 3° IL RITORNO DELLA BANCA DI STATO CINESE ALL'ORO AL POSTO DEL DOLLARO CON MODI NON TANTO NASCOSTI...INSOMMA QUESTA BREXIT ANDREBBE ESAMINATA DA UNA PROSPETTIVA "PIU' ALTA" PER MEGLIO CAPIRNE LE RAGIONI E I POSSIBILI SVILUPPI...Max938

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    1. Il problema enorme dell'Europa e' la subordinazione totale al modello atrantico dove l'economia guarda solo a ovest. L'America ha il terrore di una saldatura con la Russia perche' ne deriverebbe un gigante senza eguali al mondo. Gli eventi dopo il crollo del muro ( voluto e pianificato) sono tutti nella stessa direzione. Impedire questa saldatura e...........controllare l'energia e materie prime del pianeta. E' in atto uno scontro tra blocchi economici spaventoso. Ma l'Asia entro 10/15 anni spazzera' via quella che e' la corda che tiene legate le sponde atlantiche. Gli americani lo sanno e quello che succede da 30 anni oramai e' la logica conseguenza di un declino irreversibile in attesa del cambio della guardia.
      Speriamo solo che sia il meno indolore possibile. Ma non ci credo guardando il passato.
      Guai a confidare nell'intelligenza umana. Guai........tanti guai.......

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