giovedì 17 marzo 2016

CHE FARE?

Secondo la mia opinione, in giro per il mondo, ci sono 3/4 asset class da cavalcare per estrarre rendimento.
È ovvio che ci sono dei rischi (dove non sono?). Ma i rischi sono (e possono essere) attenutati da:
  • valutazioni attraenti, soprattutto nell'ottica di medio e lungo periodo; 
  • stabilizzazione del prezzo delle materie prime e del petrolio (condizione che si sta realizzando, con il petrolio che da 29 Usd è passato a 40 Usd);
  • Mancato rafforzamento del dollaro o debolezza del biglietto verde. In tal senso la politica monetaria della Fed, almeno per il momento, alla luce della riunione di ieri del Fomc, appare maggiormente orientata ad essere ulteriormente paziente nella normalizzazione dei tassi, che dovrebbe essere graduale e dilatata nel tempo (cosa da sempre sostenuta in questo blog, in quanto le banche centrali, quando tornerà l'inflazione, saranno più tolleranti -rispetto al passato- per lasciare che l'inflazione agisca sull'enorme debito, diluendolo. Leggi QUI)
  • Gestione di portafoglio di elevata qualità, con eventuali strategie di hedging (ove necessario) orientate alla riduzione del profilo di rischio dell'investimento in determinate asset class.

Il rischio di non cavalcarle questi asset, già di per sè, incorpora ulteriori rischi. E non è detto che siano tanto inferiori a quelli che si correrebbero nelle asset class a cui mi riferisco.
Dovete capire che l'obbligazionario governativo area euro è stato completamento distrutto in termini di rendimento e profittabilità. La stessa sorte sta toccando all'obbligazionario corporate. E prima che si possa ricostituire del rendimento apprezzabile in questa asset (predominante nei portafogli degli italiani), passeranno anni, e soprattutto molte perdite. Per il semplice motivo che se non dovesse ripartire l'inflazione, potremmo trovarci dinanzi a possibili ristrutturazioni dei debiti sovrani; mentre se l'inflazione dovesse ripartire, le perdite saranno subite dai portafogli obbligazionari. 

Per info e consulenze scrivere a paolocardena@gmail.com, indicando nome, cognome e recapito telefonico

Indicazioni decisamente "dovish" quelle in arrivo da Washington. Al termine della due giorni di riunioni, la Federal Reserve ha confermato il tasso sui Fed Funds nel range 0,25-0,5 per cento aggiornando in senso decisamente più "colomba" la view sul processo di normalizzazione del costo del denaro della prima economia. La decisione di confermare il tasso benchmark è stata presa con una maggioranza di nove membri, l'unico voto contrario è arrivato dal Presidente del distretto di Kansas City, Esther George, favorevole a un incremento di un quarto di punto. 



Dai cosiddetti "dot plot", le proiezioni sull'evoluzione dei tassi secondo ogni membro del Comitato di politica monetaria,  emerge che ci  saranno due aumenti dei tassi nell'anno corrente, contro i quattro attesi a dicembre. Visto all'1,4% in precedenza, il costo del denaro a stelle e strisce a fine anno è ora stimato allo 0,9%. 

"La Fed si attende 2 incrementi invece di quattro, più in linea con le attese di mercato. Credo che due (innalzamenti dei tassi, ndr) sia l'ipotesi più probabile", ha commentato Craig Erlam, analista di mercato senior di Oanda. "Mercati contro la Fed, i mercati hanno vinto spingendo i Fed dots da quattro a due incrementi", l'opinione di Ashraf Laidi, Chief Global Strategist di City Index. 

Entro la fine del 2017 il dato dovrebbe salire all'1,9% mentre 12 mesi dopo dovrebbe attestarsi al 3% (3,3% nel "lungo periodo"). "Gli sviluppi economici e finanziari a livello globale continuano a rappresentare rischi" per l'economia statunitense, si legge nel comunicato diffuso dall'istituto guidato da Janet Yelen.  Il freno al processo di normalizzazione è riconducibile al taglio dell'outlook di crescita: il Pil della prima economia nell'anno corrente è stimato in aumento del 2,2%, contro il 2,4% precedente, mentre il tasso di inflazione misurato dal PCE (Personal Consumption Expenditures) dovrebbe segnare a fine anno un +1,2%, meno 40 punti base. 

L'indice dei prezzi, evidenzia la Fed, "negli ultimi mesi ha segnato una ripresa". Nonostante un rallentamento dall'1,4 all'1% del dato generale, a febbraio l'indice 'core', quello calcolato al netto delle componenti più volatili, è passato dal 2,2 al 2,3 per cento, il valore maggiore da quasi quattro anni (aprile 2012). 

Balzo di Wall Street, oro a sopra i 1.250 dollari
L'atteggiamento della Fed sta spingendo gli indici azionari a Wall Street, che hanno azzerato le perdite e ora viaggiano tutti in territorio positivo (+0,5% per Dow e Nasdaq, +0,45% dello S&P500), e le quotazioni dell'oro, riportatosi in quota 1.250 dollari l'oncia (+1,76% a 1.252,7$). Segno meno per il dollar l'index, l'indice che misura l'andamento del biglietto verde contro un basket di valute, in calo dello 0,7% a 95,957 punti. (fonte)

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