giovedì 21 gennaio 2016

CRISI BANCARIE, QUALI SCENARI E QUALI POSSIBILI SOLUZIONI?

Quello che sta accadendo sui mercati  alle banche italiane è la prova che molte di esse (come reiteratamente sostenuto da questo blog in questi anni) sono in serie difficoltà. 
Negli ultimi anni, la solidità del sistema bancario italiano è stata urlata in tutte le sedi, da tutti i ministri dell'economia che si sono alternati, e non solo. 

In un certo senso, sono quasi sollevato da ciò che sta accadendo. Per il semplice motivo che non potranno più far finta di nulla. Insomma, siamo quasi alla resa dei conti e la questione (enorme) delle banche, in un modo o nell'altro, deve essere risolta definitivamente, proprio perché la solidità del sistema bancario è fattore imprescindibile per favorire lo sviluppo dell'economia.

Quindi, quali sono le possibili alternative? Cercherò di rispondere, senza la pretesa di essere esaustivo, considerato che la situazione è molto fluida, e quindi assai mutevole per definizione.


Credo che esistano diverse soluzioni.
Vi ricordo  che, ove interessati, potete iscrivervi al convegno:


La prima è la creazione di una bad bank che liberi le banche dal peso delle sofferenze. Ma questa soluzione deve essere definita coerentemente con le limitazioni imposte dalla Ue in tema di aiuti di stato. La questione, che è stata più volte spiegata in questo blog, riguarda il  superamento dell'asimmetria esistente tra il prezzo dei crediti esposti in bilancio da parte delle banche italiane e quello di cessione alla bad bank, senza con ciò inciampare nella disciplina degli aiuti di stato. 


Un'altra soluzione, quella più estrema, potrebbe essere  quella del  bail in sulle banche con maggiori difficoltà. Ma questo presenta numerose controindicazioni. Dopo la risoluzione delle 4 banche dello scorso novembre, i risparmiatori hanno iniziato a porsi domande (giustamente, ma avrebbero dovuto farlo prima) a proposito della solidità delle rispettive banche e della sicurezza dei risparmi. Quindi, si è assistito a un deflusso di capitali che non si è limitato solo alle banche oggetto della risoluzione, ma si è esteso anche a quelle ritenute meno solide: capitali che sono andati (stanno andando) verso  banche ritenute più sicure. Lo scenario al quale assistiamo in questi giorni, almeno in parte, è alimentato proprio dal timore che le banche più fragili possano essere colpite dal bail-in, e quindi le azioni e le obbligazioni subordinate crollano. Il bail-in su banche di medie dimensioni potrebbe determinare un effetto contagio su altre banche ed estendersi rapidamente a buona parte del sistema bancario, aggravando così la situazione delle banche meno solide. Uno scenario del genere aprirebbe le porte all'introduzione di misure straordinarie, come ad esempio limitazioni sulla circolazioni di capitali che, oltre ad essere in contrasto con i principi fondanti l'Eurozona (in questo caso, quello della libera circolazione di capitali, appunto) avrebbe effetti devastanti  per l'economia italiana, con riflessi pericolosi sulla tenuta del sistema Italia, anche all'interno della moneta unica.  Introdurre misure di controllo dei capitali in Italia non è la stessa cosa che farlo a Cipro o in Grecia, stante sia le dimensioni dell'Italia, sia il ruolo politico che l'Italia esprime nel contesto dell'Eurozona e nel contesto globale.

Una terza soluzione potrebbe essere quella di un mix delle due precedenti, magari accompagnate da aiuti concessi dal fondo salva stati banche, e quindi ricapitalizzare le banche bisognose attraverso gli aiuti concessi dal fondo ESM. E' qualcosa di molto simile a quanto evocato da Feld di cui abbiamo detto QUI. Ma questa ipotesi, come peraltro quella che prevede il bail in, è politicamente insostenibile per la leadership politica italiana. Nei giorni scorsi si è letto di possibili complotti contro l'Italia e di tensioni tra i vertici Ue e il Governo italiano. Il fatto è che Renzi è sicuramente furbo. La situazione di alcune banche italiane non è affatto semplice. E, secondo chi scrive, lui conosce benissimo che se dovesse consegnare l'Italia nelle mani della Troika (magari con aiuti ESM per ricapitalizzare le banche, come é stato fatto in Spagna) sarebbe politicamente finito. Altrettanto sarebbe nel caso bail-in.

Quindi credo che egli, in un certo qual modo, voglia alzare il livello dello scontro con l'Europa, non per salvare l'Italia, ma per salvarsi da se stesso. In modo che possa dire che è stato vittima di un complotto "perché la Troika vuole i risparmi degli italiani", o cose del genere. E in questo sarebbe sostenuto anche dai precedenti che si sono verificati nel 2011, all'epoca della caduta del Governo Berlusconi.  Quindi, secondo questa logica, il lavoro sporco verrà fatto da altri, e lui cercherà di cadere in piedi. 

Oltre a queste soluzioni ce ne sono altre che meritano di essere enunciate.


Come quella proposta nei giorni scorsi da Zingales su Il Sole 24 Ore, che trae spunto dalla soluzione che fu adottata negli Usa per il salvataggio del sistema bancario durante la crisi dei mutui subprime. Nel caso italiano, ovviamente, attraverso il coinvolgimento diretto della Cassa Depositi e Prestiti.

Il nuovo piano del Ministro Padoan di far acquistare le sofferenze a «prezzi di mercato» con una garanzia della Cassa Depositi e Prestiti rischia di avere gli stessi effetti. I prezzi di mercato per questi crediti non esistono, basta vedere Banca Etruria che ha venduto alcuni crediti incagliati al valore di bilancio (intorno al 40% del valore facciale) pochi giorni prima che la Banca d'Italia valutasse il resto dei suoi crediti incagliati al 17,5 per cento. Qual è il vero prezzo di mercato? Dipende dalla qualità dei crediti e dalla natura delle garanzie. Quindi non esiste un prezzo di mercato ma molti, troppi prezzi diversi per un acquisto dei crediti in massa. Proprio per queste difficoltà Paulson finì per abbandonare l'idea di acquistare i titoli tossici e preferì “costringere” le banche a fare degli aumenti di capitale sottoscritti dal Tesoro. Gli investimenti furono fatti in azioni privilegiate senza diritto di voto e con sufficienti restrizioni da spingere le banche sane a raccogliere più capitale sul mercato. Il meccanismo funzionò. Non solo il sistema bancario fu stabilizzato, ma il Tesoro americano finì perfino col guadagnare da questi investimenti.Lo stesso dovrebbe fare il Tesoro italiano, magari attraverso la Cassa Depositi e Prestiti. Mettere le banche di fronte alla scelta: o raccogliete un altro XX per cento di capitale di rischio sul mercato o questo capitale di rischio necessario a stabilizzare la banche e a far ripartire i prestiti ve lo diamo noi Stato, ma ad alcune condizioni. Primo, divieto di pagare dividendi per almeno tre anni. Secondo, ricambio totale del management. Terzo, azione di responsabilità obbligatoria in tutti i casi in cui ci si sia evidenza di mala gestio o di prestiti in conflitto di interesse. Quarto, nuove regole per evitare che tali conflitti di interesse possano ripetersi in futuro.Ovviamente ci verrà detto che è impossibile perché Bruxelles non permetterà mai un intervento di questo tipo. Ma se Bruxelles concede alla Cassa Depositi e Prestiti di offrire delle garanzie a prezzi molto dubbi, non si capisce come possa vietare alla stessa Cassa di effettuare questi investimenti in azioni. Obiezioni verranno anche da chi teme una nazionalizzazione del nostro sistema bancario. Il rischio è serio. Ma c'è solo una cosa peggiore di una nazionalizzazione delle banche: una socializzazione delle perdite, quando i profitti rimangono privati. È quello che accadrebbe con la bad bank progettata dal governo. (fonte)
Altra proposta, pubblicata sempre su Il Sole  24 Ore, è quella avanzata da Carlo Alberto Carnevale Maffè e Franco Debenedetti. Potremmo chiamarla "la soluzione  swap" per guadagnare tempo.
 Lo schema prevede due passaggi, entrambi da attuarsi in accordo con l’Autorità di Risoluzione:- fissare un obiettivo di copertura dei crediti in sofferenza in linea col mercato.- deliberare, per coprire la conseguente perdita prevista nel bilancio, un adeguato aumento di capitale, e, per l’eventuale inoptato, la conversione prima di tutto delle obbligazioni subordinate, e, ove non bastasse, di parte delle obbligazioni senior, con rapporti di concambio incentivanti, legati a possibili clausole di lock-up.Lo stock delle obbligazioni nel passivo delle banche (367 miliardi, di cui oltre 70 miliardi costituito da subordinate) appare complessivamente (anche se con forti differenze tra banca e banca) capiente rispetto alle necessità; rispetto alla media europea è un valore alto, anche se la sua incidenza sul totale del passivo è fortemente diminuita negli ultimi anni (ora rappresentano il 77% del capitale e riserve, contro il 316% del 2006; rispetto al totale del passivo, sono passate dal 19,7% del 2009 al 10,7% del 2015).Ricorrere alla conversione delle obbligazioni in capitale permette di rispondere ai vincoli europei senza far correre ai risparmiatori il rischio di incorrere in perdite immediate e definitive, “comprando tempo” tramite una ristrutturazione patrimoniale non traumatica. Le obbligazioni subordinate sono già oggi considerate assimilabili a forme di capitale. Anche gli obbligazionisti sono esposti a perdite in conto capitale, in caso di risoluzione, o in conto interessi, in caso di cancellazione delle cedole. È interesse anche loro rafforzare i bilanci delle banche liberandoli da un peso che ne ostacola la crescita e ne riduce la redditività.Per gli attuali azionisti questo comporta naturalmente una diluizione: le quote di controllo diventano più contendibili e appetibili per eventuali compratori o per progetti di consolidamento. Nelle banche in cui le fondazioni bancarie concorrono al controllo, la loro quota verrebbe probabilmente diluita; in altre verrebbero sicuramente ridotte le influenze politiche nella gestione. Ma è per le banche medio-piccole, radicate sul territorio, che lo schema appare più interessante: si favoriscono le aggregazioni, offrendo ai clienti tradizionali l’opportunità di convertire il debito obbligazionario in capitale a condizioni trasparenti, puntando a nuove risorse patrimoniali che sappiano attendere il tempo necessario a un risanamento ordinato del proprio istituto di fiducia.
A parer di chi scrive si tratta di una proposta poco percorribile perché, in buona sostanza, si tratterebbe di trasformare gli obbligazionisti subordinati (e in alcuni casi anche quelli senior) in azionisti della banca. Avere delle azioni è certamente meglio che avere nulla, ma rimane una scelta che difficilmente riuscirebbe a contrastare l'effetto panico che si è determinato a seguito della risoluzione delle quattro banche, i cui effetti, proprio in questi giorni, sono ben percepibili sui mercati.

Un'ultima ipotesi, a mio avviso la più sensata e la più percorribile, è quella avanzata da Mario Seminerio sul suo blog Phastidio, che trae spunto dall'esperienza tedesca negli anni addietro:
  1. Un panel di esperti indipendenti e operatori di mercato valuta le sofferenze delle singole banche; a tale valore è possibile applicare uno sconto aggiuntivo per “perdite inattese”;
  1. Che accade se tale “valore presumibile di mercato” è inferiore a quello netto di libro della banca venditrice? Che quest’ultima può comunque cedere la sofferenza al veicolo (se mai si farà un veicolo) al proprio prezzo, con al più uno sconto obbligatorio prudenziale, diciamo del 10%;
  1. In questo caso, però, l’eventuale differenza tra prezzo di trasferimento delle sofferenze e loro “valore fondamentale” dovrà essere ripagata ogni anno, utilizzando gli utili di bilancio della banca che cede la sofferenza, e possa essere rateizzata in un arco temporale ragionevole, diciamo 20 anni oppure anche oltre, in caso di perdite impreviste successive sulla sofferenza ceduta. Per questo servizio, la banca cedente deve pagare allo stato una commissione di garanzia (fee)

Come detto, questa operazione equivale ad un aumento di capitale garantito dallo stato, ma con la componente di mercato data dalla valorizzazione a prezzi di verosimile realizzo. La componente di condivisione dell’onere (burden sharing) resterebbe attiva, nella eventuale differenza tra prezzo di conferimento della sofferenza alla bad bank e prezzo di effettivo realizzo delle sofferenze, con tutto il tempo necessario per evitare liquidazioni sacrificate delle medesime. Non sarebbero aiuti di stato ma solo una anticipazione pubblica di capitale, da recuperare a valere sugli utili futuri della banca interessata.
Vi ricordo  che, ove interessati, potete iscrivervi al convegno:

2 commenti:

  1. A proposito di banche.....
    i nodi al pettine arrivano anche nella Germania di Schauble :
    c'è qualche problemuccio con alla Deutsche Bank.

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  2. http://espresso.repubblica.it/foto/2016/01/22/galleria/sofferenze-da-primato-1.247434#1

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