mercoledì 28 gennaio 2015

VIZI E VIRTU' DEL QE DELLA BCE, ALLA LUCE DEL RISULTATO ELETTORALE IN GRECIA

Come sapete, la scorsa settimana la BCE ha dato il via al suo primo quantitative easing, modificando così il paradigma della politica monetaria all’interno dell’eurozona. Il piano è ampio, ma non privo di elementi di rischio che possono limitarne gli effetti. 
Molto telegraficamente, l'intervento monetario è articolato come segue:

Dal prossimo marzo verranno acquistati 10  miliardi al mese di Abs e covered bond. Inoltre verranno acquistati 50 miliardi al mese di titoli di stato dei paesi europei e titoli delle istituzioni europee. Il 12% di questi acquisti riguarderanno obbligazioni delle istituzioni europee (es Fondo ESM, Bei ecc).
Il piano durerà fino a settembre 2016 e comunque fino a quando  l'inflazione attesa nel medio periodo non avrà raggiunto un target vicino al  2%. Questo rende il piano potenzialmente illimitato. I titoli acquistati avranno una maturità dai 2 ai 30 anni e potranno comprendere anche titoli indicizzati all'inflazione o avere rendimenti negativi.

lunedì 26 gennaio 2015

DALLA GRECIA CON FURORE

La notizia è che Tsipras ha vinto le elezioni in Grecia. Anche se i 149 seggi ottenuti da Syriza non sono sufficienti ad attribuirgli  la maggioranza in parlamento (151), con ogni probabilità, nascerà una coalizione con il partito nazionalista Greci Indipendenti (che hanno ottenuto 13 seggi), formando così un governo anti Troika e anti austerità.

Cosa farà Tsipras nelle prossime settimane e nei prossimi mesi? Come intenderà rendere operativo il suo programma che, tra le altre cose, prevede la fine dell'austerità e il taglio del debito pubblico? Sono interrogativi ai quali si potrà rispondere solo riscontrando  i fatti che seguiranno nei prossimi giorni.

domenica 25 gennaio 2015

GRAFICO DEL GIORNO: LA GIAPPONESIZZAZIONE DELL'EUROPA

Come disse qualcuno più autorevole di me (che non sono autorevole), se è vero che la storia non si ripete mai, è altrettanto vero che spesso fa rima con se stessa. 






giovedì 22 gennaio 2015

SIATE CONSAPEVOLI

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Siate consapevoli del fatto che ci troviamo nell'epoca della grande repressione finanziaria. Le economie avanzate (e non solo) stanno conoscendo livelli di indebitamento senza precedenti nella storia. Dopo la crisi del 2009 (ma anche prima, a dire il vero) tutti i governi occidentali (e non solo) hanno aumentato esponenzialmente i rispettivi debiti sovrani, così come  è aumentato l'indebitamento privato che, negli anni passati, ha offerto uno slancio considerevole  alla crescita economia di molti paesi, soprattutto in alcune aree del mondo. In alcuni paesi gli alti livelli di indebitamente privato si confrontano con tassi di crescita dei redditi disponibili assai più contenuti rispetto alla dinamica dell'indebitamento e, in alcuni casi (esempio Italia, Spagna Portogallo e non solo) addirittura in controtendenza. In altre parole, ciò significa che i debiti sono cresciuti, mentre i redditi disponibili sono diminuiti. Di conseguenza, i debiti, nei casi più estremi, risultano difficilmente ripagabili. Ne costituisce esempio tangibile l'esplosione delle sofferenze bancarie nel contesto dell'eurozona, soprattutto nell'area mediterranea.

martedì 20 gennaio 2015

IL FUTURO DELLA DEMOCRAZIA E DEL CAPITALISMO

Con immenso piacere, ricevo e pubblico l'intervista di Andrea Muzzarelli al Prof. Roberto Orsi PhD alla London School of Economics, docente e ricercatore all’Università di Tokyo), che  abbiamo avuto già  l'onore di ospitare in questo sito, con questo bellissimo articolo.

Da qui in poi l'intervista al Prof. Orsi. Buona lettura

Un mondo di simulacri: sul futuro della democrazia e del capitalismo

Intervista al professor Roberto Orsi di Andrea Muzzarelli*

Cominciato sotto il segno di due eventi – la strage di Parigi e la mossa a sorpresa della BNS sul franco svizzero – che mostrano quanto sia instabile l’ordine globale sia sul piano geopolitico che su quello economico-finanziario, il 2015 promette di porre un’altra pietra miliare sull’impervia strada della Grande Crisi che ci accompagna dal 2008.
Con la complicità del mondo politico, la finanza internazionale e le principali banche centrali ha scientemente deciso di nascondere la polvere sotto il tappeto, ignorando la realtà e gonfiando una bolla infinitamente più grande di quella appena scoppiata – secondo una ferrea logica di irresponsabilità che ci appare come una delle cifre stilistiche fondamentali di quest’epoca. La Grande Crisi ha comunque l’indiscutibile merito di spingerci a mettere in discussione teorie, idee, categorie concettuali, “valori” che nello stanco Occidente si davano ormai per scontati, acquisiti in via definitiva. Se il sonno della ragione genera mostri, il declino di una riflessione filosofico-politica “forte” rischia infatti di renderci ciechi di fronte al progressivo svuotamento di parole come “democrazia”, “mercato”, “capitalismo”, “denaro”, “libertà”.

domenica 18 gennaio 2015

IL PIANO DELLA BCE CHE RISCHIA DI SPEZZARE L'EUROZONA

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Secondo indiscrezioni riportate dalla stampa, Draghi, mercoledì  scorso, avrebbe prospettato alla Merkel il piano di intervento della Bce per l'acquisto del debito sovrano dei paesi dell'eurozona: il quantitative easing che, a quanto pare, potrebbe essere imminente e quindi annunciato alla prossima riunione del 22 gennaio.
Secondo le notizie che circolano, il QE in procinto di nascere sarebbe frutto di una soluzione di compromesso con i tedeschi che, legittimamente, non vogliono essere coinvolti nei rischi  connessi all'eventuale insolvenza di alcuni paesi (secondo voi, quale paese in particolare?).
Nel dettaglio, secondo quanto riportato da  "Der Spiegel" le singole banche centrali nazionali di ogni stato acquisterebbero  il 20-25% del debito di ciascun paese, in modo tale che gli oneri derivanti  da eventuali ristrutturazioni sovrane rimangano confinanti dentro il perimetro del paese insolvente, e quindi non vengano ripartiti tra i paesi dell'eurozona. Stando alle indiscrezioni di stampa,  una soluzione del genere raccoglierebbe il consenso dei falchi che siedono nel direttorio della Bce, che non ostacolerebbero l'acquisto di titoli.

Al netto del fatto che, in concreto, non sappiamo quanto ci sia di vero in queste indiscrezioni, se dovessero essere confermate giovedì prossimo, il fatto che siano circolate anzitempo rispetto all'eventuale annuncio ufficiale, costituirebbe qualcosa di molto grave che, in un mondo normale, dovrebbe minare la credibilità della Banca Centrale, confermando ciò che già sappiamo, ossia che non è affatto indipendente.
E ciò, essenzialmente,  per due ragioni:

venerdì 16 gennaio 2015

GRAFICO DEL GIORNO: I RENDIMENTI DEI TITOLI DECENNALI IN VARI PAESI

Domanda: QUANTO PENSATE CHE POTRÀ DURARE?



DALLA CADUTA DEL PREZZO DEL PETROLIO AL CROLLO DEL RUBLO

di Daniele Tamburini 

Il prezzo del petrolio è letteralmente crollato e continua a scendere: dobbiamo tornare al 2009 per registrare una quotazione così bassa. Cosa sta accadendo? Quali sono i motivi di una tale crisi? Lo chiediamo a Paolo Cardenà, esperto di finanza e dei mercati e private banker.
«Ci troviamo in una fase di rallentamento a livello globale. Nel 2015 la Cina dovrebbe crescere di qualcosa che si avvicina al 7%: molto meno rispetto a qualche anno fa. Il Giappone, dopo la contrazione del Pil del terzo trimestre del 2014 principalmente a causa dell’aumento dell’Iva, dovrebbe cresce intorno all’1.5%; mentre gli Stati Uniti dovrebbero attestarsi al 3%. L’Eurozona è il buco nero della crescita mondiale, con il Pil che dovrebbe rimanere sotto all’1%. Pochi giorni fa, la Banca Mondiale ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita per il 2015, portandole al 3% dal precedente 3,4%. Un minore crescita economica si traduce in una minore domanda di materie prime, e quindi di petrolio. Dopo qualche anno di prezzi sostanzialmente stabili, dai massimi di giugno, il prezzo del petrolio è crollato di quasi il 50%. Il 27 novembre scorso, a Vienna, i paesi appartenenti l’Opec – cartello che controlla quasi il 40% della produzione mondiale – non sono riusciti a trovare un accordo su un eventuale taglio alla produzione di petrolio, che avrebbe consentito di calmierare la caduta dei prezzi. C’è di più. Qualche settimana fa, alti rappresentanti del cartello dell’Opec hanno affermato che non interverranno neanche se il prezzo dovesse scendere sotto i 40 dollari. Il prezzo del petrolio è determinato dalla domanda e in gran parte anche dalle aspettative di crescita dell’economia globale».


Paolo CardenàPaolo Cardenà

Perché il prezzo è crollato in maniera così repentina?
«Come detto in apertura, diverse aree del mondo stanno attraversando una fase di crescita a ritmi meno sostenuti rispetto agli ultimi anni, quindi hanno bisogno di minori quantitativi di petrolio. Le innovazioni tecnologiche introdotte in molti settori produttivi e della vita comune hanno determinato anche una maggiore efficienza nei consumi di petrolio e suoi derivati. Non solo.  Negli ultimi anni gli Stati Uniti sono diventati tra i più grandi produttori di petrolio, grazie alle aziende operanti nell’estrazione del petrolio ottenuto dagli scisti bituminosi. Gli Usa hanno quindi una capacità produttiva che consente di alimentare le riserve di petrolio e importano molto meno rispetto al passato. I paesi Arabi, anche per via dei bassi costi di estrazione – che consentono di ottenere margini di profitto anche a prezzi più bassi – hanno deciso di non sacrificare la propria quota di mercato per ripristinare livelli di prezzo più alti.

«Ecco spiegato il crollo del prezzo del petrolio che ha avuto forti ripercussioni anche sul mercato valutario. Perché? Per il semplice motivo che un’offerta di greggio abbastanza sostenuta a fronte di una domanda in contrazione, consente ai paesi arabi di sbarazzarsi dei concorrenti più vulnerabili nel settore petrolifero. Questi includono i frakers americani che hanno bisogno di prezzi alti per via di costi di estrazione elevati e per il forte indebitamento che ha finanziato attività estrattive poco profittevoli (o in perdita) a regimi di prezzo di più basso. Includono le compagnie occidentali con progetti ad alto costo volti alla perforazione dei fondali del mar artico; e, soprattutto, alcuni paesi “emergenti” i cui bilanci dipendono in ampia parte dai profitti derivanti dalla vendita del petrolio. Russia in primis».
Quindi, paradossalmente, il crollo del prezzo sta avvantaggiando i Paesi arabi, grandi produttori di petrolio e indebolendo altri paesi essi stessi produttori, come appunto la Russia…«È verosimile pensare che il crollo del rublo sia stato determinato, almeno in gran parte, proprio dal crollo del prezzo del petrolio, stante anche la stretta correlazione verificatasi tra i movimenti ribassisti del petrolio e della valuta russa. Questo processo, inserendosi in un momento particolarmente delicato per la Russia, ha trovato terreno fertile proprio negli effetti prodotti dalle sanzioni che l’occidente ha imposto alla Russia.
«La Russia, benché abbia un debito del settore pubblico intorno al 20% del Pil, quindi imparagonabile con i volumi espressi dai paesi occidentali, è assai vulnerabile per via del debito di molte imprese, che è espresso in dollari. La banca centrale russa è dovuta scendere in campo per finanziare imprese che, con un rublo fortemente svalutato, dovevano ripagare i propri debiti in dollari poiché inibite dalla possibilità di accedere ai mercati di capitali occidentali per via delle sanzioni. Ecco quindi che la Russia è dovuta intervenire a difesa del cambio, sia attingendo dalle proprie riserve in dollari (diminuite di oltre 100 miliardi) , sia aumentando i tassi di interessi fino al 17%, che, nel 2015, dovrebbero produrre una forte contrazione dell’economia che si stima intorno al 3-4%».
Quali potranno essere le ripercussioni, nel breve e medio periodo, nelle scenario economico mondiale?
«Il prezzo del petrolio a questi livelli oltre ad avere effetti nei bilanci di molte economie emergenti (che traggono dalla vendita del petrolio buona parte delle proprie entrate), incide significativamente sui frakers americani che hanno costi di estrazione molto superiori rispetto alle quotazioni attuali. Più che altro, sono società che hanno finanziato i propri investimenti contraendo debiti che rischiano di non essere ripagati. Proprio nei giorni scorsi, sulla stampa si è letto che i prezzi del petrolio così bassi hanno già prodotto la prima vittima tra gli estrattori del petrolio di scisto. Se i prezzi rimarranno a questi livelli (o addirittura più bassi) per un lungo periodo di tempo, la società fallita rischia di essere solo la prima di una lunga serie, con effetti che inevitabilmente si ripercuoterebbero anche su quelle banche che hanno concesso credito e quindi anche su tutto il segmento delle obbligazioni high yeld. Al riguardo, giova ricordare che le emissioni obbligazionarie delle aziende operanti nell’estrazione del petrolio dagli scisti bituminosi valgono circa il 20% del mercato high yeld: dimensioni non tutto trascurabili, direi».
Quanto potrà durare una situazione del genere?
«L’opinione che mi sono fatto è che il crollo del petrolio sia per lo più veicolato proprio dai paesi arabi che, avendo dei costi di estrazione molto più bassi e ingenti riserve in dollari, possono sostenere quotazioni a questi livelli ( o più bassi ancora) per un lungo periodo di tempo, facendo piazza pulita di un bel numero di concorrenti e obbligando gli altri paesi produttori (che hanno necessità di prezzi del petrolio più alti) a tagliare per primi i livelli produttivi per sostenere le quotazioni dei petrolio. In questo senso, i paesi arabi avrebbero la possibilità di non sacrificare le rispettive quote di mercato, o di farlo marginalmente. In altre parole, credo che i paesi arabi stiano cercando di spingere i paesi non OPEC a tagliare la produzione.
«C’è un altro aspetto da considerare. Ossia che il crollo del prezzo del petrolio, si inserisce in un contesto assai delicato per molti paesi emergenti. Da quando la Fed ha dato inizio all’exit strategy dalla politica monetaria fortemente accomodante, complice anche una robusta crescita degli Stati Uniti e le attese per una nuova fase (seppur cauta) di rialzo dei tassi americani, si è determinato un forte deflusso di capitali dai paesi emergenti ed il conseguente deprezzamento delle rispettive valute, con l’ovvia conseguenza che molti debiti in valuta estera sono divenuti più onerosi e in alcuni casi meno sostenibili proprio per via di valute locali svalutate.
«Benché quelle dei paesi emergenti, nella maggior parte dei casi, siano realtà con bassi livelli di indebitamento sovrano, negli ultimi anni hanno vissuto una forte espansione determinata dall’incremento dell’indebitamento privato. Ne consegue che le imprese, nella migliore delle ipotesi, dovranno tagliare i costi per rendere le loro attività più profittevoli, in modo che possano avere maggiori margini idonei a smaltire l’indebitamento in valuta forte. Nei casi più estremi, invece, gli stati dovranno intervenire per soccorre attività altrimenti condannate al dissesto, con ovvie ripercussioni sul debito pubblico e sui rispettivi bilanci che, nel caso di paesi produttori di petrolio, come dicevamo, sono già gravati dall’onere derivante dalla caduta dei prezzi del petrolio, che impatterà significativamente sulla crescita e quindi sulle politiche fiscali che tenderanno ad irrigidirsi.
«Tutto ciò determinerà, e sta determinando, una minore domanda da parte delle economie emergenti – che sono state motore di sviluppo negli ultimi anni – con ovvie ricadute sulla crescita globale che, non a caso, è stimata a ritmi ben più moderati rispetto a quelli degli ultimi anni. Non vi è dubbio che nei paesi importatori di petrolio la caduta dei prezzi contribuirà a stimolare i consumi per via di redditi disponibili più elevati. Ma, nel contesto dell’eurozona,  gli effetti saranno mitigati sia dalla componente fiscale espressa nei prezzi dei carburanti alla pompa (notoriamente più elevata rispetto ad altri paesi), sia dall’euro più debole che determinerà (a parità di prezzo del petrolio) un onere maggiore per l’approvvigionamento, ma che, al tempo stesso, favorirà le esportazioni».
Il paese che sarà in grado di cogliere l’occasione per migliorare la propria efficienza energetica, rendendosi sempre meno dipendente dal petrolio, potrà avvantaggiarsi e si metterà al riparo, almeno in parte, da una eventuale e magari improvvisa risalita del prezzo del petrolio. E’ d’accordo? Anche perché il prezzo tornerà a salire. O no?
Benché nel corso degli ultimi anni l’efficienza energetica sia stata migliorata in molti paesi e in molti settori produttivi, le economie dipendono ancora moltissimo dalla componente energetica principale che è il petrolio. E sarà così per molto tempo ancora. È chiaro che i prezzi del petrolio torneranno a salire. E probabilmente avverrà quando spariranno molti competitors che non sono in grado di stare sul mercato, principalmente per via dell’errata allocazione di risorse a basso costo (credito facile), che hanno consentito di aumentare significativamente i livelli produttivi, a fronte di una domanda in contrazione. 

IL FRANCO SVIZZERO FA LE PRIME VITTIME: ARRIVANO I PRIMI DEFAULT

Guardando il grafico Eur/Chf è assai difficile non pensare che la Banca Nazionale Svizzera, dopo lo scossone di ieri, non stia invertendo a difesa del cambio, ad un floor più basso,   anche se non annunciato. Il cambi è sostanzialmente (e inspiegabilmente) "stabile", soprattutto  se si considera quanto accaduto ieri.



Intanto, però, da Il Sole 24 Ore, si apprende che la decisione della BNS sta facendo le prime vittime:

GRECIA: EMERGENZA LIQUIDITA' PER DUE BANCHE (PER IL MOMENTO)

Per quelli che la Grecia non fa paura, vale la pena riportare la notizia apparsa sul sito Kathimerini e ripresa da Zerohedge , secondo la quale due grandi banche greche sarebbero a corto di liquidità.

Si legge che due banche sistemiche greche hanno presentato le prime richieste alla Banca Centrale greca per attivare il sistema di liquidità di ultima Istanza ( ELA ), e si ritiene che nei prossimi giorni anche altre banche avanzeranno la richiesta di assistenza.
La mossa è arrivata come risposta alle stringenti condizioni di liquidità derivanti dal crescente deflusso di depositi, nonché  a causa dell'acquisto di titoli di stato da parte delle banche, su sollecitazione del Governo.

Le Banche di solito ricorrono all'ELA quando si trovano ad affrontare una crisi di liquidità e non hanno adeguate garanzie per ottenere liquidità da parte della Banca Centrale Europea, il loro strumento principale di Finanziamento.

Su  Zerohedge potete legge la notizia completa

Da Il Sole 24 Ore:
Comincia il tanto temuto effetto panico in vista delle elezioni del 25 gennaio prossimo. Due banche greche tra cui l'Eurobank, secondo la stampa greca, avrebbero chiesto alla Banca centrale ellenica contanti d'emergenza a seguito di un deflusso crescente di depositi, in vista delle elezioni della prossima settimana. Lo scrive il quotidiano greco Kathimerini.Il giornale ateniese e solitamente ben informato ha sottolineato che molte delle restanti banche del paese sarebbero intenzionate ad attingere al fondo di assistenza di liquidità di emergenza (Ela) nei prossimi giorni.Numerosi clienti dalle banche avrebbero già ritirato più di 3 miliardi di euro (erano 2,5 a dicembre), e le imprese stanno soffrendo a causa del calo dei consumi e livelli di liquidità più bassi. Le banche soffrono per mancanza di liquidità a seguito dell'acquisizione di buoni del Tesoro a breve, i cosiddetti Tbill a sei mesi, forzate da parte dello Stato, scrive Kathimerini. Le banche normalmente ricorrono all'Ela di fronte a una crisi del credito e quando non hanno garanzie adeguate per accedere al prestito dalla Banca centrale europea. Ela, inoltre, applica un tasso di interesse più elevato dell'1,55%, rispetto ad appena lo 0,05% della Bce.Secondo la Bloomberg nel Qe della Bce in rampa di lncio il 22 gennaio sarebbero esclusi i bond di Grecia e Cipro in quanto non sufficientemente garantiti.

UN MONDO COMPLESSO

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Sono infinite le letture che si possono dare a proposito dell'abbandono della difesa del cambio a 1.20, da parte della Banca Centrale Svizzera. Tutte hanno innumerevoli risvolti e altrettante implicazioni. Nulla è scontato come potrebbe apparire. Ci sarebbe da scrivere molto su quel che è accaduto ieri, anche alla luce di molti eventi che si stanno verificando in Eurozona e nel contesto globale. Ognuna di queste considerazioni porta su sentieri diversi, articolati, talvolta addirittura inesplorati o divergenti. Non esiste una sola verità, ma ne esistono di molteplici, anche se qualcuna potrebbe sembrare meno vera di qualche altra. Certo è che viviamo in un mondo complesso, e prima di contare i feriti sarebbe assai saggio sedersi, fare un bel respiro e riflettere.

Ad ogni buon conto quel che accaduto ieri lascia assai perplessi. Soprattutto se si pensa che, solo la settimana scorsa, il presidente della Banca Nazionale Svizzera (BNS) aveva confermato che "la soglia del cambio a 1,20 era irrinunciabile". Era, appunto! 
Da ieri non lo è più e con una mossa a sorpresa (anche se era noto ormai da qualche mese che la BNS avrebbe avuto sempre maggiori difficoltà nella difesa del cambio) la BNS ha deciso di rimuovere il floor, posto a 1.20 fin dal 2011 - durante il periodo più buio (?) della crisi dell'Eurozona- al fine di evitare l'apprezzamento del franco svizzero a causa degli ingenti flussi di capitali che approdavano (approdano) nelle banche elvetiche in cerca di un porto sicuro. Allo tempo stesso, la BNS  ha abbassato la fascia l'obiettivo per il Libor a 3 mesi tra il -1,25% e -0,25%  dal precedente  -0.75%  e 0,25%. La BNS ha anche aumentato il tasso di interesse negativo  sui depositi delle banche commerciali, portandolo a -0,75% per cento dal precedente  -0.25%. Ma non è bastato: i mercati hanno risposto violentemente con un apprezzamento del franco svizzero di oltre il 30%, per poi chiudere la giornata in prossimità della parità contro euro.

lunedì 12 gennaio 2015

IL DEFAULT STRISCIANTE DELL'ITALIA IN UN MONDO PIENO DI INCOGNITE.

Di seguito, Vi segnalo questa mia intervista pubblicata dagli amici di TradigNetwork, che ringrazio per l'ospitalità.
Si parla del crollo del prezzo del petrolio, del rublo, delle valute emergenti e degli effetti  sui mercati. Si prosegue con la Grecia e con il quantitative easing in salsa europea che, almeno nelle intenzioni della BCE, dovrebbe arginare i rischi di deflazione in eurozona. Si conclude con una breve considerazione sull'Italia e con un grafico che esprime in maniera chiara e sintetica  il destino che attende l'Italia.

Buona lettura


TRADINGNETWORK: Abbiamo chiuso il 2014 con forti tensioni sul mercato valutario(con in testa il tracollo del rublo), un vero e proprio crollo del petrolio e di conseguenza con l’attacco finanziario alla Russia? Secondo il tuo punto di vista, questo è stato solo un antipasto rispetto a quel che vedremo nel 2015 oppure solo un modo per costringere Putin al compromesso?
P. CARDENA': Dunque, andiamo con ordine. Dopo qualche anno di prezzi sostanzialmente stabili, dai massimi di giugno, il prezzo del petrolio è crollato di quasi il 50%. Il 27 novembre scorso, a Vienna, i paesi appartenenti l'Opec - cartello che controlla quasi il 40% della produzione mondiale- non sono riusciti a trovare un accordo su un eventuale taglio alla produzione di petrolio, che avrebbe consentito di calmierare la caduta dei prezzi. C'è di più. Qualche settimana fa, alti rappresentanti del cartello dell'Opec hanno affermato che non interverranno neanche se il prezzo dovesse scendere sotto i 40 dollari. Il prezzo del petrolio è determinato dalla domanda e in gran parte anche dalle aspettative di crescita dell'economia globale. 

sabato 10 gennaio 2015

RANNICCHIATEVI E COPRITEVI - LA CALMA STA FINENDO, LA TEMPESTA E' IN ARRIVO

Guest Post di Francesco Simoncelli 



Il 15 Settembre 2008 è stato il giorno in cui la Lehman è morta e le banche centrali del mondo sono andate all-in guidate dalla FED. E' stato un tuffo epocale nella deformazione monetaria più pericolosa che il mondo abbia mai visto.

In quel momento era in atto una liquidazione di quel che rimaneva dei mercati dei capitali. Una pulizia dal marciume speculativo che si era accumulato durante l'era Greenspan. Ma la falsa depressione sbandierata dall'accolito della FED, Ben Bernanke, non ha lasciato operare questa pulizia. Lo zio Ben sventolava il feticcio di una'imminente Grande Depressione 2.0 — mandando nel panico Washington, Wall Street e il resto del mondo.

Il giorno successivo AIG sembrava come Ground Zero — il luogo in cui è stato confezionato l'intero "contagio" sistemico. In verità AIG non era portatrice di un misterioso contagio finanziario che era arrivato da una cometa dello spazio profondo.

Come la storia ha ormai dimostrato, gli $800 miliardi nel bilancio patrimoniale di AIG erano perfettamente solvibili. Non un contratto d'assicurazione sulla vita, né una polizza in qualsiasi parte del mondo era in pericolo la mattina del 16 settembre.

L'unica cosa marcia erano i CDS (credit default swap) della filiale inglese di AIG, i quali erano monumentalmente illiquidi. Joseph Cassano e gli altri incompetenti che la gestivano, avevano passato i due decenni precedenti a raccogliere monetine (i premi dei CDS) di fronte ad un rullo compressore, mentre si sfregavano le mani all'idea di tutti quegli utili — tutto per il bene dei loro bonus stratosferici.

Ma con l'implosione del mercato dei mutui cartolarizzati, dovevano soddisfare le margin call sui contratti d'assicurazione alla cui base c'erano CDO ipotecari. In verità, però, tutta la montagna dei CDS era una falsa assicurazione sebbene la holding di AIG non avesse ricevuto un'accertazione giuridica sulle centinaia di miliardi di dollari e asset liquidi sistemati in decine delle sue principali filiali.

giovedì 8 gennaio 2015

SE IL DOLLARO FORTE FA PAURA AI PAESI EMERGENTI

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Grazie principalmente alla politica monetaria della Federal Reserve, nel corso degli ultimi anni, molti paesi emergenti hanno aumentato significativamente i debiti denominati in dollari. Le manovre espansive di politica monetaria adottate dalla banca centrale americana (ma non solo) hanno impresso una forte caduta dei rendimenti obbligazionari, spingendo gli investitori a cercare altrove rendimenti più appetibili. I paesi emergenti hanno attratto capitali con emissioni di bond, soddisfacendo così chi era in cerca di rendimenti più attraenti.
Le emissioni obbligazionarie in valuta estera, dal 2008 in avanti, hanno conosciuto un forte incremento e si stima che queste valgano circa 6000 miliardi di dollari.

Il problema è che da quando la Fed ha dato inizio all'exit strategy dalla politica monetaria fortemente accomodante, complice anche una robusta crescita degli Stati Uniti e le attese per una nuova fase (seppur cauta) di rialzo dei tassi americani, si è determinato un forte deflusso di capitali dai paesi emergenti ed il conseguente deprezzamento delle valute emergenti, con l'ovvia conseguenza che molti debiti in valuta estera sono divenuti più onerosi e in alcuni casi meno sostenibili proprio per via di valute locali svalutate.

mercoledì 7 gennaio 2015

EUROZONA IN DEFLAZIONE

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Il dato temuto è arrivato: l’Eurozona è in deflazione. L’indice dei prezzi al consumo calcolato da Eurostat per i 19 Paesi che condividono la moneta unica è sceso in dicembre dello 0,2% rispetto allo stesso mese di un anno fa. Per trovare un altro dato negativo bisogna tornare indietro di oltre cinque anni, precisamente all’ottobre del 2009, quando il segno meno era arrivato al quinto mese consecutivo nell’Eurozona (qui la serie storica della Bce). Da allora non era più successo. Una notizia attesa attesa dai mercati e dalla Bce, che ora non ha più alibi e deve cercare nuove misure di politica monetaria per far tornare l’inflazione vicina all’obiettivo del 2 per cento.


Italia, minimi dal 1959 
In Italia inflazione zero a dicembre. L'Istat, nelle stime, segna variazioni nulle sia su base mensile che annua, dopo un novembre in positivo (+0,2% il tendenziale). L'azzeramento, spiega l'istituto, risente dell'ulteriore calo dei prezzi dei carburanti (-7,5% annuo per la benzina, -9,0% per il diesel). Il tasso d'inflazione medio annuo per il 2014 è pari allo 0,2%, in netta frenata rispetto al 2013, quando era all'1,2% (in dodici mesi è stato perso un punto percentuale). È il tasso più basso dal 1959, quindi da 55 anni, oltre mezzo secolo.

EUROZONA: IL BUCO NERO DELLA CRESCITA MONDIALE (INFOGRAFICA)

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Quella che segue è un'infografica tratta dall'ultimo "Cyclical Outlook: Asia Pacifico" di Pimco, che esprime le previsioni di crescita per il 2015 delle varie aree del mondo.
La fase di sviluppo degli Stati Uniti, secondo l'analisi di Pimco,  dovrebbe rimanere abbastanza robusta con previsioni di crescita tra il 2.75 e il 3,25%; mentre la crescita dei paesi emergenti (BRIM: Brasile, Russia, India, Messico) è vista in forte decelerazione, anche per via del crollo del prezzo del petrolio che colpisce i paesi produttori. Così come è in fase di significativa decelerazione la crescita dei paesi asiatici.  La Cina,  con crescita che dovrebbe attestarsi  tra il 6 e 7%,  è in forte rallentamento rispetto agli standard dell'ultimo decennio.
Anche per Regno Unito le aspettative vedono una crescita abbastanza robusta; mentre per il Giappone, che è una delle economie destinata a trarre maggior vantaggio dal calo del prezzi del petrolio, la crescita dovrebbe rimanere contenuta tra l'1.25% e l'1,75%.

lunedì 5 gennaio 2015

LA GRECIA NON FA PAURA...

La Grecia non fa paura, dicono.
Però, beccatevi questa.


Non è vero che la Grecia non fa paura, anche se, rispetto al 2011, si è ridotto notevolmente l'impatto sistemico che potrebbe avere. 
Se dovesse uscire dall'euro, costituirebbe comunque un precedente assai scomodo per la tenuta della moneta unica. Per il semplice motivo che si sancirebbe un fatto che già noto. Ossia che non è affatto vero l'euro è irreversibile, nonostante ciò che dice Draghi che, buon uomo, sta facendo di tutto per salvare l'euro da se stesso.

venerdì 2 gennaio 2015

DRAGHI: NON ESISTE UN PIANO B

E ci mancherebbe pure che Draghi ammetta dell'esistenza di un piano B, in caso di break up dell'euro.
Ve lo immaginate un banchiere centrale che dica di avere un piano alternativo in caso di rottura della valuta di cui egli dovrebbe essere "garante" e "costode"? Già mi sembra abbastanza audace che dica che l'euro è irreversibile, e i motivi li ho spiegati QUI. Anche perché, il piano "B" per fronteggiare l'eventuale rottura dell'euro dovrebbe essere implementato nell'ambito delle singole banche centrali nazionali, e non dalla BCE.

In una intervista al quotidiano finanziario Handelsblatt, Draghi ha detto ciò che noi avevamo anticipato a proposito di un possibile QE sui debiti sovrani.