domenica 22 novembre 2015

SPECIALE BANCA MARCHE: "UN DISASTRO DI PROPORZIONI BIBLICHE"

Cronache Maceratesi è il sito che, attraverso il bravissimo Marco Ricci, meglio di ogni altro ha seguito e raccontato egregiamente tutta la vicenda di Banca Marche. Poco fa, al termine del Consiglio dei Ministri che ha deciso il "salvataggio" della banca marchigiana, il giornale on line ha dedicato uno speciale a Banca Marche e, senza mezzi termini, parla di "disastro di proporzioni bibliche" per il territorio marchigiano.
Secondo quanto diffuso nella nota di Bankitalia, è stato azzerato anche il valore delle obbligazioni subordinate, oltre a quello delle azioni.
Si tratta di risparmi di decine di migliaia di famiglie, spesso costruiti con i sacrifici sopportati da intere generazioni, e con il duro lavoro di una popolazione (quella marchigiana) estremamente operosa, dalle semplici tradizioni, che conosce il sacrificio e lo spirito di abnegazione. Sono marchigiano anche io e conosco bene questa comunità. Che spesso difetta proprio nel riporre troppa fiducia nella provvidenza, ricordando così i Malavoglia di Verga, per l'incondizionata speranza che, presto o tardi, qualcuno possa arrivare a salvarli. Questa volta, per gli azionisti e gli obbligazionisti, non è andata cosi. Sono molto dispiaciuto per loro, ma questo genere di rischio è quello che resta più facile da evitare. Si chiama rischio specifico, e può essere più o meno arginato del tutto.

- di Marco Ricci

Il salvataggio di Banca Marche si è concluso pochi minuti fa con la nascita di un nuovo istituto. Dopo oltre due anni di commissariamento e un estenuante periodo di crisi dovuto a perdite ben superiori al miliardo di euro, la Banca d’Italia ha comunicato nel tardo pomeriggio di oggi la creazione di una nuova società (tecnicamente un ente-ponte), permettendo di fatto alla banca marchigiana la continuità operativa, con un’immissione di capitale da parte del Fondo di risoluzione pari a un miliardo di euro su un totale di 1.8 miliardi destinati, oltre che alla nuova BM, alle nuove Carife, Carichieti e PopEtruria.
Contestualmente, come avevamo anticipato, l’Unità per la risoluzione ha costituito un’unica bad bank contenente le sofferenze dei quattro istituti. Al momento della cessione di questi crediti deteriorati sono state effettuate svalutazioni prudenziali che hanno comportato ulteriori perdite di bilancio per le quattro banche originarie. Il valore originario dei prestiti finiti nella bad bank, pari nel complesso a 8.5 miliardi, è stato infatti ridotto a 1.5 miliardi. Per coprire i nuovi buchi, come precondizione posta dalla Brrd per un intervento di risoluzione, le perdite sono state assorbite dagli azionisti e dagli obbligazionisti subordinati, oltre che dal Fondo di risoluzione. I valori delle azioni e delle obbligazioni subordinate sono così state azzerate, mentre il Fondo di risoluzione ha dovuto assumersi un ulteriore impegno  per 1.7 miliardi di euro. Il piano complessivo – che non ha utilizzato risorse pubbliche ma fondi provenienti dalle banche – ha impegnato il Fondo di risoluzione per circa 3.6 miliardi di euro, una cifra che contiene anche i 140 milioni di euro necessari per rendere operativa la bad bank. Il capitale necessario ai salvataggi non verrà dallo Stato ma dalle altre banche del sistema attraverso i loro versamenti al Fondo di risoluzione. Al momento i 3.6 miliardi sono stati anticipati da linee di credito a 18 mesi aperte da Uncredit, Intesa-San Paolo e Ubi.

La sede di Banca d’Italia a Roma
“La soluzione adottata –  comunica la Banca d’Italia – assicura la continuità operativa delle banche e il loro risanamento, nell’interesse dell’economia dei territori in cui esse sono  insediate, tutela pienamente i risparmi di famiglie e imprese detenuti nella forma di depositi, conti correnti e obbligazioni ordinarie, preserva tutti i rapporti di lavoro in essere; non utilizza denaro pubblico.” Di fatto non restava altro da fare, in particolare dopo l’opposizione della Commissione Europea a  qualsiasi altra forma di intervento. “La soluzione adottata è emersa da una pluralità di ipotesi studiate nei mesi passati – precisa ancora via Nazionale – Gli uffici della Commissione europea hanno valutato non conformi con la vigente disciplina europea degli aiuti di Stato le altre soluzioni proposte. Pur di diverso avviso rispetto alla Commissione, le autorità italiane hanno adottato una soluzione con efficacia immediata senza prolungare oltre lo stallo in cui versavano le banche interessate, al fine di risolvere la crisi.”
Tutta l’operazione è stata gestita dall’Unità di risoluzione delle crisi – costituita in seno alla Banca d’Italia e guidata da Stefano De Polis –  seguendo le nuove norme sui salvataggi bancari che recepiscono la direttiva europea Brrd, un quadro di intervento approvato in Italia solo martedì scorso, con tutte le incertezze e le difficoltà tecniche che questo ha comportato. Davanti alle obiezioni europee che hanno costretto l’Unità ad aprire velocemente una procedura di risoluzione (vedi sotto), l’esecuzione di questo vero e proprio piano C è stata dunque celerissima, giusto il tempo di un fine settimana.

Roberto Nicastro, presidente del Cda della Nuova Banca delle Marche (Fonte: FinnanceCommunity.it)
I NUMERI DELLA NUOVA BANCA – Da domani, sorta dalle ceneri della vecchia società per azioni c’è una Nuova Banca delle Marche ripulita da miliardi di euro di sofferenze. Il patrimonio, come detto, vale un miliardo di euro ed è stato interamente versato dal Fondo di Risoluzione, con adesso la nuova società agirà sotto il controllo dell’Autorità di risoluzione. A presiederne il Cda sarà l’ex direttore generale di Unicredit, Roberto Nicastro. Il nuovo istituto potrà contare su attivi (prestiti, attività e altri investimenti) per 12.4 miliardi di euro, depositi, obbligazioni e altre fonti di raccolta per complessivi 14.3 miliardi di euro, oltre a vantare crediti garantiti dal Fondo di risoluzione per 900mila euro nei confronti della bad-bank. In cassa, circa 2 miliardi di euro. E se la nuova Banca Marche riparte con un portafoglio crediti ripulito, per la vecchia Banca Marche spa – come ha scritto la Banca d’Italia e come prevedono le norme sui salvataggi – si andrà adesso verso la liquidazione coatta amministrativa.
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Stefano De Polis, responsabile dell’Unità di risoluzione delle crisi in capo a Banca d’Italia
COS’E’ UNA RISOLUZIONE – La risoluzione di un gruppo bancario è una procedura prevista dalla direttiva europea Brrd sulla gestione delle crisi ed equivale in qualche modo alla ristrutturazione di una banca. Lo strumento della risoluzione è stato pensato come procedura di emergenza davanti all’assenza di altri tipi di soluzione per istituti bancari la cui liquidazione coatta amministrativa procurerebbe un turbamento alla stabilità del sistema economico e finanziario di un paese.  Quattro sono i meccanismi di risoluzione individuati dalle nuove normative: la cessione a privati di alcune parti di una banca, la cessione a un ente-ponte (vedi sotto), la creazione di una bad bank ed infine il bail-in, in vigore però solo dal 1 gennaio del 2016.  Una risoluzione viene attivata dall’Unità di risoluzione della Banca d’Italia dopo l’autorizzazione del Ministero dell’Economia. L’avvio di una risoluzione comporta la nomina di uno o più commissari speciali a cui sono concessi anche i poteri dei soci. Una volta stabilito un piano di intervento, l’Unità di risoluzione può portarlo a compimento senza nessuna ratifica da parte delle assemblee degli azionisti. I quattro strumenti di risoluzione possono essere utilizzati singolarmente oppure in concorso tra loro. Per una banca, ad esempio, possono essere ceduti alcuni attivi ai privati, altri possono confluire in un ente-ponte, altri ancora in unabad-bank. L’autorità di risoluzione ha, tra i suoi poteri, anche quello di azzerare il valore delle azioni o di convertire in patrimonio le obbligazioni subordinate. Nessuno dei creditori di una banca, comunque,  può avere dall’esito di una risoluzione un trattamento peggiore di quello a cui sarebbe destinato in caso di liquidazione coatta amministrativa. La risoluzione termina al momento in cui il piano, predisposto in fase di apertura del procedimento, viene portato a compimento.

Fonte: BorsaItaliana.it
COSA SONO L’ENTE-PONTE E LA BAD BANK – La creazione di un ente-ponte, come detto, è uno degli strumenti di risoluzione individuati dalla direttiva europea sulla gestione delle crisi bancarie (Brrd) per ristrutturare una banca in stato di dissesto. Sull’ente-ponte – che è in pratica una nuova società – va a confluire la parte buona di una banca (good bank), con il capitale dell’ente-ponte detenuto in massima parte dal fondo di risoluzione delle crisi (nel caso italiano sarà il ruolo del Fitd). Lo scopo della nuova società è permettere la continuità delle funzioni essenziali dell’istituto in dissesto che ha ceduto le proprie attività. E’ la Banca d’Italia ad approvare lo statuto e le nomine degli amministratori dell’ente-ponte il quale viene autorizzato a svolgere l’attività bancaria. L’ente-ponte è in qualche modo una banca a termine nata sulle ceneri della banca in crisi, un ente transitorio che a sua volta cessa di esistere quando si fonde con un altro soggetto o quando la quasi totalità dei suoi beni sono stati ceduti a terzi in tempi che rendono economicamente fattibile l’operazione.
Se la parte buona di una banca finisce all’ente-ponte, i crediti deteriorati dell’istituto originario possono invece confluire in una società veicolo (bad-bank) capitalizzata dal Fondo di risoluzione o tramite altri interventi pubblici. Scopo della bad-bank è massimizzare nel tempo il valore dei beni ceduti dalla banca originaria, beni che – nel caso di Banca Marche – corrispondono di fatto a crediti deteriorati accompagnati dai relativi beni posti a garanzia. I proventi ottenuti dalla bad-bank finiscono ovviamente a chi ha capitalizzato questa società veicolo e non all’istituto cedente. La banca originaria intanto, ormai svuotata sia della parte buona che di quella cattiva, si avvia verso la liquidazione, così come prevede la direttiva Brrd.


Seconda parte.

di Marco Ricci

(Fonte: Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro)
Da questa sera, purtroppo, se ne renderanno conto in primis i possessori delle azioni Banca Marche, di quei quasi 1,3 milioni di euro di titoli che adesso valgono come carta straccia. Immaginando un valore medio di acquisto di 0.85 euro, il dissesto della banca è costato ai soci di Banca Marche circa 1.1 miliardi di euro. In questa cifra – va ricordato – sono compresi i 180 milioni di euro relativi all’ultimo aumento di capitale del 2012. Oltre alle azioni, azzerate per coprire le perdite come prevede la Brrd, a questo amaro conto si devono sommare le obbligazioni subordinate – sia le upper tier II che le lower Tier II – le cui emissioni nel complesso valevano circa mezzo miliardo di euro e che oggi sono state azzerate. Facendo quindi i conti della serva, tra azioni e obbligazioni subordinate, è andato in fumo oltre un miliardo e mezzo di euro di investimenti. E sempre con un calcolo di massima, si scopre come circa 600 milioni di euro di questi investimenti fossero frutto dei risparmi di famiglie, imprese e piccole attività, risparmi insomma dell’intero tessuto sociale marchigiano. Il resto delle perdite, invece, a carico di investitori istituzionali e, in particolare, delle Fondazioni principali azioniste di Banca Marche.

La sede della Fondazione Carima
Per Macerata, Pesaro, Jesi il danno provocato dal dissesto della banca conferitaria è immane. Stando ai numeri a bilancio 2012, la Fondazione Carima ha visto andare in fumo circa 160 milioni di euro. Pesaro – considerando le obbligazioni subordinate BM – una cifra simile. La Fondazione Carisj registra invece, nel complesso degli ultimi anni, una perdita di patrimonio di quasi 70 milioni di euro, comprendendo anche l’ultimo investimento in subordinate. Per le tre Fondazioni, insomma, sono evaporati per sempre più o meno 400 milioni di euro, risorse che le tre istituzioni avevano ereditato dalle vecchie Casse di risparmio, frutti insomma di risparmi di generazioni di marchigiani.
Sulla tragicità di questa vicenda – disastrosa per l’economia marchigiana ma in qualche modo rivelatrice di un tessuto finanziario e sociale – l’ombra delle inchieste giudiziarie, con la Procura di Ancona e la Procura di Roma che indagano dirigenti, amministratori, imprenditori e consulenti per reati che vanno – a vario titolo – dall’associazione per delinquere, all’appropriazione indebita, alla corruzione tra privati, oltre all’ostacolo alle autorità di vigilanza, al falso in bilancio e al falso in prospetto informativo. Questo mentre la Consob ha già sanzionato gli ex vertici della banca in relazione proprio all’ultimo aumento di capitale da 180 milioni di euro, per aver celato al mercato “informazioni che avrebbero verosimilmente potuto dissuadere dall’aderire all’offerta.” Secondo Consob, infatti, l’ex direttore generale, Massimo Bianconi, e l’allora presidente della banca agirono con dolo nel mettere in atto i loro comportamenti, con i sottoscrittori di quell’ultima emissione di azioni che oggi si ritrovano con nulla in mano.
Non è difficile a questo punto immaginare le reazioni dei piccoli investitori i quali – incolpevoli, senza rappresentanti in Cda e basandosi unicamente su dati e bilanci oggi ipotizzati falsi dalla Procura di Ancona – diedero la loro fiducia a Banca Marche, agli ex dirigenti e agli ex amministratori dell’istituto. Risparmiatori incolpevoli i quali, come sempre avviene in tutti i disastri finanziari, sono i primi – e spesso purtroppo anche gli ultimi – a pagare. Non resta a questo punto attendere che la magistratura facciano luce al più presto su questo dissesto di proporzioni ciclopiche di cui – tranne la Vigilanza di Banca d’Italia che aveva ripetutamente sanzionato gli ex vertici della banca – fino al 2013 nessuno, incomprensibilmente, avrebbe avuto il minimo sentore.


1 commento:

  1. "per primo pagano i possessori di strumenti di rischio" dicono. Dovrebbe essere così in un Sistema sano dove una Società va in dissesto per ragioni di mercato quali esse siano. Ma di fronte a malversazioni di ogni tipo, come false comunicazioni al mercato, aggiotaggio con sceneggiate napoletane su OPA fantasma (qui mi riferisco alla vicenda di Banca Etruria) gli azionisti di minoranza dovrebbero essere le prime vittime da risarcire. Invece sono gli unici che pagano, visto che chi ha creato i dissesti ne uscirà indenne e le banche del Fondo di garanzìa (saranno esse ad aver chiesto l'asfaltatura degli azionisti e degli obbligazionisti junior?) ne usciranno con una lauta plusvalenza. Nulla di nuovo, evidentemente il caso parmalat ha fatto scuola.

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