lunedì 9 novembre 2015

QUELLO CHE IL TASSO DI DISOCCUPAZIONE NON DICE

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In genere, quando si parla di mercato del lavoro, i media e anche i  politici tendono a riassumere le dinamiche dell'occupazione o della disoccupazione dando molto risalto al tasso di disoccupazione.
In realtà, quando si parla di tasso di disoccupazione, essendo dato dal rapporto percentuale tra chi cerca lavoro e la forza lavoro complessiva, tende a nascondere altri fenomeni, come ad esempio il numero degli inattivi, in quanto trattasi di persone che non vengono considerate nella forza lavoro.
Quindi, può capitare che il tasso di disoccupazione diminuisca (fenomeno apparentemente virtuoso) nonostante  diminuiscano il numero degli occupati. Ciò accade quando i disoccupati rinunciano a cercare lavoro.
Un esempio concreto lo abbiamo avuto proprio nel mese di settembre e del caso ce ne siamo occupati in questo post. Allo stesso modo, il tasso tasso di disoccupazione non coglie il numero degli occupati con contratti part-time  e altri fenomeni di disoccupazione (ce ne siamo occupati QUI).
Quindi, ribadiamo, il tasso di disoccupazione è un indicatore sintetico che non fornisce una rappresentazione esaustiva delle dinamiche del marcato del lavoro.
Altro elemento che il tasso di disoccupazione non coglie riguarda la dinamica degli occupati italiani e stranieri.
Il grafico in appresso ne evidenzia il fenomeno.

Si osserva che, dall'inizio della crisi, gli italiani (linea blu, scala sinistra) hanno perso un milione e settecentomila posti, mentre gli stranieri (linea rossa, scala destra) ne hanno guadagnati circa 700 mila. La realtà è che, nella maggior parte dei casi, l'occupazione degli stranieri viene preferita  per via del basso costo della manodopera, contribuendo così alla svalutazione salariale. Questo fenomeno rischia di arrecare danni ben più ampi  all'economia, per il semplice motivo che una   forza lavoro a  basso costo e poco qualificata  potrebbe disincentivare i datori di lavoro ad investire in tecnologie e fattori più evoluti e più produttivi, traendo profitto (di breve periodo) utilizzando l'abbondanza di manodopera poco pagata, ma poco produttiva.

Ieri, leggendo un articolo su Il Sole 24 Ore, a proposito dell'occupazione creata negli ultimi nove mesi, sono stato colpito da una riflessione di Luca Ricolfi che ha scritto:

Perché dico che il bilancio è magro (riferendosi all'occupazione, Ndr)? Non sono, 185 mila posti di lavoro, un risultato comunque apprezzabile? Il bilancio è magro, innanzitutto, in termini di costi e benefici. Perché i costi sono stati altissimi (circa 12 miliardi, spalmati in 3 anni, per i soli assunti nel 2015), ma i benefici occupazionali sono stati minimi. Per rendersene conto, basta confrontare l’incremento di posti nei primi 9 mesi del 2015 (vigente la decontribuzione, e con il Pil in crescita), con quello dei primi 9 mesi del 2014 (senza decontribuzione, e con il Pil in calo). Sembra incredibile, ma la formazione di posti di lavoro è del tutto analoga: 185 mila nel 2015, 159 mila nel 2014. La differenza è trascurabile (prossima all’errore statistico), tanto più se si considera che nel 2014 l’economia andava decisamente peggio che nel 2015. Nel corso di quest’anno, nonostante una congiuntura decisamente più favorevole, nonché la spinta della decontribuzione, la formazione di posti di lavoro è migliorata di appena 26 mila posti (185 mila contro 159 mila). Poiché la decontribuzione una spinta comunque l’ha data, viene da chiedersi che cosa sarebbe successo senza di essa, e quali siano le forze che rallentano in modo così drammatico la crescita dell’occupazione. Se fossi il ministro del lavoro sarei piuttosto preoccupato…
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