giovedì 15 ottobre 2015

INTERCONNESSIONI EMERGENTI

Come ben conoscono i lettori che seguono questi pixel, nel corso del 2015, mi sono  occupato a più riprese dei paesi emergenti, in quanto, in un modo sempre più interconnesso, il tema delle economie emergenti costituisce il leitmotiv dell'anno in corso, insieme al rallentamento dell'economia cinese e al tema tassi d'interesse degli Usa.
Non è un caso  che, già da gennaio, ho iniziato a parlare dei mercati emergenti e delle conseguenze che avrebbero prodotto il crollo dei prezzi delle materie prime e la svalutazione delle rispettive valute nei confronti del dollaro (al riguardo si suggerisce di leggere qui, qui, qui, qui).
Le economie emergenti non sono come erano 20 anni fa, e in termini dimensionali sono molto più importanti di allora. Sono anche più integrate con il resto del mondo, sia negli scambi commerciali che nel flussi finanziari.
Da ciò se ne deduce che la crescita (o la decrescita) di tali economie agisce in modo più incisivo sulle performance delle economie sviluppate e, di conseguenza, anche sui mercati finanziari.
Ciò posto, non è un caso che le varie istituzioni finanziarie internazionali (Ifm, World Bank, Bis), negli ultimi periodi, nei rispettivi rapporti, abbiano rivolto particolare attenzione proprio alle economie emergenti, evidenziando gli elementi di maggior preoccupazione: cose che in questi pixel sono state discusse quasi un anno fa.
Le quali economi emergenti, a loro volta, dipendono in larga parte dalla stabilizzazione (crescita) dei prezzi delle materie prime e, sopratutto, del petrolio. Che a loro volta, oltre che dall'offerta, dipendono dalla domanda mondiale. La quale non può ritenersi soddisfacente in assenza del contributo della domanda proveniente, appunto, dalle economie emergenti. Quanto affermato é tanto più vero se si considera l'alto indebitamento delle economie sviluppate che non consente di stimolare la domanda per via fiscale.
Da tutto questo ragionamento se ne deduce che le interconnessioni esistenti tra le varie aree economiche e i vari mercati non consentono a talune economie (ancorché sviluppate) di ritenersi immuni laddove ne esistano altre che, invece, mostrano segnali di significativo indebolimento che, nel caso delle economie emergenti, come abbiamo detto più volte, è ulteriormente aggravato dall'indebitamento privato denominato in valuta estera.

Come ci ricorda un articolo pubblicato su The Walking Debt -che ringrazio- l’Fmi ha condotto una simulazione dalla quale emerge che il calo già subito potrebbe impattare per circa l’1% sul tasso di crescita dei paesi esportatori nel periodo 2015-17, rispetto alla crescita che si è registrata fra il 2012-14. Nei paesi esportatori di energia, tale calo sarà ancora più pronunciato: si stima si possa arrivare fino al 2,25% in media ogni anno.


Ciò viene aggravato dalla circostanza che l’effetto sull’economia potrebbe non essere semplicemente ciclico, ma strutturale: “Gli investimenti e quindi l’output potenziale tendono a crescere più lentamente durante una fase di ribasso dei prezzi delle commodity”, spiega uno degli analisti.
Il fattore strutturale, a sua volta, si avvita con quello congiunturale, il che peggiora le conseguenze dello slowdown. Dal che il Fmi deduce che “i policymaker dei paesi esportatori di commodity dovranno andare aldilà della politiche di supporto alla domanda, e adottare riforme strutturali per migliorare il capitale umano, aumentare gli investimenti e ottenere più elevati tassi di crescita della produttività”.
Gira e rigira, arrivano sempre le riforme strutturali. “Un cambio più flessibile e regole capaci di evitare gli effetti procicliche della politiche fiscali può alleggerire il peso dei ribassi sulle economie esportatrici”, nota il Fmi. E poi ci sono quelle riforme che fanno bene a tutti: creare un clima favorevole al business, migliorare l’istruzione, eccetera.
Ma lo studio del Fmi, stime a parte, è utile perché è stato condotto esaminando i dati di 40 paesi esportatori negli ultimi 50 anni. E non è tanto importante il fatto che molti di questi paesi dipendano pesantemente dagli incassi esteri per la loro politica fiscale, né che tali entrate siano procicliche, quindi aiutano quando tutto va bene e danneggiano quando i prezzi calano.
Il fatto sul quale il Fmi sorvola ma che giova rilevare è che queste economie raggruppano miliardi di persone. Che prima non stavano bene e adesso rischiano di stare peggio.

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