sabato 5 settembre 2015

LA CINA, LO SHORT, LA BORSA O LA VITA

-di Paolo Cardenà per Qelsi – Non vi è dubbio che il tema che ha maggiormente caratterizzato il caldo agosto appena concluso siano state le preoccupazioni per lo stato di salute dell’economia cinese che, nelle ultime settimane, hanno determinato la significativa correzione dei mercati azionari cinesi che, almeno apparentemente, hanno contagiato le piazze finanziarie di tutto il mondo quando, lunedì 24 agosto, gli indici hanno azionari hanno subito pesanti  perdite, recuperate nelle sedute successive. Tuttavia,  permangono fattori di rischio che si riflettono sui mercati che continuano ad essere volatili e vulnerabili.
In generale  possiamo affermare che il mondo intero è seduto sopra una montagna di debito che non ha precedenti nella storia: debiti che, in via di principio,  limitano e riducono la capacità di spesa e di investimento dei privati e degli stati.
In un contesto in cui maturano preoccupazioni per la crescita globale, ecco che i mercati tendono a posizionarsi su livelli di prezzo via via inferiori, tali da incorporare gli effetti del rallentamento di importanti economie, come quella cinese ad esempio, ma non solo.

In dettaglio, l tensioni che  si sono verificate sui mercati nel corso delle ultime settimane, sembrano riflettere i timori sulle prospettive  dell’economia cinese e le conseguenti ripercussioni per l’economia mondiale. In particolare gli operatori hanno riconsiderato le prospettive di crescita dell’economia cinese e  anche la capacità delle autorità cinesi di far fronte in modo efficacie alle fide che l’economia cinese si trova ad affrontare, modificando radicalmente il modello di sviluppo, passando da un’economia particolarmente vocata alle esportazioni e  agli investimenti infrastrutturali -motori di crescita degli ultimi decenni- a un’economia dove i consumi e servizi assumano carattere predominante, e diminuire l’indebitamento determinato dagli stimoli fiscali successivi alla grande recessione. Fatto è che l’economia cinese si trova in una fase di graduale rallentamento del tutto fisiologico dopo alcuni decenni di crescita impetuosa.

Venendo a quelli che sono le preoccupazioni degli operatori va osservato che:

·    La correzione del mercato azionario cinese  non dovrebbe avere un impatto significativo sull'attività economia in quanto le famiglie cinesi detengono  una contenuta percentuale di azioni rispetto al totale della ricchezza. A sostegno di questa tesi giova ricordare che le fasi di rialzo dei mercati non si sono tradotte in una maggiore attività economica tale da terminare un tangibile incremento del PIL. Quindi, l'effetto ricchezza determinato dalla performance dei mercati azionari è assai più contenuto rispetto ad altre economie più mature che, invece,  potrebbero patire ricadute sulla fiducia dei consumatori.

·    Allo stato attuale, nonostante il rallentamento dell'economia, non sussistono evidenti e generalizzati segnali che inducano a ritenere che l'economia cinese possa cadere in recessione. Alcuni dati si sono certamente dimostrati deludenti, come ad esempio la fiducia delle imprese manifatturiere e le esportazioni; mentre altri sono stati più incoraggianti, come quelli relativi al settore residenziale, la cui stabilizzazione è di fondamentale importanza per il sostegno alla congiuntura.

·   Le autorità cinesi dispongono ancora di importanti strumenti di politica economica idonei a fronteggiare sia i problemi congiunturali che strutturali dell'economia cinese.
Ad oggi, alla luce delle considerazioni appena esposte, appare poco probabile che lo sviluppo dell'economia cinese possa essere modificato in modo significativo dalla correzione dei mercati azionari. Né esistono fondate ragioni per ritenere che il nervosismo dei mercati possa avere un impatto rilevate sull'economia mondiale tale da generare un significativo rallentamento o, addirittura, una recessione nelle economie avanzate. Tale rischio, tuttavia, appare più concreto in quelle economie emergenti più esposte al rallentamento dell'economia cinese e alla correzione dei prezzi delle materie prime (ne parleremo tra poco).

In un contesto certamente delicato si inseriscono altri fattori di preoccupazione, come ad esempio la crisi greca ed altri fattori dei cui discuteremo in avanti. La Grecia, proprio di recente, è stata destinataria di un pacchetto di aiuti (il terzo negli ultimi anni) di 86 miliardi di euro dopo un estenuante trattativa, durata più di sei mesi, tra il Governo di Atene e i creditori, con la quale si è scongiurata (per il momento) l’uscita dalla moneta unica. La trattativa ha in qualche modo esercitato delle pressioni sul sentiment e sulla fiducia degli operatori per tutta la prima parte dell’anno e oltre, attenuando la ripresa dell'attività economica che si sta avendo principalmente (soprattutto in alcuni paesi) per effetto delle misure espansive poste in essere dalla BCE e degli altri fattori che stanno stimolando la crescita economica in eurozona (euro debole, petrolio a prezzi ridotti e bassi tassi di interesse). Successivamente alla firma dell’accordo sugli aiuti, il governo di Atene si è dimesso e pertanto, nelle prossime settimane, i greci saranno chiamati ad elezioni anticipate per eleggere un nuovo parlamento che dovrà sostenere un nuovo governo. Allo stato attuale, se la crisi greca appare arginata, non è affatto detto che, nel medio termine, non si riproponga nuovamente, stante anche la non sostenibilità del piano di aiuti, peraltro denunciata da più parti. Quindi, il focolaio greco, seppur apparentemente domato, continua ad essere un elemento di tensione e anche di preoccupazione, pronto a prendere nuovamente vigore.

In eurozona la crescita economica, benché più vivace rispetto ai trimestri precedenti (ma comunque distante da quella di altre economie sviluppate), appare ben lontana da un ritmo che possa consentire di riassorbire le sacche di disoccupazione (soprattutto nei paesi dell’area mediterranea) in tempi  relativamente rapidi. Inoltre, nelle ultime settimane, complice anche l’ulteriore caduta del prezzo delle materie prime e del petrolio, le aspettative sull’inflazione si sono ulteriormente indebolite. In particolare le aspettative di inflazione a un anno sono scese sotto lo zero, mentre, guardando a periodi più lunghi (2-5 anni), le attese sono per un inflazione ancora ben lontana dal target della BCE (2%). Tant’è vero che, proprio di recente, alcuni esponenti della banca centrale ed altri commentatori hanno ipotizzato che la BCE potrebbe addirittura implementare il QE ( quello attuale giungerà a termine tra un anno) o implementare altre misure di stimolo monetario; possibilità confermata dallo stesso Draghi in conferenza stampa a margine della riunione odierna della BCE. Questa eventualità potrebbe essere favorita anche dal rallentamento dell'economia globale, qualora dovesse farsi più marcato e insidioso per la crescita dell'eurozona.

Se da un lato il crollo delle materie prime  e del petrolio restituisce maggior potere ai consumatori delle economie importatrici di prodotti energetici, dall’altro mette sotto pressione i bilanci dei paesi  che, proprio dalle esportazioni di petrolio (e delle materie prime), traggono robusti contributi per le rispettive economie. Ciò determina pressioni  sulle valute emergenti che si indeboliscono. Le economie emergenti, tendenzialmente, hanno bassi livelli di debito pubblico, ma, al tempo stesso,  elevati livelli di indebitamento privato. Proprio in queste economie,  nel corso degli ultimi anni, grazie anche ai bassi tassi di interesse, l’indebitamento corporate in dollari ha subito un aumento esponenziale. La forza del dollaro rende più difficoltoso il rimborso dei debiti contratti in valuta statunitense, esercitando pressioni su quegli emittenti che, per forza di cose, devono giungere a realizzare delle economie per poter compensare i maggiori oneri derivanti dal cambio meno favorevole.

Maggiori economie si traducono in livelli di investimento più bassi da parte delle imprese. Le economie emergenti stanno patendo l'indebolimento dell'attività economica anche a  causa del rallentamento dell'economia cinese che si riflette in una minore domanda di materie prime.  Inoltre, il graduale venir meno della politica accomodante da parte della FED penalizza quei paesi che hanno goduto di ingenti afflussi di capitali dai paesi avanzati, costringendo ora invece ad un rallentamento del ciclo del credito interno e mettendo a rischio chi si è indebitato maggiormente.

Qualche giorno fa, gli Usa hanno rivisto al rialzo le stime del Pil del secondo trimestre ma, nel corso delle ultime settimane, sono usciti dei dati contrastanti sulla ripresa dell'economia a stelle e strisce. Non vi è dubbio che le attenzioni sono puntate tutte sulla FED (Federal Reserve) che, come annunciato, in occasione dei prossimi meeting del FOMC (braccio operativo della FED), dovrebbe avviare il ciclo di rialzo dei tassi di interesse (dal 2008 mantenuti pressoché a zero) al fine di normalizzare la politica monetaria. Gli operatori si attendono  un primo rialzo di tassi (0.25%) in occasione del meeting di settembre. Tuttavia, come reiteratamente affermato dalla Yellen, la Fed, nell'ambito della normalizzazione della politica monetaria, oltre a valutare la qualità e la forza dell'economia Usa, le aspettative sull'inflazione (lontane dal target della banca centrale) e  gli indicatori provenienti dal mercato del lavoro, terrà conto anche degli scenari internazionali e degli impatti che potrebbe avere l'avio del  ciclo restrittivo sui tassi. La correzione dei mercati delle ultime settimane e le preoccupazioni  per il rallentamento dell' attività economica mondiale (pochi giorni fa il Fondo Monetario Internazionale ha tagliato le previsioni di crescita dell'economia mondiale, anche se non in maniera rilevante), potrebbero essere elementi idonei a differire l'aumento dei tassi di interesse.

Concludendo, a proposito delle tensioni sui mercati, negli ultimi giorni, si sta leggendo un po' di tutto. C'è addirittura chi si spinge a ritenere che quanto sta avvenendo potrebbe essere il preludio per una crisi sistemica di ampie proporzioni. 
Tenuto conto dei rischi espressi in questo articolo e di altri di natura geopolitica, andrebbe anche ricordato che oltre la metà della popolazione mondiale vive in economie le cui banche centrali sono in piena manovra espansiva e che, da inizio anno, almeno 55 banche centrali in giro per il mondo hanno posto in essere feroci manovre di allentamento monetario. 

Se dovesse esser vera la tesi di chi vede l'arrivo di "un'apocalisse finanziaria", il rischio sarebbe proprio quello di mettere in discussione la fede nelle banche centrali stesse e, di conseguenza, anche la tenuta dell'attuale sistema monetario verrebbe compromessa, con tutto ciò che di imprevedibile e nefasto potrebbe derivarne. Di conseguenza, in questa ipotesi,  il crollo delle borse dovrebbe essere l'ultima delle preoccupazioni. Non credo proprio che andrà così. Anche se, come noto, anche un orologio rotto segna l'ora esatta. Ma solo due volte al giorno.

1 commento:

  1. Io personalmente non "ritengo" che avverrà un crollo finanziario su scala mondiale. Lo spero.
    Perché la crisi del mondo non è dovuta ai debiti, ma al fatto che al potere ci sono sempre le stesse mummie, lobby e multinazionali serve delle stesse famiglie.
    Manca il ricambio nella classe auto-proclamatasi dirigente del mondo e questa stagnazione si riverbera giù a tutti i livelli dell'economia.

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