sabato 2 maggio 2015

GUEST POST: LA LEZIONE DIMENTICATA D'ARTHUR LAFFER

Guest Post di Matteo Gianola
Solita routine per l’Italia: il debito continua ad aumentare, fino al livello record di qualche giorno fa di quasi 2.170 miliardi d’euro; la pressione fiscale aumenta, fino al record storico del 50,3% del PIL nel Q4 del 2014; la disoccupazione è piuttosto stabile, sulla doppia cifra percentuale del 12,6% a gennaio; il governo, nella figura del presidente del Consiglio, parla e parla ancora di riforme senza intavolare nulla di strutturale; i mercati finanziari continuano a crescere, incuranti dei fondamentali. La grande novità, in questi mesi, è però data dall’avvio del programma di QE da parte della BCE, e dal conseguente indebolimento dell’euro rispetto a USD e CHF, dovuto principalmente alle aspettative su un rialzo dei tassi da parte della Fed e all’eliminazione del peg sulla valuta svizzera. Le conseguenze più visibili si possono individuare nei dati della bilancia commerciale del Paese, che a febbraio ha registrato un dato positivo per 3,5 miliardi d’euro, di cui 2,7 miliardi di progressione solo nelle quattro settimane precedenti; al netto dei costi d’approvvigionamento energetico, la bilancia commerciale segna un avanzo d’oltre 6 miliardi d’euro, cosa che ha fatto esprimere, da parte di più di un commentatore, un moto di soddisfazione, come se il Paese fosse uscito dalla depressione in cui è caduto fin dal 2011. Lo stato vero della salute, però, si può intuire dall’andamento delle entrate erariali, che dipingono un altro scenario.

Nonostante le reboanti dichiarazioni del presidente del Consiglio Matteo Renzi sul «cambiamento di rotta» dell’azione di governo con l’avvio di un progressivo allentamento della pressione fiscale, a fine 2014 s’è registrato il record di pressione “nominale” del fisco sul PIL, cosa che ha portato la pressione “reale” — depurata, cioè, del calcolo spannometrico del tasso d’evasione fiscale inserito nel computo del PIL — al 60,6%. A rigor di logica, un aumento così ingente del prelievo, terminata la fase recessiva, dovrebbe portare a un incremento degli introiti dello Stato, ma la situazione è assai differente. L’Agenzia delle Entrate scrive in un comunicato stampa: «Nel mese di gennaio 2015 le entrate tributarie erariali, accertate in base al criterio della competenza giuridica, ammontano a 32.863 milioni d’euro, [e] risultano sostanzialmente stabili rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (−0,1%, pari a −48 milioni d’euro)».
L’andamento di un mese solo non è sufficiente per descrivere una tendenza annua, ma, riferendosi al mese dove s’è verificato un balzo record delle pretese erariali, rappresenta un risultato piuttosto significativo, soprattutto se osservato nelle sue componenti principali.
Le imposte dirette registrano un gettito positivo, complessivamente pari a 22.785 milioni d’euro, con un incremento dello 0,2% (+54 milioni d’euro) YtY. In particolare:
  • L’IRPEF segnala una variazione positiva dello 0,3% (+58 milioni d’euro), e riflette gli andamenti delle ritenute sui redditi dei dipendenti del settore privato (+3,1%), delle ritenute sui redditi dei dipendenti del settore pubblico (−2,5%) e dei lavoratori autonomi (+5%), che, in presenza di una stagnazione degli incrementi salariali, sottolinea quanto siano aumentate le imposte sui redditi, soprattutto per mezzo delle addizionali locali, cresciute esasperatamente nel corso degli ultimi anni.
  • L’IRES presenta un gettito di 154 milioni d’euro, in calo del 43,6% (−119 milioni d’euro), indicando perfettamente l’andamento del settore produttivo, con una continua erosione dei redditi societari delle PMI e, di conseguenza, la caduta del gettito su questi ultimi.
  • Tra le altre imposte dirette, è utile segnalare l’incremento del gettito relativo all’imposta sostitutiva su interessi e altri redditi di capitale, pari a 643 milioni d’euro. Cresce del 18,2% (+99 milioni d’euro) rispetto allo stesso mese dello scorso anno, cioè in modo assolutamente inferiore rispetto all’incremento dell’aliquota stessa, passata dal 20% al 26%, con un aumento relativo pari al 30%. In un periodo di forte incremento dei valori mobiliari, una crescita meno che proporzionale degli introiti che cosa potrebbe voler dire se non che le masse investite sono oggettivamente diminuite nel Paese? Ma tutto va bene.
Dal lato delle imposte indirette, si registra un gettito pari a 10.078 milioni d’euro, con una variazione negativa dell’1% (−102 milioni d’euro) YtY a livello complessivo.
  • Il gettito IVA cala del 3,3% (−164 milioni d’euro) per effetto della flessione d’entrambe le componenti relative agli scambi interni (−2%, pari a −75 milioni d’euro) e alle importazioni (−7,2%, pari a −89 milioni d’euro), segnalando il vero motivo della variazione positiva della bilancia commerciale: il crollo dei consumi e del mercato interno.
  • L’imposta di bollo cresce del 34,6% (+177 milioni d’euro), unica componente positiva nella categoria.
  • Tra le altre imposte indirette, si segnala il calo di 4,1% (−59 milioni d’euro) del gettito dell’accisa sui prodotti energetici (oli minerali), e la crescita dei gettiti dell’accisa sull’energia elettrica e addizionali dell’8,5% (+17 milioni d’euro) e dell’accisa sul gas naturale per combustione (gas metano) del 5,8% (+18 milioni d’euro), riconducibili ancora all’aumento della pressione fiscale su questi comparti da parte dell’azione del governo, poiché i consumi, secondo ISTAT, sono in calo, così come i prezzi alla produzione, che seguono l’andamento dei prezzi internazionali delle materie prime, che, nonostante il rapporto di cambio sfavorevole, mantengono livelli minimi.
Un punto molto positivo, invece, si riscontra nel capitolo «lotta all’evasione», che segna un incremento d’oltre il 58% sulle cifre recuperate dall’Erario, quantificabile nella cifra record di 727 milioni d’euro, che, di fronte agli attivi di bilancio dello Stato previsti per il 2015, rappresenta un «tesoretto» pari allo 0,14% del gettito complessivo. Fortuna che il tasso d’evasione dovrebbe essere pari al 17% del PIL!
La cosa interessante è che il bilancio previsionale che uscirebbe dall’ultimo DEF porterebbe a un incremento delle entrate nei prossimi due anni a 540,59 miliardi d’euro per il 2016 e a 556,502 miliardi per il 2017; il che vuol dire un incremento del 4,62% per il 2016 sul 2015 e del 2,94% per il 2017 sul 2016. Facendo due calcoli, prevedendo una crescita per quest’anno dello 0,5% e di un 1,5% per il 2016, sembra evidente che, per mantenere questi livelli di crescita delle entrate, sia necessario o un ulteriore inasprimento fiscale o un innalzamento ulteriore del debito, che poi altro non sarebbe che una posticipazione del prelievo fiscale a data da destinarsi.
Negli ultimi anni ho scritto della ripresa immaginaria vista da Mario Monti nel 2013, e ho parlato, ultimamente, della ripresa (per i fondelli) ventilata da Renzi. Ma è evidente che una vera svolta potrebbe esser innescata solo da uno shock fiscale che possa ridare fiducia al mercato interno e ridare slancio a consumi e investimenti. Probabilmente, una vera riduzione d’imposta potrebbe portare a un extragettito nel medio termine, così come previsto dal pluricitato, su queste pagine, modello di Laffer, e come ipotizzato pensando a un processo che potrebbe essere chiamato «una Reaganomics per l’Italia», anche accompagnando la proposta con un modello di riforma fiscale fattibile, poiché sembra che non ci sia veramente un desiderio di trasformare il Paese e d’andare oltre questa stagnazione che dura ormai da quasi due decenni.

3 commenti:

  1. Quello che conta di più oggi giorno è il "denaro", ma se abbiamo abbondante denaro e non abbiamo la "salute", cosa ce ne faremo?
    https://www.facebook.com/AgataPensieriparoleinmusica/photos/a.376924779035479.84441.203003466427612/903830383011580/?type=1

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  2. Non discuto il complesso dell'intervento, ma contesto la versione, propagandata a destra e manca, sul QE - versione che non sta assolutamente in piedi - secondo la quale questo avrebbe qualcosa a che fare col calo dell'euro (che sarebbe poi, più propriamente, la salita del dollaro), e la relativa "ripresa" dell'export.
    L'euro "è in calo" dall'inizio di maggio 2014, quando di QE non si sentiva nemmeno parlare, e da allora è sceso con un trend del 24%/anno con poco rumore di fondo. L'annuncio del QE ha provocato una brusca cauta durata però pochi giorni (l'euro è sceso dal 9 marzo 2015 da 1,08 al picco di 1,05 il 17 di marzo), dopodiché ha preso a risalire ed oggi è a 1,12. Ad voler usare questo pensiero monocausale della siora Tordella, il QE ha fatto rialzare l'euro.
    E non potrebbe essere stato lui, in ogni caso, anche se le cose non fossero andate così come sono andate, il responsabile di una "ripresa dell'export", perché cose del genere non succedono nel giro di poche settimane (durante le quali comunque, l'euro si è rialzato).
    Dovremmo smettere di propalare simili baggianate.

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    1. Non ha né capo e né coda quello che affermi. L'euro, nel 2014, ha iniziato la sua svalutazione contro Usd soprattuto per via della caduta dei livelli di inflazione e quindi, di conseguenza, per via delle attese di un allentamento monetario da parte della Bce. Cosa avvenuta in luglio con l'annuncio del TLTRO e in gennaio con l'annuncio del QE. Il fatto che l'euro si stia apprezzando nelle ultime seduto, coincide con un deterioramento del quadro macroeconomica USA e con il rafforzamento delle aspettative di crescita in Eurozona.
      Saluti.

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