mercoledì 22 aprile 2015

RISCHIO GREXIT: LE PERLE DI SAGGEZZA DEL MINISTRO PADOAN. (A FUTURA MEMORIA)

Dopo la speranza espressa dal titolare del ministero dell'economia a proposito del debito pubblico  che, secondo il ministro, sarebbe destinato a scendere (ipotesi assai discutibile  e della quale abbiamo parlato qui), vale la pena segnalare un'altra perla di saggezza detta dal Ministro Padoan, che afferma:
"I rischi per l'Italia non crescerebbero con una Grexit [...] L'Italia ha significativamente rafforzato la propria posizione ed è aumentata la fiducia soprattutto da parte del mercato. I fondamentali dell'Italia si sono rafforzati e la cosa l'ha riconosciuta anche la Commissione europea". (Fonte: Milano Finanza)
Tralasciamo la seconda parte delle affermazioni di Padoan che, pur commentandosi da sole, abbiamo ritenuto di dover spendere qualche parola anche noi (lo abbiamo fatto  QUI, ma anche altrove), e concentriamoci sulla prima parte, e cioè sul fatto che, secondo il ministro: "I rischi per l'Italia non crescerebbero con una Grexit". Tesi, neanche a dirlo,  assai discutibile, per non dire inverosimile.
Intanto, andrebbe ricordato che secondo i conteggi effettuati da Barclays qualche settimana fa, l'Italia, in caso di uscita della Grecia, rischierebbe di subire una perdita di ben 61 miliardi di euro, che rappresentano quasi il 4% del PIl. Niente male per un paese con le pezze al culo; e questo, già di per se, sarebbe sufficiente a superare l'infallibile ottimismo del ministro dell'Economia.

Scondo Barclays la perdita per l'Italia sarebbe così determinata:

- 10 miliardi di prestiti bilaterali;
- 27,2 miliardi nel fondo “salvastati”; 
- 4,8 miliardi derivanti dalla partecipazione al Securities markets programme del 2012;

- 19,2 miliardi derivanti dal Target 2 (il sistema di compensazione dei pagamenti fra banche nazionali, anch’esso realizzato pro quota;
Finisce qui? Certo che no, perché andrebbe anche verificato l'impatto che l'eventuale Grexit avrebbe sui mercati, e quindi sui rendimenti dei titoli si stato dei paesi periferici per poi verificare anche come queste dinamiche inciderebbero sulla fragile ripresa economica, in un contesto globale certamente non privo di insidie.

Tanto per cominciare ho già segnalato che, nelle ultime due settimane, proprio in concomitanza con il riaccendersi delle tensioni tra Grecia e Ue (per la verità, da anni, mai domate) lo spread dei Btp italiani sul bund tedesco è aumentato del 40%, e non mi sembra roba da poco. Soprattutto in un contesto caratterizzato dagli acquisti massicci da parte della Bce.

Non ci sono dubbi sul fatto  che oggi  la situazione sia diversa rispetto al 2012, ma non per questo immune da pericoli reali e concreti.

Pur disponendo di una banca centrale (la BCE) profondamente diversa rispetto al 2012 e di un "sistema di sicurezza" già implementato (Qe, Tltro, Esm e Omt), se la Grecia dovesse lasciare l'Eurozona verrebbe modificata radicalmente la natura stessa dell'unione monetaria, principalmente per via del fatto che verrebbe meno il dogma (che dogma non è) dell'irreversibilità dell'euro. A quel punto, magari in occasione di una prossima crisi (che prima o poi si verificherà) anche altri paesi potrebbero decidere di gestire il problema uscendo dall'Eurozona. Di conseguenza, i mercati potrebbero essere aggrediti dal dubbio su chi potrebbe essere il prossimo paese.  Come segnala anche Paul De Graewe (docente alla London School of Economics e tra i massimi esperti di economia europea) questo influenzerebbe per sempre i comportamenti delle banche e delle aziende private che dovrebbero tenere presente questo scenario, e si trincererebbero ancora di più, invece di aprirsi verso gli altri paesi, nonostante la presenza di una moneta unica.

Non solo, ma il rischio di contagio, oltre a trasmettersi per via politica ( a fine anno si volta in Spagna e Podemos sta aggregando sempre più consensi), potrebbe trasmettersi per via bancaria.

I depositanti dei paesi più colpiti dalla crisi potrebbero essere tentati dal sottrarre liquidità dai rispettivi sistemi bancari, convertendo la provvista ottenuta in valuta "pregiata" che, verosimilmente, si rivaluterebbe  in caso di ritorno alle valute nazionali, qualora questo scenario dovesse concretizzarsi. In altre parole, le banche dei paesi mediterranei potrebbero trovarsi a fronteggiare una fuga di capitali e a patire il venir meno della fiducia dei risparmiatori verso la permanenza nell'unione monetaria, in un  contesto peraltro gravato dalla fragilità di una parte non trascurabile del sistema bancario.

Vi sembra qualcosa di poco probabile o remoto? Difficile dirlo, ma alla luce di un contesto che rimane assai complesso e  pieno di insidie, assumere un atteggiamento prudente sembra una scelta assai sensata.






Nessun commento:

Posta un commento