giovedì 26 marzo 2015

LA GUERRA VALUTARIA GLOBALE

Mentre la crescita globale è in una fase di rallentamento, la svalutazione della moneta è diventata la principale arma adottata da un  numero considerevole di banche centrali.


Con livelli di inflazione discendenti e un quadro macroeconomico in rallentamento, un numero impressionante di banche centrali si sono precipitate in manovre espansive: fino a quando si sono mantenuti sopra lo zero, hanno agito sulla leva dei tassi; esaurita la possibilità di agire sui tassi, sono passati a manovre di quantitative easing e hanno portato  i tassi in territorio negativo. Un territorio inesplorato.


In controtendenza rispetto alle altre grandi banche centrali c'è praticamente solo il Brasile, che si trova a fare i conti con livelli alti di inflazione. Perfino la Russia ha tagliato i tassi del 2% dopo l'aumento shock di dicembre necessario per contenere il deprezzamento del rublo. A proposito della politica monetaria degli Usa abbiamo detto QUI, e il rialzo dei tassi, allo stato attuale, non è per nulla scontato. Tanto per far comprendere che quella dei tassi Usa è una partita tutta da giocare e che molto dipenderà dai dati economici delle prossime settimane e dei prossimi mesi, vi riporto le dichiarazioni rilasciate da due membri della FED: Bullard (il falco) ed Evans (la colomba).

Il primo afferma che la politica monetaria della FED non è più adeguata e che, pertanto, il costo del denaro va alzato il prima possibile al fine di evitare di farlo troppo in fretta successivamente, evitando così conseguenze deleterie.
Di tutt'altro avviso è invece Evans, il presidente della FEd di Chicago, che ha avvertito che l'incertezza globale è il maggiore rischio per l'economia americana, e che ha lanciato un appello affinché i tassi restino bassi fino al 2016. Ha anche affermato che la forza del dollaro è elemento deflazionistico, mentre il crollo dei prezzi del petrolio restituisce potere di acquisto alle famiglie e aumenta i margini di profitto delle imprese. Insomma, le due dichiarazioni dicono tutto il contrario di tutto.

Lo scorso giugno, la BCE ha portato il tasso sui depositi a -0,2%. Dopo pochi mesi, con uno scenario deflattivo ormai alle porte, i tassi negativi non  erano abbastanza per svalutare l'euro. Ed ecco che è nato  il Qe da 1100  miliardi di euro.
In risposta all'azione della Bce, la Banca Centrale Svizzera ha abbandonato il peg a 1.20 contro euro e ha portato i tassi in territorio negativo a -0.75%. Conseguenza: un terremoto nel mercato valutario
Anche la Danimarca ha spinto i tassi sotto lo zero. L'ultima banca centrale che è intervenuta nella corsa alla svalutazione è la banca centrale svedese che ha ridotto ulteriormente il tasso di riferimento  in territorio negativo e ha aumentato le dimensioni del suo programma  di acquisto di bond.
La guerra valutaria ha determinato una grande svalutazione delle principali valute contro il dollaro: dollaro australiano, euro, yen, dollaro canadese e sterlina inglese hanno svalutato pesantemente contro USD.

L'assurdità della corsa globale alla svalutazione è che si ritiene che possa essere una panacea per il rallentamento della crescita globale. Ma se tutti svalutano è come se nessuno svaluta. E nella corsa globale alla svalutazione, pensare che una sola economia (quella USA) possa assorbire gli effetti della svalutazione di tutte le altre valute, è del tutto fuori da ogni logica. Dando per scontato che la svalutazione della moneta porti ad un incremento delle esportazioni, l'effetto collaterale è che qualcuno finisca per farsi male.  Se da un lato le economie che svalutano godono di una maggiore capacità di esportare per via di una moneta più competitiva, dall'altro, l'economia che rivaluta (in questo caso il dollaro) patisce una perdita di competitività per via di una moneta più forte, che determina minori esportazioni. Non è un caso che il dollaro forte stia mettendo sotto pressione gli utili delle società USA.

Per contro, gli effetti delle manovre aggressive delle banche centrali  impattano anche sui mercati azionari e obbligazionari. Più le banche centrali sono espansive tanto più i mercati sono rialzisti, con il rischio che si creino bolle per via del fatto che i prezzi delle attività non sono supportati da validi e robusti fondamentali economici. Ne costituisce un esempio tangibile la bolla che si è creata sui mercati obbligazionari, soprattutto europei.

Dal 2004, le banche centrali delle maggiori economie sviluppate hanno accumulato emissioni sovrane per USD 10 trilioni di dollari, continuando ad esprimere una domanda di Usd 3 trilioni all'anno a fronte di emissioni nette per Usd 2.5 trilioni. Questo squilibrio tra domanda e offerta è una delle principali cause del fatto che, solo in Erozona, circolano quasi euro 2000 miliardi di titoli con rendimenti negativi e molti altri ancora offrono rendimenti vicini allo zero, nonostante siano emessi da emittenti di dubbia solvibilità.
Gli effetti distorsivi sono enormi, così come lo sono anche i rischi per i risparmiatori che sono costretti ad orientare le proprie strategie di investimento a favore di attività via via più rischiose.

La  fede riposta nelle banche  centrali per risolvere i problemi economici del mondo non è mai stata così alta, ma l'effetto sui mercati sembra essere. Per anni le azioni delle banche centrali sono stati una fonte di stabilità finanziaria, ma stanno sempre più diventando una fonte di volatilità.

Un recente paper della Banca Internazionale dei Regolamenti (la banca centrale delle banche centrali) conclude  affermando che le ricadute della politica monetaria possono essere importanti fonti di instabilità macroeconomica e finanziaria mondiale. Questo solleva questioni importanti sul fatto che le banche centrali dovrebbero fare di più per prendere in considerazione le conseguenze delle loro azioni. 
Per dirla usando le stesse parole del Prof Orsi: "Anche se già il compromesso della moneta non convertibile in metalli preziosi (fiat currency) era basato su un altro difficile compromesso tra credibilità e fiducia, la gestione dell’offerta di moneta era pur sempre improntata al principio economico di scarsità, e all’idea del denaro come deposito di valore e lubrificante degli scambi, nell’ottica di una rapida circolazione dello stesso. Oggi ci troviamo in una situazione completamente diversa nella quale, soprattutto con riferimento al dollaro in qualità di moneta globale, l’offerta è potenzialmente illimitata e, dunque, non vi è scarsità. Ogni perdita può e deve essere appianata, secondo il principio del too big to faile per la protezione del sistema finanziarioMa se non esistono più le perdite, per una questione dialettica non esistono più nemmeno i profitti. Se non esistono né perdite né profitti, non esistono più né la concorrenza né il mercato: il cerchio si chiude.

Contatti e info: paolocardena@gmail.com

3 commenti:

  1. Non so se è corretta la seguente considerazione.
    Un possibile risvolto potrebbe essere per gli stati con debiti sovrani elevati di avvantaggiarsi dall'annacquamento della valuta, in pratica diminuisce l'ammontare reale del debito, anche per i bassi tassi di remunerazione sul capitale.
    Chi invece detiene crediti si sente depauperato es. in Italia i privati che spendono ancora meno di quanto potrebbero.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Correttissima, soprattutto nella prima parte.

      Elimina
    2. Sì ma solo se lo stampaggio crea inflazione reale... Altrimenti non capisco come riuscirebbe a diluire il debito (statale o privato che sia).

      Elimina