lunedì 23 febbraio 2015

GRECIA: L'ACCORDO CHE NON E' UN ACCORDO

A proposito della Grecia, qualche settimana fa avevamo detto che lo scenario più probabile sarebbe stato quello di un accordo ponte in extremis in modo da guadagnare del tempo per poter giungere ad un'intesa  più ampia, anche se  il perimetro entro il quale costruire un nuovo accordo è assai  stretto, considerata la scarsa possibilità di conciliare il programma di Syriza con le logiche della zona euro. E così è stato.

Dall'accordo con l'Eurogruppo giunto nella tarda serata di venerdì, la Grecia ottiene assai poco rispetto a quelle che sono state le promesse elettorali di Tsipras. Ma se si considera la posizione di svantaggio della Grecia derivante dalla scarsa forza negoziale, il paese ellenico, a mio avviso, ha ottenuto il massimo che avrebbe potuto ottenere, visto lo stato di bisogno in cui si trova. 

Infatti, qualche giorno fa Jp Morgan aveva stimato che la Grecia, in mancanza di un nuovo accordo,  avrebbe avuto risorse disponibili solo fino a fine febbraio, cioè tra qualche giorno.
Nelle scorse settimane la Banca Centrale Europea, chiudendo i rubinetti alle banche greche  ma, al tempo stesso, lasciando aperto solo quello della liquidità di emergenza (ELA),  aveva messo  con le spalle al muro il neoeletto governo ellenico che presto si sarebbe trovato in debito di ossigeno (senza soldi), anche  per via del deflusso di capitali che sta colpendo il sistema bancario della Grecia che negli ultimi mesi ha patito un deflusso di capitali di circa 30 miliardi di euro. Inoltre, il crollo delle entrate tributarie verificatosi nel mese di gennaio ha costituito un'altro fattore di criticità per via del fatto che molti contribuenti greci hanno sospeso il pagamento delle tasse sulla prospettiva (anche questa spesa da Tsipras in campagna elettorale) che il nuovo governo avrebbe avuto un atteggiamento più mite nella riscossione dei tributi e soprattutto per via del fatto che avrebbe eliminato la tassa sulla proprietà. In ultimo, andrebbe anche ricordato che il governo Tsipras si è insediato solo poche settimane fa: un arco temporale assai limitato anche per approntare dei piani alternativi  per far fronte ad eventuali rotture con l'Eurogruppo che, in buona sostanza,  avrebbero precipitato il paese fuori dall'euro.

Come che sia, dicevamo che il governo greco ha ottenuto assai poco rispetto alle promesse elettorali.
Ma cosa ha ottenuto in concreto la Grecia?


Lo spiega Jacques Sapir nel post che segue che ho ripreso da Voci dall'Estero, e nel quale giunge alla conclusione che la Grecia dovrà abbandonare la moneta unica.

di Jacques Sapir, 21 febbraio 2015
L’accordo raggiunto venerdì 20 febbraio tra la Grecia e l’Eurogruppo suscita commenti contrastanti. Per comprendere questo accordo e per analizzarlo è necessario situarlo nel suo contesto, sia nel breve che nel lungo termine.
Un accordo temporaneo
Questo accordo aveva lo scopo di evitare una crisi immediata. Il governo di Alexis Tsipras vi si era impegnato. Una crisi a meno di un mese dall’ascesa al potere probabilmente avrebbe provocato il caos. Inoltre, l’accordo merita di essere considerato nei dettagli. C’è molto di più di quello che dice Paul Krugman nel suo post per il New York Times. In realtà, la Grecia ha ottenuto diverse cose:
1. La Grecia non è più obbligata a raggiungere quest’anno un avanzo primario di bilancio del 3%. È richiesto solo il pareggio.
2. Il “contratto” della durata di quattro mesi è espressamente designato come una transizione verso un nuovo accordo, che naturalmente resta da definire.
3. La “Troika” non esiste più in quanto istituzione, anche se ciascuna delle sue componenti continua ad esistere. Non si parla dunque più di quelle squadre di uomini in nero che venivano ad Atene a dettare le loro condizioni.
4. Ora sarà la Grecia a scrivere l’agenda delle riforme, e la scriverà da sola. Le istituzioni daranno il loro parere, ma non potranno più imporre ad Atene un aspetto o l’altro di queste riforme in maniera imperativa.
Un vantaggio meno evidente è che il governo greco ha infranto l’unanimità di facciata dell’Eurogruppo e ha costretto la Germania a manifestare le sue posizioni. Tuttavia, la Grecia ha accettato di riconoscere – per il momento – tutti i suoi debiti. Non c’è stato alcun progresso su questo, e nessun segno di un cambiamento di atteggiamento da parte della Germania.
Un successo limitato.
Ma questo successo è limitato. Tra quattro mesi, alla fine di giugno, il governo greco sarà nuovamente a confronto con l’Eurogruppo, e questa volta non sarà una trattativa facile. Il governo di Atene proporrà delle riforme, è probabile che aumenteranno la pressione fiscale sulle categorie privilegiate, e il contenzioso con l’Eurogruppo e la Germania si accentuerà. In effetti, la Germania non potrà cedere, e nemmeno il governo greco. Questo implica che stiamo andando incontro ad un nuovo scontro, a meno che da qui ad allora emerga un’ “alleanza” anti-tedesca. Questa è la speranza di Tsipras, ma su questo sbaglia. I governi francese e italiano sono in realtà allineati sulle posizioni tedesche.
Eppure, l’idea di utilizzare gli importi stanziati per il rimborso del debito (capitale e interessi) per rilanciare l’economia greca e aumentare gli investimenti, crollati a un minimo record, ha un senso.
A-Invest
Il calo della produttività (e della produzione) è l’indicatore del sostanziale fallimento della politica dell’austerità.
A-Prod-du-T
Allo stesso modo, adottare delle misure per l’emergenza umanitaria è fondamentalmente giusto, ma si oppone frontalmente alla logica del creditore difesa dalla Germania.
Prepararsi a uscire dall’Euro.
Meglio usare questi quattro mesi ottenuti a forza di dure lotte per preparare l’inevitabile, cioè un’uscita dall’euro. Qualunque sia la strategia negoziale della Grecia, e quella progettata dal suo ministro delle Finanze Yanis Varoufakis è eccellente, dobbiamo interrogarci sullo scopo di questa trattativa. In realtà, la Grecia non può ottenere delle cose che sono, nel contesto politico attuale, contraddittorie. Non può liberarsi dal debito (almeno in parte) e mantenere l’Euro. Il paradosso sta nel fatto che un’uscita della Grecia dalla zona euro, per gli effetti che produrrà, metterà fine abbastanza rapidamente sia all’euro che alla politica tedesca dell’austerità. Ma, per ottenere questo, la Grecia deve uscire dall’euro.
Ha quattro mesi di tempo per prepararsi, per convincere la gente che un tale esito è inevitabile, e che in realtà questo risultato sarà un progresso. E’ probabile che questo comporti anche di cambiare il Ministro delle Finanze. Non che Yanis Varoufakis sia indegno, ben lungi da ciò. Ma si dovrà pure scoprire le carte e fare in modo che la nuova strategia della Grecia venga presa sul serio. La nomina di uomini e donne noti per le loro opinioni negative sull’euro sarebbe un segnale forte che ci si sta preparando a uno scontro, organizzandosi al meglio.

1 commento:

  1. Non direi che il ministro delle finanze Greco, abbia fatto un bel lavoro.
    Piegarsi a 90° dopo aver promesso, non è un bel viatico.
    A parte questo, trovo che il sig. Paolo, abbia omesso di dire che nel preciso istante che la Grecia avesse operato per non più sottostare alle imposizioni della Troika, il sistema monetario Europeo prima e poi mondiale si sarebbe disgregato velocemente. Troppi "collaterale" a carico della Grecia avrebbe operato di FATTO una distruzione che si sarebbe prorobata come un'incendio in una stazione di benzina nell'emisfero.

    RispondiElimina