venerdì 16 gennaio 2015

DALLA CADUTA DEL PREZZO DEL PETROLIO AL CROLLO DEL RUBLO

di Daniele Tamburini 

Il prezzo del petrolio è letteralmente crollato e continua a scendere: dobbiamo tornare al 2009 per registrare una quotazione così bassa. Cosa sta accadendo? Quali sono i motivi di una tale crisi? Lo chiediamo a Paolo Cardenà, esperto di finanza e dei mercati e private banker.
«Ci troviamo in una fase di rallentamento a livello globale. Nel 2015 la Cina dovrebbe crescere di qualcosa che si avvicina al 7%: molto meno rispetto a qualche anno fa. Il Giappone, dopo la contrazione del Pil del terzo trimestre del 2014 principalmente a causa dell’aumento dell’Iva, dovrebbe cresce intorno all’1.5%; mentre gli Stati Uniti dovrebbero attestarsi al 3%. L’Eurozona è il buco nero della crescita mondiale, con il Pil che dovrebbe rimanere sotto all’1%. Pochi giorni fa, la Banca Mondiale ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita per il 2015, portandole al 3% dal precedente 3,4%. Un minore crescita economica si traduce in una minore domanda di materie prime, e quindi di petrolio. Dopo qualche anno di prezzi sostanzialmente stabili, dai massimi di giugno, il prezzo del petrolio è crollato di quasi il 50%. Il 27 novembre scorso, a Vienna, i paesi appartenenti l’Opec – cartello che controlla quasi il 40% della produzione mondiale – non sono riusciti a trovare un accordo su un eventuale taglio alla produzione di petrolio, che avrebbe consentito di calmierare la caduta dei prezzi. C’è di più. Qualche settimana fa, alti rappresentanti del cartello dell’Opec hanno affermato che non interverranno neanche se il prezzo dovesse scendere sotto i 40 dollari. Il prezzo del petrolio è determinato dalla domanda e in gran parte anche dalle aspettative di crescita dell’economia globale».


Paolo CardenàPaolo Cardenà

Perché il prezzo è crollato in maniera così repentina?
«Come detto in apertura, diverse aree del mondo stanno attraversando una fase di crescita a ritmi meno sostenuti rispetto agli ultimi anni, quindi hanno bisogno di minori quantitativi di petrolio. Le innovazioni tecnologiche introdotte in molti settori produttivi e della vita comune hanno determinato anche una maggiore efficienza nei consumi di petrolio e suoi derivati. Non solo.  Negli ultimi anni gli Stati Uniti sono diventati tra i più grandi produttori di petrolio, grazie alle aziende operanti nell’estrazione del petrolio ottenuto dagli scisti bituminosi. Gli Usa hanno quindi una capacità produttiva che consente di alimentare le riserve di petrolio e importano molto meno rispetto al passato. I paesi Arabi, anche per via dei bassi costi di estrazione – che consentono di ottenere margini di profitto anche a prezzi più bassi – hanno deciso di non sacrificare la propria quota di mercato per ripristinare livelli di prezzo più alti.

«Ecco spiegato il crollo del prezzo del petrolio che ha avuto forti ripercussioni anche sul mercato valutario. Perché? Per il semplice motivo che un’offerta di greggio abbastanza sostenuta a fronte di una domanda in contrazione, consente ai paesi arabi di sbarazzarsi dei concorrenti più vulnerabili nel settore petrolifero. Questi includono i frakers americani che hanno bisogno di prezzi alti per via di costi di estrazione elevati e per il forte indebitamento che ha finanziato attività estrattive poco profittevoli (o in perdita) a regimi di prezzo di più basso. Includono le compagnie occidentali con progetti ad alto costo volti alla perforazione dei fondali del mar artico; e, soprattutto, alcuni paesi “emergenti” i cui bilanci dipendono in ampia parte dai profitti derivanti dalla vendita del petrolio. Russia in primis».
Quindi, paradossalmente, il crollo del prezzo sta avvantaggiando i Paesi arabi, grandi produttori di petrolio e indebolendo altri paesi essi stessi produttori, come appunto la Russia…«È verosimile pensare che il crollo del rublo sia stato determinato, almeno in gran parte, proprio dal crollo del prezzo del petrolio, stante anche la stretta correlazione verificatasi tra i movimenti ribassisti del petrolio e della valuta russa. Questo processo, inserendosi in un momento particolarmente delicato per la Russia, ha trovato terreno fertile proprio negli effetti prodotti dalle sanzioni che l’occidente ha imposto alla Russia.
«La Russia, benché abbia un debito del settore pubblico intorno al 20% del Pil, quindi imparagonabile con i volumi espressi dai paesi occidentali, è assai vulnerabile per via del debito di molte imprese, che è espresso in dollari. La banca centrale russa è dovuta scendere in campo per finanziare imprese che, con un rublo fortemente svalutato, dovevano ripagare i propri debiti in dollari poiché inibite dalla possibilità di accedere ai mercati di capitali occidentali per via delle sanzioni. Ecco quindi che la Russia è dovuta intervenire a difesa del cambio, sia attingendo dalle proprie riserve in dollari (diminuite di oltre 100 miliardi) , sia aumentando i tassi di interessi fino al 17%, che, nel 2015, dovrebbero produrre una forte contrazione dell’economia che si stima intorno al 3-4%».
Quali potranno essere le ripercussioni, nel breve e medio periodo, nelle scenario economico mondiale?
«Il prezzo del petrolio a questi livelli oltre ad avere effetti nei bilanci di molte economie emergenti (che traggono dalla vendita del petrolio buona parte delle proprie entrate), incide significativamente sui frakers americani che hanno costi di estrazione molto superiori rispetto alle quotazioni attuali. Più che altro, sono società che hanno finanziato i propri investimenti contraendo debiti che rischiano di non essere ripagati. Proprio nei giorni scorsi, sulla stampa si è letto che i prezzi del petrolio così bassi hanno già prodotto la prima vittima tra gli estrattori del petrolio di scisto. Se i prezzi rimarranno a questi livelli (o addirittura più bassi) per un lungo periodo di tempo, la società fallita rischia di essere solo la prima di una lunga serie, con effetti che inevitabilmente si ripercuoterebbero anche su quelle banche che hanno concesso credito e quindi anche su tutto il segmento delle obbligazioni high yeld. Al riguardo, giova ricordare che le emissioni obbligazionarie delle aziende operanti nell’estrazione del petrolio dagli scisti bituminosi valgono circa il 20% del mercato high yeld: dimensioni non tutto trascurabili, direi».
Quanto potrà durare una situazione del genere?
«L’opinione che mi sono fatto è che il crollo del petrolio sia per lo più veicolato proprio dai paesi arabi che, avendo dei costi di estrazione molto più bassi e ingenti riserve in dollari, possono sostenere quotazioni a questi livelli ( o più bassi ancora) per un lungo periodo di tempo, facendo piazza pulita di un bel numero di concorrenti e obbligando gli altri paesi produttori (che hanno necessità di prezzi del petrolio più alti) a tagliare per primi i livelli produttivi per sostenere le quotazioni dei petrolio. In questo senso, i paesi arabi avrebbero la possibilità di non sacrificare le rispettive quote di mercato, o di farlo marginalmente. In altre parole, credo che i paesi arabi stiano cercando di spingere i paesi non OPEC a tagliare la produzione.
«C’è un altro aspetto da considerare. Ossia che il crollo del prezzo del petrolio, si inserisce in un contesto assai delicato per molti paesi emergenti. Da quando la Fed ha dato inizio all’exit strategy dalla politica monetaria fortemente accomodante, complice anche una robusta crescita degli Stati Uniti e le attese per una nuova fase (seppur cauta) di rialzo dei tassi americani, si è determinato un forte deflusso di capitali dai paesi emergenti ed il conseguente deprezzamento delle rispettive valute, con l’ovvia conseguenza che molti debiti in valuta estera sono divenuti più onerosi e in alcuni casi meno sostenibili proprio per via di valute locali svalutate.
«Benché quelle dei paesi emergenti, nella maggior parte dei casi, siano realtà con bassi livelli di indebitamento sovrano, negli ultimi anni hanno vissuto una forte espansione determinata dall’incremento dell’indebitamento privato. Ne consegue che le imprese, nella migliore delle ipotesi, dovranno tagliare i costi per rendere le loro attività più profittevoli, in modo che possano avere maggiori margini idonei a smaltire l’indebitamento in valuta forte. Nei casi più estremi, invece, gli stati dovranno intervenire per soccorre attività altrimenti condannate al dissesto, con ovvie ripercussioni sul debito pubblico e sui rispettivi bilanci che, nel caso di paesi produttori di petrolio, come dicevamo, sono già gravati dall’onere derivante dalla caduta dei prezzi del petrolio, che impatterà significativamente sulla crescita e quindi sulle politiche fiscali che tenderanno ad irrigidirsi.
«Tutto ciò determinerà, e sta determinando, una minore domanda da parte delle economie emergenti – che sono state motore di sviluppo negli ultimi anni – con ovvie ricadute sulla crescita globale che, non a caso, è stimata a ritmi ben più moderati rispetto a quelli degli ultimi anni. Non vi è dubbio che nei paesi importatori di petrolio la caduta dei prezzi contribuirà a stimolare i consumi per via di redditi disponibili più elevati. Ma, nel contesto dell’eurozona,  gli effetti saranno mitigati sia dalla componente fiscale espressa nei prezzi dei carburanti alla pompa (notoriamente più elevata rispetto ad altri paesi), sia dall’euro più debole che determinerà (a parità di prezzo del petrolio) un onere maggiore per l’approvvigionamento, ma che, al tempo stesso, favorirà le esportazioni».
Il paese che sarà in grado di cogliere l’occasione per migliorare la propria efficienza energetica, rendendosi sempre meno dipendente dal petrolio, potrà avvantaggiarsi e si metterà al riparo, almeno in parte, da una eventuale e magari improvvisa risalita del prezzo del petrolio. E’ d’accordo? Anche perché il prezzo tornerà a salire. O no?
Benché nel corso degli ultimi anni l’efficienza energetica sia stata migliorata in molti paesi e in molti settori produttivi, le economie dipendono ancora moltissimo dalla componente energetica principale che è il petrolio. E sarà così per molto tempo ancora. È chiaro che i prezzi del petrolio torneranno a salire. E probabilmente avverrà quando spariranno molti competitors che non sono in grado di stare sul mercato, principalmente per via dell’errata allocazione di risorse a basso costo (credito facile), che hanno consentito di aumentare significativamente i livelli produttivi, a fronte di una domanda in contrazione. 

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