martedì 4 novembre 2014

WALL STREET JOURNAL: ITALIA POTENZIALMENTE TOSSICA

Vi segnalo questo pregevole articolo scritto da Simon Nixon del Wall Street Journal, tradotto in italiano da  Giorgia Crespi e pubblicato   da Milano Finanza. 

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Poiché la Federal Reserve ha concluso il proprio programma di quantitative easing, gli inviti alla Banca Centrale Europea a intraprendere un programma di acquisto di titoli di stato su larga scala per rinfrancare l’economia dell’eurozona si stanno intensificando sonoramente.


Molti economisti concordano con il giudizio dell’ex presidente della Fed, Ben Bernanke, secondo il quale, negli Stati Uniti, il QE abbia funzionato in pratica, ma non in teoria. In Giappone, invece, il programma di QE più aggressivo del mondo sembra non aver funzionato né in teoria, né in pratica, portando la Banca del Giappone a decidere settimana scorsa che forse non fosse abbastanza aggressivo. 
Un programma di allentamento nell’Eurozona si rivelerebbe più efficace? L’Italia è il test decisivo. La terza economia dell’Eurozona sta risentendo della combinazione tossica della crescita stagnante con il debito pubblico al 135% del prodotto interno lordo. Negli anni antecedenti la crisi, è cresciuta meno dell’1% all’anno in media e ora sembra incline a scivolare nella terza recessione in sei anni. Le condizioni di credito continuano a deteriorarsi. 

Se il QE non può salvare l’Italia, allora non può salvare l’Eurozona. Tuttavia è difficile vedere cosa il QE possa fare per l’Italia. Per capire il perché, è necessario esaminare il sistema bancario italiano. Questo è il principale canale attraverso il quale qualsiasi stimolo monetario deve funzionare, visto che l’Italia è una delle economie più dipendenti dalle banche dell’eurozona. Il prestito bancario è pari al 53% del pil italiano, più alto della Francia o della Germania. Stando alla Banca d’Italia, i prestiti bancari rappresentano il 40% delle passività finanziarie totali (compreso il capitale proprio), rispetto al 15% negli Stati Uniti e al 23% in Francia. Sfortunatamente, la recente valutazione complessiva della BCE delle maggiori banche dell’eurozona ha confermato ciò che il mercato sospettava: il sistema bancario italiano è il più debole dell’eurozona. 

Sostanzialmente, la Bce ha concluso che le banche italiane hanno sottostimato i crediti deteriorati di 12 miliardi di euro. Nove banche italiane su 15 esaminate dalla BCE hanno avuto una riduzione di capitale alla fine di dicembre 2013 e, attualmente, altre quattro hanno avuto una riduzione combinata di 3,1 miliardi di euro. Questo risultato è stato particolarmente imbarazzante per la Banca d’Italia, che insisteva di essere un supervisore altamente conservatore che non aveva bisogno di esperti esterni che dicessero come svolgere il proprio lavoro. Quello che gli stress test hanno mostrato è un sistema bancario italiano, almeno finora, gravemente sottocapitalizzato e pertanto limitato nella propria abilità di fornire credito all’economia. 

Ma gli stress test della Bce adesso hanno risolto il problema del capitale bancario dell’Italia? Difficile dirlo, visto che la Bce ha analizzato solo 15 delle maggiori banche su un totale di 680 banche italiane. Inoltre, gli stessi ostacoli che avevano trattenuto la crescita del capitale nelle maggiori banche hanno posto anche maggiori sfide per le banche italiane più piccole. Un problema è il decisamente ridotto rendimento del capitale del sistema bancario, un riflesso della fitta rete di filiali, degli estesi portafogli di prestiti di margine minimo ereditati dal passato, delle maggiori aliquote fiscali in Europa e degli ostacoli giuridici al taglio dei costi. 

Un altro problema è la governance. Le banche italiane sono generalmente controllate da fondazioni – organizzazioni caritatevoli dominate da interessi politici locali che non hanno avuto paura di usare la propria influenza in sede di consiglio e perseguire i propri programmi. Sotto la pressione della crisi, questo sta iniziando a cambiare, almeno tra le banche quotate. Quest’anno la fondazione che controllava Monte dei Paschi di Siena, la terza banca in Italia, ha ridotto la propria partecipazione azionaria al 2,5% dal 30% – sebbene abbia mantenuto il diritto di nominare il presidente. Inoltre, a limitare la rfaccolta di capitai freschi nelle Popolari è la norma del voto capitario. Al contrario, la Spagna ha eliminato simili norme per le proprie casse di risparmio, aprendo la strada a un più necessario consolidamento. Finché l’Italia non adotterà riforme simili, un sistema bancario debolmente capitalizzato e a malapena fruttifero farà fatica a  fornire all’economia il credito, indipendentemente dal denaro che la Bce possa pompare nel sistema.

Ma il patrimonio della banca è solo una parte del problema. La pressione sulle banche c'è anche dal lato della raccolta. All’inizio della crisi, le banche italiane hanno fatto affidamento sull'interbancario per 850 miliardi di euro di finanziamenti; dopo sei anni di sforzi, sono solo riusciti a scendere a 550 miliardi di euro, molto del quale finanziato dalla BCE. Nessuna banca vuole dipendere dalla banca centrale per finanziare le proprie attività principali, non importa quanto siano vantaggiose le agevolazioni. Il nuovo programma di acquisto di titoli garantiti da attività della Bce può rimuovere alcuni asset del bilancio, ma l’unica soluzione di lungo termine alla questione del finanziamento è sbarazzarsi della montagna di 320 miliardi di euro di crediti deteriorati del sistema bancario, pari al 16% dei prestiti in essere. 

Questo richiede due cose, nessuna delle quali attualmente esistente in Italia. La prima è un solido regime normativo riguardante le insolvenze che permetta che permetta ai debiti delle imprese valide di essere rapidamente ristrutturati in modo da poter iniziare a investire e crescere di nuovo e alle società fallite di essere liquidate. Le banche sostengono che serva una media di sette anni per ottenere la tutela giudiziaria del loro credito, riducendo l’incentivo a continuare a pagare i debiti da parte dei debitori in difficoltà. 
Il secondo requisito è ricorrere a una sana iniezione di capitale fresco da parte di intermediari finanziari, sia da destinare alle attività valide, ma sovraindebitate, sia per comprare attività ristrutturate dai bilanci della banca. Tuttavia, molte società italiane sono restie a raccogliere equity da investitori esterni, e molti investitori sono restii a esporsi in Italia. Secondo la Banca d’Italia, il private equity è pari solo allo 0,2% del pil dell’Italia, metà del livello della Francia e un quinto di quello del Regno Unito. Questo è il vero problema dell’Italia. La sua economia è dominata da piccole attività a gestione familiare fortemente indebitate, molte delle quali sono troppo indebitate per sostenere ulteriori prestiti. Quello che manca veramente non è tanto il capitale bancario, quanto il capitale d’impresa. Ma questo non è un problema che il QE può risolvere. Serve una rivoluzione culturale.

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