giovedì 8 maggio 2014

SVIZZERA: ADDIO AL SEGRETO BANCARIO. IL CERCHIO SI STRINGE

Vi riporto la notizia apparsa ieri su Il Sole 24 Ore:

La Svizzera ha firmato l'accordo per lo scambio automatico di informazioni fiscali. L'intesa pone così fine al segreto bancario . Lo comunica l'Ocse spiegando che l'accordo é stato firmato anche da altri Paesi tra cui Singapore, Cina, Brasile e Costa Rica.
Sono 47 i Paesi che hanno firmato l'intesa che prevede lo scambio automatico di informazioni finanziarie su base annua tra i governi. La dichiarazione é stata siglata dai 34 paesi membri dell'Ocse e da tredici partner associati tra cui Singapore, Malesia, Indonesia, Cina, Argentina, Brasile e Sudafrica.
«È chiaramente la fine del segreto bancario sfruttato per ragioni fiscali», ha dichiarato Pascal Saint-Amans, direttore del centro di politica e amministrazione fiscale dell'Ocse.

La maggior parte degli altri paesi firmatari si erano già impegnati per lo scambio automatico di informazioni ma la Svizzera e Singapore, importanti centri finanziari, non lo avevano ancora fatto. E finora lo scambio scattava solo su richiesta, in caso di indagine del fisco o della magistratura. Le banche avranno un anno di tempo per adattare i loro sistemi informativi e i governi stessi dovranno modificare i loro ordinamenti fiscali.

Sempre sul tema, vi riporto l'ottimo articolo di F. Renne, pubblicato qualche mese fa su "The Fielder", che offre un quadro esaustivo della situazione.


Il mito del segreto bancario non esiste ormai (quasi) piú. Non nelle economie avanzate; e, a ben vedere, meno di quanto si pensi nei presunti paradisi fiscali e finanziari. Le prime, strette tra le indicazioni del GAFI («Gruppo d’Azione Finanziaria Internazionale» — FATF, in inglese — con ampi poteri di promulgazione di linee guida operative per contrastare frodi, sostegno a organizzazioni terroristiche e riciclaggio internazionale che, invero, sono sempre piú adottate anche in campo fiscale dagli attuali 35 Paesi membri) e le singole esigenze di gettito da trovare. I secondi, perché molti di loro stanno, piú o meno volontariamente, riconvertendosi in piazze finanziarie collaborative, e quelli che ancora resistono sono sempre meno di numero e sempre di piú nel mirino delle pressioni della comunità internazionale. Contrariamente a quanto si può pensare, infatti, questa non è una storia solo italiana — anche se siamo stati antesignani nel muoverci nella direzione sia dell’abbattimento del segreto bancario in campo fiscale sia dell’adozione di misure del (tanto criticato quanto poi copiato) rientro agevolato dei capitali.
V’è una convergenza di piú temi verso un unico strumento, ostacolato dall’esistenza di quest’antico mito. Il contrasto al riciclaggio internazionale, prima; il contrasto ai finanziamenti illeciti a sostegno del terrorismo, poi; le singole esigenze di gettito fiscale in un numero sempre maggiore di Paesi, infine — tre temi che convergono verso lo strumento dello scambio dei dati per la cooperazione giudiziale e fiscale. Il quale trova(va) l’unico ostacolo nella resistenza del segreto bancario, esistente soprattutto in alcune giurisdizioni. Ma sta davverocambiando qualcosa, a livello internazionale, sul tema? E poi: come s’è mossa l’Italia, e come si sta muovendo ora? Infine, come dovrebberocambiare i comportamenti di fronte a questo scenario?
Intanto, va detto che a livello internazionale il vento è cambiato soprattutto dopo l’11 settembre 2001. A séguito dell’attacco alle Torri Gemelle, per la prima volta nella loro storia, gli USA smisero di mettere il veto ad azioni o proposte legislative che andassero nella direzione di limitare la libertà d’azione dei paradisi fiscali e finanziari. Prima, tutti i tentativi — essenzialmente europei — di «perforare» normative di Paesi terzi non collaborativi nelle indagini giudiziarie avevano sortito poco effetto. Con la liberalizzazione valutaria in Europa, oggi data per scontata, ma datata «solo» primi anni Novanta, era stato introdotto un primo accordo di scambio di dati su richiesta d’un altro Stato nonché un sistema di rilevazioni statistiche (la «nuova» CVS, comunicazione valutaria statistica, per le operazioni «canalizzate» e il quadro RW, nella dichiarazione dei redditi, per le «non canalizzate» tramite intermediari finanziari e per le «consistenze» d’investimenti detenuti all’estero); ma, nella pratica,non ebbe grande successo nei primi anni d’applicazione. Poi era venuto il turno — su proposta dell’allora Commissario Europeo dell’Italia,Monti — della «direttiva sull’euroritenuta», che istituiva il principio alternativo tra scambio dei dati e tassazione alla fonte ad aliquota maggiorata (fino al 35%). Questa, però, si scontrò súbito sia con le resistenze inglesi (che chiesero l’esclusione della sua applicazione alle società e alle altre persone giuridiche, nonché la sua applicazione ai soli redditi di capitale e non alle plusvalenze — rendendola, nei fatti, facilmente aggirabile) sia con le deroghe concesse a tre Stati membri: l’Austria, il Lussemburgo e il Belgio.
Dopo l’ingresso sulla scena del pericolo terrorismo, tutto cambiò. Non lo dicono solo le cronache per gli addetti ai lavori, ma soprattutto un fatto eclatante, transnazionale e probabilmente allora poco compreso nella sua portata. Per la prima volta, vi fu un provvedimento giudiziale soprannazionale che bloccò, con una specie di sequestro preventivo, i conti e i depositi ovunque aperti nell’UE e nei Paesi aderenti al GAFI — USA compresi — da soggetti o istituzioni sospettate di fiancheggiamento al terrorismo. Provvedimento vincolante anche in quei Paesi che vedevano il segreto bancario tutelato nella Costituzione, come l’Austria o la Svizzera. Un precedente utile a un certo scopo di prevenzione nella lotta internazionale al terrorismo, che però ha aperto un varco a ciò che stiamo vedendo oggi.
Lo scenario è stato, in Italia, accompagnato dall’evoluzione di due misure (tanto discusse quanto tuttora attuali) interne: l’originaria anagrafe dei conti correnti e dei depositi (strumento ideato dall’allora ministro Visco nel 2006, al fine di «radicare», in maniera agevolata, l’inversione dell’onere della prova nei casi d’accertamenti di natura finanziaria in deroga al segreto bancario, già possibili fin dal 1991) e le prime versioni dello scudo fiscale (strumento per agevolare il rientro dei capitali irregolarmente detenuti all’estero cosí da ampliare la base imponibile per gli anni successivi, ideato dal ministro Tremonti nel 2001). Indipendentemente dal giudizio di ciascuno sui singoli strumenti (per chi scrive, qualora interessi: utili le deroghe al segreto bancario, finché restano, appunto, deroghe; pericoloso il ricorso all’anagrafe dei conti e dei depositi per la violazione dei diritti di privacy, ma molto comodo, in termini di tempi guadagnati, per gli accertatori del fisco; condivisibile laratio delle norme sul rientro dei capitali), questi provvedimenti sono stati il prodromo di ciò che sta avvenendo — anche contraddittoriamente, in parte — oggi.
Oggi, le deroghe al segreto bancario sono andate a regime. L’anagrafe è diventata dei rapporti finanziari, non si limita alla tipologia del rapporto ma s’estende ai saldi e ai volumi movimentati su conti correnti o per investimenti finanziari, ed è estesa agl’intestatari e ai loro delegati — anche una tantum — nonché alle assicurazioni (per i prodotti aventi natura finanziaria) e alle fiduciarie (con regole particolari che ne mantengono, a date condizioni, la convenienza al loro uso). A questa s’aggiunge, poi, il nuovo redditometro e le segnalazioni di monitoraggio connesse. Per finire, dodici anni dopo, il governo s’appresta a varare una norma di nuova facilitazione del rientro dei capitali detenuti all’estero, sulla falsa riga del programma di voluntary disclosure istituito negli USA e «promosso» dal GAFI, con applicazione delle imposte eventualmente evase e l’agevolazione di sanzioni ridotte, amministrative e penali.
Perché farli rientrare, per chi li ha fuori, e che cosa fare, per chi li ha regolari in Italia? Di nuovo, occorre guardare a ciò che sta succedendo all’estero. Le isole britanniche del canale hanno ormai ceduto alle pressioni internazionali. San Marino ha appena firmato un accordo di cooperazione coll’Italia, dopo aver perso piú del 50% dei depositi negli ultimi dieci anni, in cui ha di fatto cercato di guerreggiare coll’Italia. AMontecarlo le società anonime, quelle con azioni al portatore, devono depositare annualmente i nomi dei soci, ed è stato firmato un accordo di collaborazione con la Francia. Il Liechtenstein ormai fa raccolta quasi esclusivamente con prodotti assicurativi. L’Austria e la Svizzera, come quest’ultima con Gran Bretagna e Germania (solo per quest’ultima per ora sospeso), hanno firmato un accordo, giornalisticamente detto «Rubik», che prevede tassazione elevata sui risparmi se non viene concessa dal cliente l’autorizzazione allo scambio dei dati. Gli USA stanno firmando — proprio di questi giorni è stato il turno dell’Italia — con diversi paesi gli accordi FATCA, che impongono agl’intermediari specifici obblighi di segnalazione e di comportamento con clienti americani. Gli USA hanno anche «imposto» alla Svizzera un accordo che prevede, a date condizioni, multe salate alle banche elvetiche per il passato ove vi siano state attività con clienti americani, e ora stanno rivolgendo le loro attenzioni a piazze piú esotiche, caraibiche e asiatiche. (Nel mirino, oltre a Panama e altre isole minori, sembrano esservi ora le piazze arabe, come Dubai, e dell’Estremo Oriente, come Hong Kong e Singapore.) Per finire il quadro, Svizzera, Lussemburgo e Austria, tra l’altro, hanno firmato gli accordi di cooperazione e scambio dei dati a partire dal 2015.

Certo, se non si continuasse in Italia s’una china sbagliata, dopo aver tassato retroattivamente — non rispettando lo Stato il patto coi contribuenti — i capitali scudati, facendo ora paventare ulteriori incrementi d’imposizione sulle rendite finanziarie e patrimoniali future piú o meno occulte, magari dato il contesto la voluntary disclosure potrebbe anche funzionare, con annessi benefici per il Paese (piú per il potenziale rilancio degl’investimenti che per le casse dell’erario). Ma una cosa resta chiara: se il trend è comune ad altri Paesi e i ripari sono sempre meno affidabili, la differenza sta nel livello d’imposizione interno — complessivamente ben piú alto rispetto agli altri Paesi — e nelle regoled’accertamento e riscossione, basate su presunzioni e inversioni dell’onere della prova — con continue lesioni del diritto alla difesa — e sulladisapplicazione dello Statuto del Contribuente. Non è una storia solo italiana, s’è detto all’inizio; occorrerebbe però rimuovere le anomaliesolo nostre.
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