mercoledì 30 ottobre 2013

SONDAGGIO REINTRODUZIONE NUOVA VALUTA NAZIONALE

Ospitiamo  il sondaggio svolto da SCENARI ECONOMICI
Il sondaggio e’ stato svolto da scenarieconomici.it  scenaripolitici.com su un campione di ben 4.000 persone, in occasione del tradizionale rilevamento per le elezioni politiche e per gli indicatori economici.
L’esito del Sondaggio e’ stato divulgato alle ore 14.00 di Domenica 27 Ottobre a Pescara nel Corso della Conferenza Internazionale Euro, mercati, democrazia 2013.

ECCO PERCHE' VOGLIONO (ELIMINARE) IL NOSTRO CONTANTE

di Paolo Cardenà- Secondo quanto riportato dalla Reuters, il Ministro Saccomanni avrebbe espresso la volontà da parte dell'esecutivo di ridurre ulteriormente i limiti di utilizzo del contante. 
Nell'agenzia si legge: 
Il governo intende ridurre la soglia massima di pagamento in contanti, attualmente posta a 1.000 euro."Questo è un punto su cui l'Italia resta indietro ed è un punto su cui vogliamo intervenire", ha detto il ministro dell'Economia, Fabrizio Saccomanni, durante un'audizione in Parlamento sulla legge di Stabilità.
Di seguito vi propongo alcune riflessioni, in parte già ospitate su numerosi articoli presenti sul blog.


Nella vita comune, l'utilizzo del denaro contante è  una delle cose più normali che esista. La possibilità di utilizzare denaro contante per compensare transazioni commerciali, costituisce elemento di libertà di  ogni essere umano, oltre che motore di sviluppo alla crescita economica e al benessere collettivo.

domenica 27 ottobre 2013

L'AUTODISTRUZIONE DEL SISTEMA BANCARIO

Vado di fretta, e sto dettando lo scritto che state leggendo grazie alle funzioni vocali dello smartphone. Quindi, è tutto un dire..
Comunque sia, mi scuso anticipatamente  per gli eventuali errori sul testo, e per l'impaginazione che ne dovesse derivare. Poi, domani, rimedieremo.

Veniamo alle cose serie.

mercoledì 23 ottobre 2013

OPERAZIONE VERITA': A CHE PUNTO E' LA NOTTE ITALIANA

Premessa:
In questi anni di crisi, oltre alle tasse e al disagio economico e sociale, c'è stata un'altra grande costante che ha tenuto compagnia alle nostre giornate, ai nostri momenti: la menzogna proferita in modo sistematico dai vari governi e dai politici di turno che, in maniera spudorata e vergognosa, hanno reiteratamente mentito e mistificato (e continuano a farlo) circa l'esatta situazione dell'economia e dei conti pubblici, in costante ed inesorabile deterioramento.
È' chiaro che tutto ciò incorpora evidenti elementi del tutto censurabili, proprio perché tende ad alimentare false aspettative nei confronti degli agenti economici più deboli: i disoccupati con le loro famiglie e le imprese, prime vittime sacrificali di questa crisi.
Proprio per questo, insieme ad altri siti amici, tra i più seguiti in Italia di economia, tutti liberi e senza padroni, abbiamo pensato di lanciare, coralmente, tutti insieme, questo post divulgativo al fine di far ben comprendere l'esatto stato dei conti pubblici e dell'economia.
LA MENZOGNA

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Fonte: kappadipicche.com



I grafici  che seguono esplicano in maniera esaustiva i clamorosi  errori previsionali commessi dai vari governi che si sono alternati negli ultimi 3 anni di cirsi, su Deficit Pubblico, Debito pubblico e Pil Nominale.

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Come noto, appena qualche di settimane fa, il governo ha reso pubblica la Nota di Aggiornamento al DEF. Per chi non lo sapesse, il DEF è il documento di economia e finanza che  rappresenta il punto nodale nella programmazione della politica economica e di bilancio del paese. Il punto d’incontro tra politica nazionale e l’Unione Europea, che incorpora le variabili macroeconomiche e di bilancio che il governo stima si possano realizzare, stante una crescita presunta del PIL.
Leggendo il documento licenziato dal governo, la cosa che più lascia perplessi, è dover constatare la volgarità della menzogna esercitata dal governo, proprio su talune variabili che risultano manifestamente abbellite, taroccate, per nulla aderenti con la realtà dei fatti,  con l'esatta situazione dell'economia italiana e  dei conti pubblici. Questi ultimi, appositamente “massaggiati” per offrire un quadro della finanza pubblica migliore rispetto a quello che effettivamente è.
Cerchiamo di andare nel dettaglio.

LA MENZOGNA SUI CONTI PUBBLICI
La nota licenziata dal Governo, rispetto al DEF di primavera, con la fine dell'anno ormai alle porte, recepisce ciò che era ormai chiaro da mesi, più o meno a tutti i commentatori di buon senso. Ossia che il Pil, anche quest'anno, diminuirà dell'1.7%(?), posizionandosi a 1.557,3 miliardi di euro, quindi ben oltre l'1.3% previsto solo a maggio dal governo Monti.
Sul fronte della spesa pubblica, il governo, proprio con l’intento di esporre un deficit migliore rispetto a quello reale, da un lato ha aumentato di un miliardo di euro la spesa corrente (pensioni, stipendi, acquisti); mentre, dall’altro,  ha corretto al ribasso la stima della spesa in conto capitale portandola a 807,6 miliardi rispetto agli 810, 6 precedentemente previsti: quindi, 3 miliardi in meno di spese che aiuterebbero (secondo il governo) a far rientrare sotto il 3% lo sconfinamento  deficit/Pil.
Ma entrando nel dettaglio del DEF, si scopre che questo (apparente) miglioramento, è determinato da artifici contabili,  per cui si differiscono all’anno successivo (cioè al 2014) talune spese in conto capitale  originariamente previste nel 2013, nonostante la spesa per investimenti sia stata fortemente ridotta in questi ultimi anni  proprio per esigenze di bilancio, non considerando che questa determina  anche delle manifestazioni virtuose per il ciclo economico. E’ ovvio che, se cossi fosse, questa pratica andrà ad impattare sul fabbisogno del prossimo anno.

Ciò nonostante, analizzando le spese della amministrazioni pubbliche e proiettando al 31 dicembre il consuntivo realizzato nei primi sette mesi dell’anno -dove sono cresciute dell’1.8% rispetto allo stesso periodo del 2012-  si osserva che queste, a fine anno,  dovrebbero aggirarsi intorno ai 678.5 miliardi di euro: cioè 6 miliardi in più rispetto ai valori rettificati dal governo nella nota di aggiornamento.

Sul fronte delle entrate, a causa dell’aleatorietà dei pagamenti da parte degli agenti economici,  la questione è molto più difficile da interpretare. Anche se i dati disponibili delle entrate tributarie, per i primi 8 mesi dell’anno, registrano una diminuzione dello 0.3%  rispetto allo stesso periodo del 2012.
Le entrate contributive, invece, secondo quanto comunicato dalla Ragioneria Generale dello Stato, nei primi sette mesi dell’anno, si sono attestate a circa  124 miliardi di euro, in flessione dello 0.9% rispetto allo stesso periodo del 2012.

Proiettando a tutto il 2013  i dati sulle entrate tributarie e contributive realizzate nei  primi 9 mesi, dando per certa una copertura del taglio della seconda rata dell’IMU -in parte assorbito anche dal recente aumento IVA-  e, in via del tutto prudenziale, ipotizzando comunque un miglioramento  dell’andamento delle entrate, è verosimile ritenere,  a fine anno, un minor gettito che oscilli  tra +0,1 e +0,4% per le entrate del 2013 sul 2012, ad un valore tra 755 e 757 miliardi di Euro, contro 759 preventivati, con un ammanco tra 2,0 e 4,0 miliardi.
Quindi in estrema sintesi, alla luce di quanto sopra esposto, si potrebbe ritenere del tutto verosimile un deficit, a fine anno, oscillante tra il 3.4% e il 3.6%, cioè dai 4 ai 6 miliardi in più rispetto ai 48.7 miliardi stimati dal governo nella nota di aggiornamento, con un debito pubblico prossimo al 134% contro li stima del governo al 132,9%

In buona sostanza, è questo il quadro di finanza pubblica che, con ogni probabilità, ci attenderà da qui a fine anno, salvo ulteriori manovre correttive o giochi di prestigio per esporre un deficit inferiore al 3%. Ma in uno scenario come quello descritto, nel quale si balla proprio ai limiti, nonostante la manovra di contenimento di 1.6 miliardi di euro varata lo scorso 10 ottobre, molto dipenderà dalla crescita economica dell’ultima parte dell’anno e dalle entrate tributarie degli ultimi mesi, anche se, a parer di chi scrive, i margini di ottimismo sembrano piuttosto ridotti, se non addirittura inesistenti.

COME TAROCCARE LE PREVISIONI SULLA SPESA PER INTERESSI
Ma andando oltre, sempre nel DEF, e  sempre a proposito dell’inattendibilità delle stime governative, si scopre che, sul fronte della stima della  spesa per interessi, il tandem Letta-Saccomanni, compiono una vera e propria manovra di prestigio, degna di Mago Otelma.

Tanto per renderci conto di cosa stiamo parlando, vi propongo questa tabella che riepiloga la stima della  spesa per interessi dal 2014 al 2017: sulla prima riga quella effettuata dal Governo Monti, sulla seconda quella del Governo Letta con la nota di aggiornamento al DEF.


Stima Spesa per interessi Gov. Monti vs Gov. Letta . (dati in migliaia di euro)

2014
2015
2016
2017
Def . Maggio 2013- MONTI
90377
97465
104384
109289
Agg. Def settembre- LETTA
86087
88827
91858
92500
RISPARMIO
4290
8638
12526
16789

Come è facile intuire, già dal 2014, fino ad arrivare al 2017, il governo Letta stima un robusto e progressivo risparmio per la spesa per interessi, fino a giungere, nel 2017, appunto, a oltre 16 miliardi di euro, equivalenti ad 1 punto percentuale del Pil. E' chiaro che queste presunte economie determinano un miglioramento dei saldi di finanza pubblica.
A questo punto occorrerebbe chiedersi perché il governo stimi una riduzione così significativa del costo per interessi, o secondo quale parametro. Prima di dare una risposta all’interrogativo, è bene precisare che, come giustamente segnala il Prof. Gustavo Piga nel suo blog, ormai da oltre  15 anni  a questa parte, o meglio fino all’ultimo DEF dello scorso maggio, le previsioni di stima della spesa per interessi venivano “formulate utilizzando i tassi impliciti nella curva dei rendimenti italiana rilevati a  metà marzo 2013….”. In buona sostanza si tratta(va) di un criterio riconosciuto dalla comunità scientifica e finanziaria, che traeva fondamento proprio dall’analisi della curva dei tassi in un determinato periodo temporale.
Con la nota di aggiornamento, il governo cambia paradigma.  Infatti, sul documento,  la stima della spesa per interessi fonda  la sua previsione su una “ipotetica e una graduale chiusura degli spread di rendimento a dieci anni dei titoli di stato italiani rispetto a quelli tedeschi a 200 punti base nel 2014, 150 nel 2015 e 100 nel 2016 e 2017”. Cioè, per dirla in parole più semplici, il costo degli interessi sarebbe destinato a scendere in ragione di una ipotetica diminuzione degli spread.
Siamo quasi al demenziale o, se preferite, al dilettantismo, poiché, un analisi di questo genere, è priva di qualsiasi fondamento, non solo scientifico, ma anche logico. Invero, va precisato che un calo dello spread non significa automaticamente una diminuzione dei costi al servizio del debito (interessi). Infatti, lo spread, altro non è che una variabile che misura la differenza tra il rendimento Btp decennale e quello del  bund tedesco: anche quest’ultimo soggetto a variare in ragione di una moltitudine di variabili economiche e di mercato.
Ne consegue, in maniera peraltro del tutto ovvia, che se diminuisce lo spread, ma al tempo stesso aumenta il rendimento del bund, l’aumento del titolo tedesco vanifica in tutto o in parte il beneficio prodotto dal ripiegamento dello spread . Da ciò se ne deduce che se ad un eventuale aumento del rendimento del Bund, non si contrappone un calo più che proporzionale dello spread, il costo del debito aumenta anziché diminuire. Questo, banalmente, per significarvi che la stima fatta dal governo per quantificare la spesa per gli interessi, oltre ad essere infondata nel metodo, lo è anche logicamente.
Detto ciò, con ogni probabilità, ciò che induce il governo a ritenere un ripiegamento dello spread nei confronti del titolo tedesco, verosimilmente, risiede proprio nelle previsioni di crescita del PIL, dal 2014 al 2017, a parer di chi scrive, fin troppo ottimiste, o meglio non realizzabili.
Il perché dovrebbe esser chiaro. Infatti tanto più la crescita si dimostrerà (almeno sulla carta) vigorosa, tanto più i conti pubblici si stabilizzeranno verso sentieri di maggiore sostenibilità (sempre sulla carta) e, di conseguenza, aumenterà anche la fiducia degli investitori nei titoli del debito pubblico, determinando anche un ripiegamento dello spread, magari allineandosi (??) alle previsioni elaborate dal governo nel DEF. Quindi, un rientro dello spread a 100 punti base, in ragione della crescita esponenziale del PIL esposta nel DEF, potrebbe essere verosimile. Ma ciò che non lo è, sono le previsioni sul PIL. 


A PROPOSITO DELLE PREVISIONI FANTASIOSE SULLA CRESCITA
Ecco, il punto è proprio la crescita economica.
E’ proprio qui che il governo commette una vera e propria indecenza, proiettando stime che, non senza difficoltà e fantasia, potrebbero semmai essere ospitate nel libro dei sogni, nonostante, nel corso degli ultimi 14 anni ed oltre, il PIL dell’Italia sia cresciuto mediamente ad un livello ben inferiore (oltre 1%) rispetto alla media UE27

Ad ogni buon conto, la Nota di Aggiornamento al DEF si fonda  su una dinamica di tassi di crescita del Pil dal  2014 al 2017 decisamente ottimista:
·         2014 +1,0%;
·         2015 +1,7%;
·         2016 +1.8%;
·         2017 +1.9%.

Cioè, una crescita molto più robusta di quella mediamente prodotta negli ultimi 13/15 anni, ascrivibile, secondo il DEF, all'impatto (positivo) che dovrebbe produrre le riforme varate dai governi negli ultimi anni. Che poi, quali sarebbero queste riforme, sfugge del tutto.
In pratica, una crescita ben superiore a quella prevista da altre istituzioni finanziarie internazionali (es FMI) che appaiono comunque fuori dalla portata dell'Italia, almeno nel contesto che andremo tra poco a chiarire.
E' chiaro che gonfiare ad arte una previsione di crescita per i prossimi anni, in visione prospettica, rende il quadro di sostenibilità delle finanze pubbliche assai più roseo rispetto a quello che altrimenti sarebbe. Per il semplice fatto che, ampliare la base imponibile (maggiore PIL), ha come ovvia conseguenza anche un aumento delle entrate fiscali, determinando un miglioramento dei deficit, senza che ciò derivi da un inasprimento delle aliquote.
E questo favorirebbe anche un maggior interesse nell'acquisto del debito italiano anche da parte degli investitori, che comunque sanno (o meglio dovrebbero sapere) che si tratta di previsioni di crescita del tutto irrealizzabili. Anche perché, se fosse lo stesso governo a disegnare una quadro di sostenibilità delle finanze pubbliche a tinte fosche (cioè più verosimile alla realtà), chi mai avrebbe interesse ad investire sul debito pubblico italiano, se non con un rendimento che incorpori anche un maggior premio di rischio?

Quindi, banchieri compiacenti, ancorché conoscano (o quantomeno lo sospettino) che i dati sulla crescita siano del tutto inverosimili,  acquistano ugualmente  il debito pubblico. Perché sanno che il governo, all'occorrenza e in caso di necessità, in virtù dell'autorità che ha di imporre tasse -nelle forme più fantasiose possibili, patrimoniali comprese- sarà sempre disponibile ad intermediare ricchezza (quella degli italiani, nello specifico)e ripagare il debito nei confronti degli investitori.


Ma siccome il Governo ben conosce che i dati sono del tutto dissociati dalla realtà e che si tratta di ipotesi irrealizzabili, destinate a naufragare aprendo buchi nel bilancio dello stato, anticipa gli eventi. Quindi   vara una nuova manovra in modo che, quando ci si accorgerà del naufragio delle previsioni di crescita, tutto sarà già più o meno sotto controllo. Perché, è chiaro: le clausole di salvaguardia servono proprio a questo. Salvo ulteriori manovre e quindi altre tasse.

Ed è quello che, in buona sostanza, è stato fatto nei giorni scorsi varando la Legge di Stabilità, della quale parleremo più diffusamente in prossimo articolo.

Ma tornando al fattore crescita economica, vorrei proporvi un breve ragionamento, di buon senso, per farvi ben comprendere quanto siano infondate le previsioni di crescita formulate dal governo. Ragionamento che, per certi versi, esula dalla solita prospettiva approcciata dagli economisti su tali tipi di analisi. Nulla di complesso e particolarmente difficile.
Per comprende di cosa stiamo parlando, è bene fare un breve excursus su ciò che è stata la crescita italiana negli ultimi 13 anni, ossia dall’introduzione dell’euro. Ragioneremo in termini nominali. Cioè non considerando l’effetto inflazione che si è manifestata nel periodo considerato e che, comunque, giova ricordare, è stata di circa il 30% dal 2000 al 2013.



Come è facile osservare, in tutto il periodo considerato, l’Italia è cresciuta in maniera del tutto asfittica: certamente non in sintonia con le proprie necessità, e, mediamente, come evidenziato in precedenza, ben oltre un punto percentuale annuo in meno rispetto alla media dei pausi UE27. Nel frattempo, il debito italiano ha conosciuto ritmi di crescita molto più sostenuti, con una drammatica accelerazione  proprio dal 2008 in poi. Ossia con l'esplosione della crisi che ha determinato, ad esempio, un maggior esborso da parte dello Stato per sussidi di disoccupazione, o per la partecipazione ai vari piani di salvataggio condotti nel cotesto europeo. 

Tant'è che, dal 2000 in avanti, il debito pubblico non è mai sceso sotto il 103% del Pil -quando i parametri di Maastricht lo vorrebbero confinato al 60% del prodotto lordo-  con un'accelerazione vertiginosa proprio nell'ultimo quinquennio.
Fino a giungere, alla fine del 2013, a ridosso del 134% del Pil. Circa 2090 miliardi di euro, a fronte dei un PIl appena sopra ai 1550 miliardi di euro.
Tanto per offrirvi l'idea dell'accelerazione subita dal debito pubblico,  giova ricordare che, da fine 2011 ad oggi, il debito è cresciuto di circa 170 miliardi, ossia oltre l'8% dello stock totale.
Arrivati a questo punto, è il caso di ricordare che dal 2015, l'Italia, in applicazione del Fiscal Compact, per i prossimi 20 anni, dovrà procedere ad una riduzione del debito pubblico di 1/20 all'anno in ragione del PIl, al fine di confinare il debito entro il 60% imposto da Maastricht. Per sostenere l'abbattimento del debito pubblico  in un percorso così impegnativo, la condizione necessaria è che il PIL nominale cresca di almeno il 3% per i prossimi 20 anni. In modo tale che -confida il governo- una volta stabilizzato, il debito possa rientrare in maniera quasi automatica. Questa condizione imprescindibile, benché sulle previsioni del governo sia soddisfatta, appare del tutto irrealizzabile, almeno per i prossimi anni.

Ritornando alla dinamica del  PIl dal 2000 in avanti, giova segnalare che questo  è passato dai 1191 miliardi dell'anno 2000, fino ai 1567 miliardi del 2008. Per poi flettere ai 1520 miliardi con la recessione del 2009, e riprendersi nel 2011, fino a giungere ai 1580 miliardi e per poi flettere nuovamente nel 2012 e 2013, fino ad attestarsi, secondo le stime DEF, ai 1557 miliardi del 2013.  Da ciò se ne deduce che il PIl, negli ultimi 14 anni (comprendendo anche in dato del 2013, indicato nel  DEF a 1557 miliardi) è cresciuto di appena 366 miliardi di euro nominali: ossia solo del 30.74%, appena poco sopra il livello di inflazione cumulata nello stesso periodo. Ossia, non è cresciuto in termini reali.

Secondo le previsioni riportate nel DEF , già dal 2014, il Pil salirà a 1602 miliardi, per poi passare a 1660 nel 2014, 1718 nel 2016 e 1779 nel 2017.
Cioè ben 222 miliardi in più rispetto ai livelli di fine 2013 (quasi il 15% in più), che rappresentano circa il 60% della crescita realizzata negli ultimi 13 anni.  Tutto questo è riscontrabile dal grafico (1) sopra esposto, dove dal 2014 in poi, secondo le previsioni del DEF, si assiste ad un irripidimento della curva del PIL nominale, che incorpora tassi di crescita medi nel quadriennio di oltre il 3% annuo.
A questo banale ragionamento, si potrebbe obiettare che è sostanzialmente insensato paragonare la crescita del PIL nominale in due periodi temporali differenti, senza considerare gli effetti inflattivi acquisiti, che hanno comunque contribuito ad  una maggiore crescita dal PIL nominale. Vero: osservazione ineccepibile. Ma che non cambia di molto le previsioni troppo ottimistiche fatte dal governo, atteso che le previsioni sull’inflazione sembrano anch’esse fuori dalla realtà, stante anche la persistente debolezza dei consumi che si protrarrà anche nei prossimi anni, spingendo al ribasso anche le previsioni sull’inflazione. Di conseguenza, con un inflazione che verosimilmente sarà destinata a rimanere al disotto delle previsioni, la performance del PIL nominale appare ben al disopra di ogni ragionevole previsione.

CONDIZIONI ECONOMICHE OPPOSTE
A conferma dello scenario sopra evidenziato e di quanto siano inverosimili le previsioni di crescita del PIL elaborate dal Governo, giova ricordare che nel periodo considerato, almeno fino al 2007, si sono verificate eccellenti condizioni di crescita nelle aree economiche più importanti del mondo, che, indubbiamente, hanno trainato la crescita italiana, con un export particolarmente dinamico.

In questo periodo, al netto delle distorsioni prodotte, si è assistito anche  ad un abbondanza di credito che è stato riversato nell’economia, determinando una fase virtuosa del ciclo economico.
La facilità di accesso al credito ha consentito agli operatori economici il finanziamento delle proprie attività e dei propri bisogni: le imprese hanno potuto investire in opifici, capannoni, immobili, attrezzature, macchinari e ricerca. Mentre le famiglie ed i privati, nell’acquisto di case, automobili, o altri beni durevoli. E’ evidente che  dinamiche di questo tipo abbiano avuto un enorme impulso sullo sviluppo economico del periodo considerato, determinando fenomeni virtuosi anche nella disoccupazione, che ha conosciuto livelli minimi proprio nel 2007, al 6.1%.  
E’  fuori da ogni dubbio che queste condizioni abbiano contribuito significativamente alla crescita del PIL che, tuttavia, ricordiamo, è stata ben al disotto della media europea e delle necessità del paese.

Ad oggi sembra di vivere in un altro mondo.

Le desertificazione economica prodotta dalla crisi e dalle politiche di austerity è sotto gli occhi di tutti, soprattutto nella monotonia delle tasche degli italiani.
La disoccupazione è doppia (oltre il 12%) rispetto ai tassi minimi del 2007, mentre quella giovanile ha superato la soglia del 40%, con punte ben superiori al 50% in alcune zone del sud. Tuttavia, il tasso di disoccupazione indicato dalle statistiche oltre il 12%, non racconta affatto l'esatta drammaticità della piaga della disoccupazione, poiché non tiene conto di chi ha smesso di cercare lavoro o di chi è sottoccupato.
 Non tiene neanche conto delle centinaia di migliaia di persone che ancora godono della cassa integrazione e che sono in forza ad aziende che non avranno mai la possibilità di riemergere da questa situazione. Se di considerassero anche queste variabili, il dato sarebbe proiettato ben oltre la soglia del 20%.

Inoltre, rispetto al periodo  che potremmo chiamare “delle vacche grasse” (2000-2007, N.d.r.), il reddito procapite reale è precipitato ai livelli che non si vedevano da oltre un quindicennio.  La capacità dei spesa della famiglie, anche a causa dell'inasprimento fiscale di questi ultimi anni, ha subito un drammatico tracollo. Decine di migliaia di imprese hanno cessato la loro attività, hanno chiuso i battenti o si sono delocalizzate in aree geografiche ove risulti più conveniente fare impresa.
La pressione fiscale ha raggiunto livelli record, ben superiori a quelli conosciuti fino al 2007.
Ancora: le banche sono  alle prese con  sofferenze record che si attestano ad oltre quota 140 miliardi di euro. Queste, sono almeno quelle ufficiali. Poi ci sarebbero anche quelle non ancora emerse, che le banche cercano di mantenere latenti più a lungo possibile. Stando la fragilità del sistema bancario (solo per usare un eufemismo), appare del tutto improbabile che le banche possano tornare ad allargare i coroni della borsa e sostenere un ciclo economico, ancorché trainato da altre economie mondiali che comunque,pur mostrando segnali di maggior ottimismo,sono ben lontane dai fasti del periodo “delle vacche grasse”.
Nel contesto europeo, invece,  giova segnalare che molte economie sono alle prese con percorsi di rientro dai deficit che chiaramente impattano sul ciclo economico di quelle nazioni e, conseguentemente, anche nella componente export del PIL italiano.
Queste sono solo alcune delle variabili economiche  fortemente deteriorate che non possono che aggravare le previsioni di crescita per il prossimo futuro, rendendo gli sforzi previsionali del governo del tutto inattendibili.

 E’ chiaro che queste variabili  -che costituiscono solo una minima parte di quelle che si potrebbero considerare ai fini della nostra analisi e che confermerebbero comunque  il nostro ragionamento-, stando la persistente fragilità, non potranno contribuire alla crescita del PIL, come invece avvenuto in passato nel periodo di crescita economica.

Eppure, questo ragionamento,  che non ha ben poco di dottrina economica, sembra sfuggire del tutto al governo che ipotizza previsioni di crescita fuori da ogni logica di buon senso.
Di conseguenza non si comprendono le ragioni per cui il PIL, nei prossimi 4 anni, debba cresce in maniera così esponenziale come, invece, prevede il governo.

Per dirla in maniera prosaica, potremmo chiederci: ALLA LUCE DELLA DEVASTAZIONE ECONOMICA INTERVENUTA, PERCHE MAI L’ECONOMIA ITALIANA, NEI PROSSIMI 4 ANNI, DOVREBBE CRESCERE IN MANIERA BEN PIU’ SOSTENUTA RISPETTO A QUANTO AVVENUTO NEI PRIMI 8 ANNI DEL SECOLO, IN CONDIZIONI IMPARAGONABILI RISPETTO ALLE ATTUALI?

La risposta è semplice. Ossia non esiste nessun elemento che possa confermare i livelli di ottimismo profusi dal governo, posto il fatto che, l’Italia, in questa crisi, ha perso anche una buona parte della capacità di reazione ad agganciare cicli economici favorevoli, ancorché indotti da altre economie trainanti.

In altre parole, a parer di chi scrive, l’Italia si trova a vivere un’epoca  di declino economico e sociale di lungo periodo, dalla quale uscirne non sarà affatto facile, se non impossibile, permanendo simili condizioni.

In una situazione come quella descritta, con un cambio non rappresentativo dei  caratteri di debolezza strutturale dell’economia italiana, invertire la tendenza, verosimilmente, sarà del tutto improbabile.

Nella condizione attuale, l’ipotesi che appare più verosimile è quella secondo la quale l’’Italia si troverà ad alternare periodi recessivi, con periodi di bassa crescita ( stagnazione), in un percorso altamente allarmante e distruttivo che determinerà:
·         Declino inarrestabile del sistema produttivo manifatturiero italiano;
·         Aumento della disoccupazione e crescita del paese da sognare per lungo tempo;
·         Impoverimento continuo delle famiglie, della classe media e poi anche degli altri;
·         Collasso del welfare attuale perché insostenibile.

          Il presente articolo e’ stato redatto grazie alla collaborazione di vari autori e pubblicato da una serie di Top Blog Italiani che si occupano di Economia.

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martedì 22 ottobre 2013

OPERAZIONE VERITA'

In questi anni di crisi, oltre alle tasse e al disagio economico e sociale, c'è stata un'altra grande costante che ha tenuto compagnia alle nostre giornate, ai nostri momenti: la menzogna proferita in modo sistematico dai vari governi e dai politici di turno che, in maniera spudorata e vergognosa, hanno reiteratamente mentito e mistificato (e continuano a farlo) circa l'esatta situazione dell'economia e dei conti pubblici, in costante ed inesorabile deterioramento.
È' chiaro che tutto ciò incorpora evidenti elementi di criminalità, proprio perché tende ad alimentare false aspettative nei confronti degli agenti economici più deboli: i disoccupati con le loro famiglie e le imprese, prime vittime sacrificali di questa crisi.

Proprio per questo, insieme ad altri TOP BLOG economici, tra i più seguiti in Italia, tutti liberi e senza padroni, stiamo lavorando congiuntamente ad un'evento in rete, con il fine di smentire la propaganda e fotografare l'esatta situazione dell'economia e dei conti pubblici.
Quindi, nei prossimi giorni, partirà una grande OPERAZIONE VERITÀ', che vedrà impegnati i migliori siti di economia e finanza, che rilanceranno tutti insieme, coralmente, un grande articolo divulgativo.


È' chiaro che, per garantire successo all'evento, occorre il contributo di tutti, al fine di garantire la massima diffusione all'OPERAZIONE VERITÀ'.

giovedì 17 ottobre 2013

LEGGE DI STABILITA': LA MORTE DELLA DEMOCRAZIA

di Paolo Cardenà - Come noto, appena due giorni fa, il Governo ha varato la legge di stabilità. Nei giornali si leggono fiumi di inchiostro che tendono ad analizzare le novità introdotte: i vantaggi e gli svantaggi, a favore di chi o meno.
Stessa cosa avviene nei programmi di (dis)informazione televisiva. Tutti parlano, analizzano, chiacchierano, ragliano, ma pochi conoscono. Ciò che sfugge alla massa è che la manovra appena licenziata dal governo è la prima  Legge di Stabilità determinata "sotto l'egida" della Commissione Europea, per via dell'entrata in vigore del Two Pack, di cui in questo sito si è già discusso molto.

mercoledì 16 ottobre 2013

UN GIORNO DI ORDINARIA FOLLIA (BUROCRATICA)

di Paolo Cardenà - Ad un contribuente, un imprenditore per la precisione, arriva un avviso bonario da parte dell'AGENZIA DELLA ENTRATE.
Nel documento, l'amministrazione finanziaria rivendica 1200 euro circa di tributi, presumibilmente, a loro dire, non versati.
Ma nulla è dovuto dal contribuente, poiché egli ha già adempiuto all'obbligazione tributaria, avvalendosi dell'istituto del ravvedimento operoso, che consente di sanare omessi versamenti di imposta entro un determinato periodo temporale, pagando anche la sanzione e gli interessi dovuti.

Quindi, il contribuente, raccoglie tutta la documentazione attestante il versamento effettuato e si reca all'Agenzia delle Entrate per ottenere lo sgravio delle somme indebitamente rivendicate. Chiaramente, il contribuente, per fare ciò, si deve assentare dalla sua impresa, con ovvie ricadute economiche sul lavoro da lui stesso svolto, e sulla produttività aziendale.

lunedì 14 ottobre 2013

A PROPOSITO DEL PD

di Paolo Cardenà- Quelli del Pd hanno la sconfitta nel sangue, nel Dna. Se si dovessero presentare all'ippodromo e scommettere su una corsa, dove a correre fosse un solo cavallo, sono sicuro che riuscirebbero ad arrivare secondi. Magari perché il fantino arriva prima del cavallo...

Nella situazione attuale, con un "centrodestra" vittima di profonde divisioni e ormai orfano della leadership di Berlusconi, il Movimento 5 Stelle che, nonostante l'impegno,la maggior parte dei presenti in parlamento, non brillano affatto in termini di capacità e proposte concrete, il PD sarebbe dovuto essere un partito al 45% del consenso elettore, o forse oltre.

Tanto più se si considera che, geneticamente, questo partito dovrebbe interpretare e difendere al meglio le ragioni di coloro che, loro stessi, considerano la catena debole della società, e interpretare al meglio le difese e le ragioni di costoro. Quindi, quale occasione migliore per far breccia tra i milioni di disoccupati, cassaintegrati, tra gli altri milioni di inoccupati che hanno rinunciato a cercare un lavoro, o tra i milioni di persone che sono costrette all'emarginazione sociale, se non alla fame?

Ma così non è.
Il Pd, non comprendendo il malcontento, né il dramma sociale che sta investendo questo paese disgraziato, non riesce ad intercettarne nemmeno il consenso in termini elettorali.

Perché, vi chiederete. La risposta è semplice da trovare: il PD non è un partito di sinistra. Sia ben chiaro: non è neanche un partito di centro e neanche un partito di destra. Il Pd è nulla di tutto questo. Il PD è caos, irrazionalità, mercantilismo, parassitismo, corporativismo, lobbismo, clientelismo. Insomma, è tutto tranne che un partito.

Per i molti amici che seguono questi pixel e verso i quali nutro sentimenti di profonda considerazione e amicizia, con il massimo rispetto nei confronti della vostre posizioni e della simpatia che nutrite verso questo partito, senza alcun dubbio e senza reticenza alcuna, posso dirvi che state spendendo le vostre capacità e la vostra buonafede a favore di un partito che non vi merita. 

Che non merita la vostra considerazione, i vostri riguardi, il vostro credo politico e il vostro voto. Perchè? Per il semplice motivo che il Pd ha avuto il coraggio di vendervi. E lo ha fatto innumerevoli volte. 

Solo per citare qualche esempio:
Vi ha venduto sponsorizzando la peggiore finanza italiana: la più marcia e indegna a livello planetario. A questi capitani di (s)ventura, proprio quelli del PD, hanno consentito di mettere le mani su aziende strategiche, comprate a debito con veicoli societari di discutibile trasparenza, spolpate negli asset più strategici e redditizi e poi, una volta esaurito il valore, gettate in mezzo alla strada insieme alle decine di migliaia di occupati. E i sindacati? Silenzio assoluto, poiché collusi e conniventi sia con il partito che con i poteri forti.

Vi ha veduto e continua a farlo sposando a piena mani l'ortodossia criminale di un manipolo di tecnocrati europei, che impongono all'Italia politiche di austerità proprio al fine di confinare gli squilibri determinati dalla moneta unica. E lo stanno facendo proprio sulle spalle del segmento più debole della popolazione: le piccole aziende, e gli operai.

Come? Creando più disoccupazione: in modo che, per effetto della legge della domanda e dell'offerta, i salari possano appiattirsi verso livelli più bassi, conferendo maggiore competitività a favore del sistema italia. Ma attenzione! I salari che tendono ad abbassarsi, non sono quelli dei milioni di dipendenti pubblici, ancora tutti occupati, la maggior parte dei quali enorme bacino di voti per la casta che sta imponendo queste politiche. Sono solo quelli dei lavoratori privati, cioè i vostri.

Per loro siete stati e sarete solo merce da vendere.
E se non ci credete, basta che osserviate il servilismo con il quale i leader italiani si genuflettono al cospetto dei tecnocrati europei. Solo che, ogni volta che si chinano, dovreste pensare che il culo che sporge da dietro è quello degli italiani.

mercoledì 9 ottobre 2013

QUANTO SONO PROTETTI I DEPOSITI BANCARI?

di Paolo Cardenà - Come è noto, in Italia, l'organismo deputato a garantire la tutela del depositi è il Fondo Interbancario di tutela dei depositi.
Al FIDT, per obbligo di legge, aderiscono tutte le banche residenti in italia, eccezion fatta per le banche di credito cooperativo che, a loro volta, aderiscono al Fondo di Garanzia dei Depositanti del Credito Cooperativo.
Senza addentrarci troppo sulle modalità e sulle forme di garanzia prestate dal Fondo (che potete trovare QUI ), quel che preme segnalare è l'assoluta inadeguatezza del fondo, rispetto ai fondi classificati come "Rimborsabili",cioè rispetto ai volumi dei depositi bancari rimborsabili.

Per comprendere di cosa stiamo parlando, osserviamo la  tabella di seguito riportata,  tratta dalla Relazione Annuale del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi, riferita all'anno 2012.

Nelle tabella proposta si evincono i volumi di fondi rimborsabili suddivisi per livello di rischiosità degli istituti di credito considerati (254), analizzati secondo gli standard previsti dal FIDT. Da notare che, complessivamente, secondo l'analisi proposta dal FIDT, per le 254 banche considerate, i fondi rimborsabili ammontano a 476 miliardi di euro. Dei 476 miliardi di Euro, oltre la metà sono allocati in banche che lo stesso FIDT considera con un rischio superiore a quello medio,  con il grosso della fetta (197 mld di euro) allocata presso istituti con  "Rischio Medio Alto", e addirittura oltre 50 miliardi allocati presso istituti con "Rischio Alto" (43 mld) o "Escudibile" (3.04 mld). Nella stessa relazione, a pagina 37,  si legge che i fondi a disposizione del FIDT da utilizzare per far fronte ad eventuali dissesti bancari e da poter rimborsare ai depositanti ammontano ad appena 1,9 miliardi di euro: ossia appena lo 0,4% del totale dei fondi rimborsabili. Da ciò se ne deduce che i fondi disponibili in caso di dissesto bancario,  non sarebbero neanche sufficienti per coprire i rimborsi di una banca di piccola dimensione.


A complicare il quadro sopra descritto, giova ricordare che le sofferenze bancarie hanno superato il 9% del Pil, oltre quota 140 miliardi di euro. Un valore che, al netto degli accantonamenti e delle svalutazioni  effettuate, rappresentano più del 20% del capitale e delle riserve complessive del sistema bancario.

Ora comprenderete che, stando la fragilità di buona parte del sistema bancario nazionale, che  peraltro rischia di peggiorare con il protrarsi della crisi, che genera ulteriori sofferenze anche in seno alle banche, appare del tutto ingannevole e fuorviante parlare dell'esistenza di una garanzia assoluta sui depositi inferiori ai 100 mila euro. Da ciò se ne deduce che in caso di crisi bancarie di grandi proporzioni o che colpiscano istituti di grandi dimensioni rispetto alle possibilità del  Paese (peraltro latenti), in caso di incapienza di obbligazioni bancarie e dei depositi non assicurati, è chiaro che si finisca per colpire proprio quei depositi "assicurati", magari diminuendone il livello della garanzia o quant'altro.
Alla luce di quanto sopra, non dovrebbe affatto sorprendere che, a livello europeo, per la soluzione delle crisi bancarie che eventualmente si dovessero presentare, l'attenzione sta convergendo verso la possibilità di coinvolgere gli azionisti, i possessori di obbligazione e poi, successivamente, in caso di necessità, anche i depositanti.
Ma di questo tema e di come il fondo ESM potrà intervenire nella ricapitalizzazione delle banche in difficoltà, parleremo in un prossimo post che verrà pubblicato nei prossimi giorni.

domenica 6 ottobre 2013

LETTERA AD UN AMICO: L'USCITA DALL'EURO E' QUESTIONE ESSENZIALE

Guest post Scenari Economici.

In tema di moneta unica e di uscita dall'euro  vi riportò l'opinione della bravissima Gpg Imperatrice di Scenari Economici.


Articolo Fondamentale – Lettera ad un Amico Immaginario: l’uscita dall’Euro e’ questione essenziale (a breve sara’ questione di mera sopravvivenza)

(continuo a leggere in rete e ricevere missive di amici che, pur percependo in qualche modo il problema dell’Euro per l’Italia, tendono irrimediabilmente a sottovalutarlo, pensando che questo e’ un problema minore, e ricercando soluzioni salvifiche di altro genere. In questa missiva proveremo a rispondere. Suggeriamo per chi avesse tempo di aprire e leggere con attenzione gli articoli linkati)
PARTE 1 – SFORZI INUTILI
Caro mio,
Ho provato in tutti i modi a spiegarti la questione EURO, ma continui irrimediabilmente a sottovalutarla.

giovedì 3 ottobre 2013

LA VORAGINE CHE SI STA APRENDO NEI CONTI PUBBLICI

Nei giorni scorsi il Ministero dell'Economia e delle Finanze, con un comunicato, ha diffuso i dati sul fabbisogno realizzato dal settore statale nel mese di settembre 2013.
Nel comunicato si legge che:
Nel mese di settembre 2013 si è realizzato un fabbisogno del settore statale pari, in via provvisoria, a circa 15.500 milioni, che si confronta con il fabbisogno di 11.422 milioni del mese di settembre 2012.
 I dati ancora provvisori sulle entrate fiscali del mese fanno stimare un andamento del gettito migliore di quello atteso.Il peggioramento del fabbisogno, pari a circa 4.100 milioni (4.1 miliardi di euro, nd.r.), è dovuto per circa 2.400 milioni ad una accelerazione della dinamica dei prelievi delle amministrazione pubbliche, in relazione soprattutto al pagamento dei debiti pregressi, per 400 milioni a più elevati rimborsi fiscali (aumentati nei primi nove mesi dell’anno di 3.500 milioni rispetto allo stesso periodo del 2012) e, per circa 1.500 milioni, a maggiori pagamenti per interessi a causa di una diversa calendarizzazione delle emissioni rispetto allo scorso anno.
Quindi, nel mese di settembre 2013 il fabbisogno è peggiorato di 4.1 miliardi di euro rispetto  allo stesso periodo del 2012, dove si era attestato a 11,42 miliardi di euro.
Ma il MEF, nella nota, omette di indicare il dato cumulato del fabbisogno nei primi 9 mesi dell'anno che si è attestato a  circa 76 miliardi di euro, contro i 45 realizzati nello spetto periodo del 2012, con un peggioramento di oltre 30 miliardi.

Quanto affermato è facilmente riscontrabile in questo grafico, tratto dall'ultimo Supplemento al Bollettino Statistico pubblicato dalla Banca D'Italia  qualche settimana fa e riferito a luglio 2013.



Come è facile intuire, in corrispondenza del mese di settembre, abbiamo aggiunto l'istogramma giallo (che rappresenta i 76 miliardi di fabbisogno fino a settembre 2013) proprio per evidenziare la divergenza rispetto al fabbisogno realizzato nello stesso periodo del 2012 (istogramma rosso a 45 miliardi di euro).

Alla luce di quanto sopra esposto, e dalle indicazioni riportate nella Nota di Aggiornamento al DEF pubblicata qualche giorno fa, a parer di chi scrive, appare alquanto difficile il raggiungimento degli obiettivi di bilancio previsti nell'aggiornamento al DEF, stante il persistere della debolezza economica, e l'aleatorietà sul fronte delle entrate tributarie nei prossimi mesi.
Salvo significative manovre correttive, e quindi ulteriori nuove tasse, con gli effetti di cui abbiamo già ampiamente discusso.

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martedì 1 ottobre 2013

ACCADE AUMENTANDO L'IVA

La tabella esposta in seguito rappresenta il gettito IVA, per ciascun mese, dal 2011 fino a luglio del 2013.
E' facile osservare che, da ottobre 2011, come conseguenza dell'aumento dell'aliquota ordinaria IVA - passata dal 20 al 21%- e della recessione che ha colpito il paese in questo periodo,  si assiste ad una diminuzione del gettito tributario rispetto all'anno precedente (2011), quando l'aliquota ordinaria era al 20% (fino a settembre).