martedì 3 dicembre 2013

QUELLI DELLA PATRIMONIALE

di Paolo Cardenà - Trovo spunto, per scrivere questo post, proprio dal confronto televisivo della settimana scorsa, tra i candidati alle primarie del PD, Cuperlo, Civati e Renzi (CU.CI.RE.)
Se avete seguito il dibattito, avrete notato che tutti e tre, benché in toni diversi, si sono detti favorevoli all'introduzione  di una imposta patrimoniale, peraltro ignorando che sono già presenti nel nostro ordinamento, e che colpiscono sia i risparmi attraverso l'Imposta di bollo, sia alcune tipologie di beni mobili, sia le proprietà immobiliari attraverso l'IMU e le sue declinazioni; anche se non ci capisce ancora bene quali esse siano.


In particolare, il più timido di tutti è stato proprio Renzi che, al riguardo, ha affermato :
"È giusto che chi ha di più dia di più, ma prima dobbiamo dare l’esempio noi"
Dello stesso parere di Renzi, è stato anche Civati, secondo il quale:
"Prima bisogna rivedere il Catasto, fare l’anagrafe dei patrimoni e, comunque, la tassazione deve essere progressiva".
 Molto più diretto è stato invece Cuperlo, che ha precisato:
"Ho trovato un eccesso di timidezza nelle risposte dei miei concorrenti. Sì, sarebbe giusto introdurre una patrimoniale perché la crisi non è stata uguale per tutti. Non per colpire la ricchezza ma per redistribuire la ricchezza".
Queste, in buona sostanza, sono le dichiarazioni dei leaders del PD a proposito dell'imposta patrimoniale; anche se non si ha ancora chiaro cosa intendano per imposizione patrimoniale: se la vorrebbero strutturale come quelle già esistenti, oppure una tantum come quella di Amato nel 1992.

Ai leaders del Pd & co. che non perdono occasione per evocare l'opportunità di una imposta patrimoniale sui risparmi, vorrei far notare quanto segue.


Nel 1992, come noto, Giuliano Amato, in piena notte, fece già una rapina dello 0.6% sui conti correnti degli italiani. Con quella sciagurata azione degna di uno stato ladro, si colpirono anche chi, sul proprio conto corrente, in quei giorni, per loro sfortuna, ebbero accreditato un mutuo, contratto magari per l'acquisto di un immobile o per qualsiasi necessità. Di fatto, vennero prelevati dei soldi anche sui debiti degli italiani.

A mio parere fu una grande rapina, ma quantomeno fu una tantum, e quindi non strutturale.



Oggi la questione è assai differente, e anche più inquietante.


Perché, se è vero come è vero che quella di Amato fu un'imposta patrimoniale una tantum, oggi, invece, la quasi totalità dei risparmi sono colpiti con l'imposta di bollo dello 0.15% (0.20% dal 2014), in modo strutturale. Cioè, un terzo dell'imposta patrimoniale di Amato, che si ripete tutti gli anni. Salvo ulteriori inasprimenti. 

Oltre a questa imposta che colpisce la consistenza dei risparmi e quindi il patrimonio, gli investimenti finanziari scontano ulteriori imposte sia sui capital gain, sui dividendi e sulle cedole, tutt'altro che leggere.

Quindi, in Italia il risparmio è già ampiamente ( e pericolosamente) tassato e chi crede che  sia possibile ulteriori imposte patrimoniali, lo fa perché perfetto analfabeta economico e, cosa peggiore, perché si vuole colpire quei piccoli risparmiatori che hanno accumulato qualche risparmio in virtù di redditi prodotti in età lavorativa, peraltro già tassati a livelli siderali.


Infatti, quando si accorgeranno che il gettito derivante da un'imposizione patrimoniale straordinaria sarà ben poca cosa rispetto a quanto da loro ipotizzato, finiranno per abbassare l'asticella di imposizione, andando a colpire proprio quei piccoli risparmiatori che, magari, durante la loro attività lavorativa, avranno messo da parte qualche risparmio per far fronte agli imprevisti o alle necessità della vecchiaia, viste le pensioni da fame che lo Stato paga., obbligandoli però, in età lavorativa, a dover rinunciare a parte del proprio reddito, per garantire il pagamento delle pensioni attuali, talvolta faraoniche, senza che i percettori abbiano fatto la stessa cosa erano in età lavorativa.

E quest'ultimo fatto lo abbiamo dimostrato proprio in una serie di articoli che vi ripropongo e vi invito alla lettura, tenuto conto che si tratta di argomenti di  fondamentale importanza che meritano  di essere letti, approfonditi, compresi e diffusi. Non hanno nulla di complesso, ed è sufficiente leggerli con un po' di attenzione per comprendere in che modo potremmo essere colpiti da un'imposta patrimoniale, traendone le dovute considerazioni.

ASPETTANDO LA PATRIMONIALE
Quando vi recate in banca per chiedere un finanziamento o un mutuo per l'acquisto della vostra abitazione, la banca, in genere,  in condizioni di normale operatività, pone due condizioni essenziali a garanzia delle somme che vi verranno erogate: l'ipoteca sulla casa che voi acquistate, e un reddito ritenuto adeguato per poter pagare le rate di finanziamento che, dall'erogazione in avanti, vi verranno addebitate fino alla completa estinzione del debito.
In pratica, il valore della  casa, bene reale per eccellenza, costituisce la garanzia (per la banca) che voi onorerete il debito attraverso il pagamento delle rate, reso possibile da un flusso finanziario di lungo periodo: il reddito da voi prodotto. Se si interrompe quest'ultimo compromettendo la vostra capacita di rimborso del mutuo, la banca, per recuperare il proprio credito, potrà invocare la garanzia (l'ipoteca) e vendere il "vostro" immobile per recuperare il proprio credito, che per voi è un debito.
Discorso analogo  vale anche per il debito pubblico, anche se con qualche peculiarità differente.
Siccome la macchina statale, per poter funzionare, ha bisogno di credito, quando i nostri governanti si recano per le varie cancellerie mondiali o nei vari road show e affermano che l'Italia ha un'economia solida, altro non fanno che rassicurare gli investitori (che finanziano lo Stato) confermando che loro possono investire tranquillamente sull'Italia poiché il loro credito (debito dello stato) potrà essere ripagato, stante la ricchezza degli italiani. Quindi, in un certo qual modo, il patrimonio  degli italiani, seppur in mancanza di un atto formale idoneo a costituire "ipoteca" o "pegno", viene posto a garanzia dei prestiti che gli investitori concedono allo stato. Ciò è possibile grazie all'autorità che lo stato può esercitare nei confronti della popolazione. Mentre  il reddito prodotto degli italiani costituisce il flusso di ricchezza che permette il pagamento degli interessi agli investitori. Quindi, lo Stato, forte della sua autorità che gli consente -attraverso l'imposizione fiscale- di considerare il patrimonio dei singoli cittadini a garanzia degli investitori, trasforma la ricchezza nazionale in una garanzia per gli investitori pronta ad essere escussa grazie all'autorità di cui lo stato stesso dispone e che si sostanzia proprio nel prelievo fiscale, sia ordinario che straordinario in caso di imposte patrimoniali straordinarie.
Accade che il debito dello stato, contrariamente al debito dei privati, verosimilmente, non viene mai (?) rimborsato, ma semplicemente rinnovato; almeno fino a quando gli investitori non decidano di staccare la spina,  ottenendo il rimborso del proprio credito.  Ciò significa un cosa molto semplice, ossia che gli investitori, siccome hanno delle masse di liquidità che devono essere pur investite e sempre a caccia di un buon rendimento e di un porto sicuro, alla scadenza del proprio credito, altro non fanno che concedere alla Stato un'ulteriore dilazione, rinnovando il proprio investimento a condizioni modificate, sia in termini di durata e di rendimento. Quindi, fino a quando gli investitori non pretendono indietro i loro soldi, nulla da temere. Ma le cose cambiano nel momento in cui gli investitori invertono la rotta e poiché lo Stato non dispone delle risorse per ripagare il debito, si verifica la bancarotta. Ecco quindi che lo Stato, con la sua azione fiscale, altro non fa che pagare la pretesa dei finanziatori, alle banche, ai fondi di investimento e ai fondi pensione che hanno investito sui titoli italiani. In parole ancora più semplici, il patrimonio degli italiani è la garanzia della solvibilità dello Stato.
Pochi giorni fa, la Banca d'Italia ha reso noto il consueto rapporto sulla ricchezza delle famiglie italiane,  che potete trovare QUI nella forma pubblicata.
Omettendo di entrare nei meandri della metodologia adottata da Bankitalia per quantificare la ricchezza delle famiglie, dal rapporto emerge che, alla fine del 2011, la ricchezza netta delle famiglie italiane era pari a circa 8.619 miliardi di euro, corrispondenti a poco più di 140 mila euro pro capite e 350 mila euro in media per famiglia. Più precisamente, secondo quanto riportato dal rapporto, alla fine del 2011 le attività reali (5.978 rappresentavano il 62,8 per cento della ricchezza lorda, le attività finanziarie (3.541 miliardi di euro) il 37,2 per cento e le passività finanziarie (900 miliardi di euro) il 9,5 per cento.

LE ATTIVITA' REALI
A fine 2011 le attività reali detenute dalle famiglie italiane ammontavano a 5.978 miliardi di euro. Le abitazioni rappresentavano l’84 per cento del totale delle attività reali e i fabbricati non residenziali quasi il 6 per cento. Impianti, macchinari, attrezzature, scorte e avviamento incidevano per il 4 per cento, mentre i terreni e gli oggetti di valore ammontavano rispettivamente a poco più del 4 e del 2 per cento.



LE ATTIVITA' FINANZIARIE
Alla fine del 2011 le attività finanziarie ammontavano a oltre 3.500 miliardi di euro, in contrazione a prezzi correnti rispetto a fine 2010 (-3,4 per cento). Quasi il 42 per cento era detenuto in obbligazioni private, titoli esteri, prestiti alle cooperative, azioni e altre partecipazioni e quote di fondi comuni di investimento. Il contante, i depositi bancari e il risparmio postale rappresentavano quasi il 31 per cento del complesso delle attività finanziarie; la quota investita direttamente dalle famiglie in titoli pubblici italiani era pari al 5,2 per cento. Le riserve tecniche di assicurazione, che rappresentano le somme accantonate dalle assicurazioni e dai fondi pensione per future prestazioni in favore delle famiglie, ammontavano al 19,2 per cento del totale delle attività finanziarie.

È continuata nel 2011 la ricomposizione dei portafogli delle famiglie verso forme di investimento più liquide, quali il contante e il risparmio postale e i conti correnti bancari, le cui quote di ricchezza finanziaria sono ulteriormente cresciute rispetto al 2010 (rispettivamente di 0,3, 0,4 e 0,5 punti percentuali). Rispetto al 2010, la quota di ricchezza detenuta in titoli pubblici italiani è cresciuta di un punto percentuale, pari a oltre 30 miliardi di euro, tornando sui livelli del 2009. La quota di ricchezza finanziaria in titoli pubblici posseduta dalle famiglie italiane è comunque decisamente inferiore a quella della seconda metà degli anni '90, quando ammontava in media al 14 per cento. Quella detenuta in azioni e partecipazioni (circa 500 miliardi di euro, pari al 14 per cento) si è ridotta dalla fine del 2010 di 3 punti percentuali, esclusivamente a causa della riduzione della quota di titoli italiani; nel 2000 ammontava a circa un quarto delle attività finanziarie totali.

Secondo le statistiche disponibili, le attività finanziarie detenute sull’estero dalle famiglie italiane erano di oltre 300 miliardi di euro a fine 2011, in diminuzione di circa il 5 per cento rispetto alla fine del 2010.




LE PASSIVITA' FINANZIARIE
A fine 2011 le passività finanziarie delle famiglie italiane, pari a 900 miliardi di euro erano costituite per circa il 42 per cento da mutui per l’acquisto dell’abitazione; la quota di indebitamento per esigenze di consumo ammontava a circa il 13,6 per cento, le rimanenti forme di prestiti al 20 per cento così come i debiti commerciali e gli altri conti passivi

Dallo spaccato sopra evidenziato se ne deduce che la ricchezza netta (ATTIVITA' REALI+ATTIVITA' FINANZIARIE-PASSIVITA' FINANZIARIE) è di euro 8619 miliardi di euro, ossia oltre 4 volte il volume  del debito pubblico.
Questa, in altre parole, è la ricchezza posta a garanzia del debito.

Quindi, in base ai dati resi noti da Bankitalia, siamo giunti alla conclusione che il patrimonio degli italiani è costituito da: 


  • Attività reali  per 5977.80 miliardi di euro
  • Attività finanziarie per 3541 miliardi di euro
  • Passività finanziarie per circa 900 miliardi di euro.
Queste due macro classi di attività, dedotte dalle passività, costituiscono la ricchezza netta degli italiani che  quindi viene  quantificata in euro 8619,3 miliardi di euro.
Il dato, essendo multiplo di oltre quattro volte lo stock di debito pubblico, fa un po' impressione e suscita l'interesse di chi vorrebbe che, almeno parte di questa enorme ricchezza, possa essere utilizzata per abbattere il debito pubblico confinandolo entro volumi di maggio sostenibilità.
C'è chi  evoca  addirittura la necessità di portare il rapporto debito/pil sotto il 100% (oggi al 127%). Non solo, ma anche buona parte dei burocrati europei auspicano, per l'Italia,  una soluzione di questo tipo al fine di consentire di porre il debito pubblico italiano in un sentiero di maggior sostenibilità, abbattendo anche il costo per interessi che, ogni anno, costa al contribuente italiano circa 80 miliardi di euro, con previsioni di crescita fino a raggiungere oltre i 100 miliardi nel 2015.
Addirittura, qualche settimana fa , l'invito è stato rilanciato anche dal capo economista della Commerzbank, Jörg Krämer, che  ha auspicato l'applicazione di un'imposta patrimoniale del 15% sulle attività finanziarie in possesso ai risparmiatori italiani (titoli di stato, obbligazioni conti correnti ecc ecc), in modo da ridurre il debito pubblico entro il 100% in ragione del Pil, e abbattere considerevolmente anche gli oneri al servizio del debito.
Alla luce di quanto sopra, cerchiamo di capire in che modo potrebbero essere tassate queste ricchezze e le difficoltà che potrebbero riscontrarsi nell'applicazione di una imposta patrimoniale (ordinaria o straordinaria) da parte dello stato. Per fare ciò, occorre procedere alla scomposizione della ricchezza.
Abbiamo detto che le attività reali costituiscono circa 6000 miliardi di euro, e queste sono costituite da

 

Dalla tabella desumiamo che la parte prevalente della ricchezza è costituita da abitazioni, già ampiamente tassata con l'IMU o con altre imposte minori (ma non marginali). Gli oggetti di valore, essendo per lo più costituiti da beni non registrati (preziosi, oggetti di antiquariato, d'arte e da collezione)  sfuggono dalla possibilità di poter essere tassati per il semplice fatto che, il fisco, non potrà mai tassare ciò di cui non ne conosce la collocazione e quindi la proprietà.
I fabbricati non residenziali e i terreni, sono anch'essi già tassati. Mentre gli impianti e i macchinari, attrezzature e avviamenti, rientrando prevalentemente nelle disponibilità delle imprese per l'esercizio delle proprie attività, non potrebbero essere tassati, poiché ciò graverebbe sulle imprese che già scontano livelli di prelievo fiscale insostenibile, con picchi del 70/75% o forse più. Quindi, la parte di ricchezza effettivamente tassabile e che desta l'attenzione da parte del fisco è costituita dai 5 miliardi delle abitazioni. Va precisato che tale ricchezza, essendo astratta e non  liquida, mal si presta ad essere tassata con un'imposizione patrimoniale straordinaria per il semplice fatto che, per il contribuente,  possedere un patrimonio immobiliare (anche rilevante) non significa possedere di liquidità a sufficienza per poter pagare un'eventuale imposizione patrimoniale di carattere straordinario. Senza poi trascurare il fatto che una tassazione di questo genere, magari di qualche punto percentuale,  farebbe precipitare anche il valore degli immobili e non è affatto detto possa esistere un mercato capace di assorbire l'offerta di immobili che potrebbero essere posti in vendita. Anzi,  stando l'attuale crisi economica, sembrerebbe proprio il contrario. Tuttavia, il rischio è quello che  lo Stato possa intervenire su questa tipologia di ricchezza inasprendo il prelievo fiscale già esistente, magari rivalutando le rendite catastali o, molto più semplicemente, aumentando la percentuale di prelievo ai fini IMU,   rendendo il prelievo strutturale, ossia ripetuto negli anni. Ma è evidente che questo avrebbe delle controindicazioni poiché rischierebbe di produrre effetti fortemente recessivi, stante la diminuzione del reddito disponibile delle famiglie  per effetto della crisi. Quindi, per tali asset di ricchezza, appare del tutto  limitata la possibilità, da parte dello stato, di ottenere un gettito superiore a quello ad oggi prodotto. Anche se, a parer di chi scrive, si ravvisa l'opportunità di riformare le caratteristiche del prelievo IMU, riducendo o azzerando il prelievo sulle prime abitazioni, offrendo maggior progressività all'imposizione in ragione del valore del patrimonio immobiliare del contribuente, e scorporando dai valori imponibili le eventuali passività gravanti sulle proprietà immobiliari (mutui). Tuttavia, rilevata l'impossibilità di poter ottenere un gettito straordinario dalla ricchezza immobiliare, giova ricordare la bizzarra  e fantasiosa imposta patrimoniale ipotizzata nell’estate del 2011 dall’ex Ragioniere Generale dello Stato Andrea Monorchio. Secondo quest’ultimo, in Italia, sarebbe auspicabile introdurre un imposta patrimoniale che consenta di garantire con beni reali il debito pubblico Italia. In altre parole e semplificando, si tratterebbe di introdurre un ipoteca forzosa sul patrimonio immobiliare insistente in Italia, e garantire le emissioni di particolari titoli di stato, con dei beni reali e quindi facilmente escutibili in caso di insolvenza da parte dello Stato. Da segnalare che, secondo l’idea di Monorchio, questi titoli sarebbero dovuti essere sottoscritti dalla BCE, in contrasto con tutti i trattati europei che vietano la monetizzazione del debito da parte della banca centrale. Niente male come idea, se non fosse che neanche un Paese bolscevico sarebbe capace di arrivare a tanto.  

Veniamo, ora, alla ricchezza finanziaria quantificata in 3541 miliardi di euro, tentando di comprendere in che modo potrebbe essere interessata da un'eventuale imposizione patrimoniale.

In questa categoria di ricchezza sono ospitate un numero di  attività che, l'analisi prodotta da Bankitalia, sostanzialmente, scompone in questo modo: 


Molta materia imponibile da colpire con un'imposta patrimoniale feroce,  si direbbe! Ma le cose non stanno esattamente in in questi termini, vediamo perché.
Prima di tutto occorre scomputare il denaro contante: tassare il contante, fino a quando questo rimane tale, è un esercizio impossibile da praticare. Non deve sorprendere, infatti, che buona parte del mondo politico, sarebbe favorevole ad una progressiva abolizione del denaro contante. Ciò perché, per obbligo normativo, questo, verrebbe depositato in banca e quindi diverrebbe individuabile da parte del fisco, facendo emergere materia imponibile da colpire, più o meno ferocemente. Ma di questo abbiamo reiteratamente parlato in questo sito e ulteriori dettagli potete trovarli QUIQUI E QUI.

Esistono inoltre altre categorie di attività che, sebbene parzialmente note al fisco, tassarle con un'imposizione patrimoniale, risulterebbe abbastanza difficile e soprattutto rischierebbe di fare più danni che altro. E' il caso, ad esempio, dei crediti commerciali. Tassare un credito vantato da un'azienda, benché tecnicamente possibile -obbligando ogni impresa a rendere noti al fisco i rispettivi crediti commerciali attraverso apposita comunicazione-  appare non ortodosso, oltreché distruttivo. E poi, è evidente che al credito di un'azienda, corrisponda un debito di un'altra azienda. Siccome sarebbe ragionevole attendersi che il credito possa essere scomputato dal debito, alla fine, la base imponibile  sarebbe comunque limitata e un'eventuale imposizione patrimoniale, anche in questo caso,  graverebbe sulle imprese che già scontano livelli di prelievo fiscale insostenibile, con picchi del 70/75% o forse più. 

Discorso del tutto simile può essere osservato per le riserve assicurative. Anche queste potrebbero essere tassate, ma non senza difficoltà, contraddizioni, e non senza arrecare più danni che guadagni. L’applicazione di una imposta patrimoniale feroce, verosimilmente, andrebbe a colpire anche i fondi pensione e i fondi assicurativi, verso i quali un numero non del tutto indifferente di risparmiatori  hanno riposto le speranze per  ottenere l’integrazione pensionistica, al fine di  integrare (o sostituire)  la pensione erogata  dai vari enti previdenziali.  Sotto questo punto di vista, le scelte del governo volte all’applicazione di una imposta patrimoniale straordinaria, contrasterebbero con le politiche di welfare e con le varie riforme pensionistiche varate negli ultimi 10/15 anni, o forse più. Al riguardo, vale la pena ricordare che tali politiche hanno impresso uno stimolo allo sviluppo di forme pensionistiche alternative, capaci di integrare i flussi  finanziari del risparmiatore in età pensionabile, al fine di arginare la progressiva diminuzione delle prestazioni garantite dai veri enti pensionistici. Non un problema da poco, direi

Anche la ricchezza riconducibile alle partecipazioni in società di capitali non quotate (circa 420 miliardi di euro) o alle partecipazioni in società o quasi società (circa 205 miliardi di euro) è di difficile imposizione poiché, essendo questa  una ricchezza riconducibile essenzialmente a partecipazioni in piccole società che non hanno una valutazione di mercato giornaliera (come invece avviene per le società quotate), oltre ad essere del tutto astratta, occorrerebbe definire un criterio attendibile di valutazione della partecipazione. Benché sia possibile effettuarlo per via amministrativa, il rischio è proprio quello di subire una valorizzazione arbitraria da parte dello Stato attraverso delle procedure  che possano valorizzare determinati asset non in maniera pertinente. In sostanza, è un po’ come oggi avviene con  gli studi di settore per la quantificazione dei  redditi di impresa. E in  anche in questo caso l’esperienza ci  conferma quanto possano risultare arbitrarie e non pertinenti la determinazione del fisco. Inoltre, nel caso di imposte patrimoniali applicate ad imprese o aziende, c’è da dire che queste comporterebbero anche un'ulteriore abbattimento della competitività della imprese che, a quel punto, dovrebbero compensare la compressione di redditività patita  con l’imposta applicata, attraverso un aumento di prezzi che le renderebbero ancor meno competitive,  e aggravando una situazione già di per se critica.  

Per il ragionamento sopra esposto, quindi, escludendo le componenti sopra descritte,  la ricchezza che rimarrebbe rilevante ai fini di un imposizione patrimoniale, per lo più in forma liquida, sarebbe circa 2000 miliardi così desunti:



A rigor di logica, da questo stock di  ricchezza finanziaria così determinata, dovrebbero essere scomputate le passività che ammontano a circa 900 miliardi di euro, restituendo un imponibile tassabile di appena 1100 miliardi  di euro. Riducendo la base imponibile da colpire, il pericolo è proprio quello che l'azione dello Stato, a parità di gettito atteso, possa concentrarsi su patrimoni molto più piccoli e quindi colpire in maniera indiscriminata anche una platea diffusa di piccoli risparmiatori.  Infatti, tenuto conto che i depositi bancari e postali si avvicinano, già di loro, alla soglia dei 1000 miliardi, ciò significa che questi sono distribuiti su tutto l'universo dei risparmiatori italiani, piccoli compresi. Anzi, soprattutto  piccoli; poiché è ragionevole attendersi che i grandi patrimoni (anche liquidi), con ogni probabilità, siano stati già collocati in sicurezza fuori dal perimetro nazionale. Senza considerare poi che, in Italia , vige (forse) un sistema di garanzia dei depositi di conto  corrente fino a 100 mila euro, che dovrebbe quantomeno escludere  prelievi straordinari fino a tali somme, riducendo ulteriormente la base imponibile da colpire. Ma su questo, personalmente, nutro qualche dubbio e comunque, dipende dagli obbiettivi di gettito prefissati dallo stato, e soprattutto  dallo stato di bisogno.

Pensare che con un'imposizione patrimoniale straordinaria possa ottenersi un gettito di 400/500 miliardi di euro come quanto auspicato da "autorevoli" commentatori, appare del tutto irrealistico, oltreché destabilizzante per uno stato di diritto, ove la proprietà privata e la tutela del risparmio è anche garantita costituzionalmente. Ma ciò non toglie che questo patrimonio  possa essere comunque esposto al rischio di qualche forma di imposizione patrimoniale o, peggio, confisca.

Gli investimenti finanziari (ossia in titoli di stato,  fondi comuni, azioni ecc) per loro natura, si prestano  ad essere colpiti con maggiore attitudine rispetto ad altre tipologie di asset. Ma anche in questo caso, l’applicazione di una imposta patrimoniale straordinaria fortemente invasiva in termini di prelievo fiscale, rischierebbe di produrre più danni che guadagni. Pensiamo, ad esempio, ad un pacchetto di azioni  detenute da un risparmiatore, supponiamo per 100.000 euro,  e che vengano colpite da un imposta straordinaria di qualche punto percentuale. In questo caso, se il risparmiatore non dovesse disporre di liquidità sufficiente  per provvedere al pagamento dell’imposta, egli sarebbe costretto a liquidare  parte del proprio investimento al fine di ottenere le risorse necessarie per provvedere al pagamento dell’imposizione tributaria. Questo,  se effettuato su scala rilevante, determinerebbe pericolose distorsioni di mercato. Si pensi, ad esempio, alla caduta dei prezzi che si potrebbero determinare su un titolo: il risparmiatore ne risulterebbe doppiamente penalizzato poiché, oltre a subire una diminuzione del patrimonio per effetto dell’imposizione fiscale, subirebbe anche il deprezzamento  del proprio portafoglio titoli per effetto delle vendite sui titoli.  Questo appare  tanto più vero nel nostro mercato finanziario, il quale, essendo di modeste dimensioni, risulta particolarmente esposto alla possibilità di variazione di prezzi anche con capitali relativamente esigui. Inoltre, ciò rischierebbe di avvantaggiare investitori stranieri (quindi esenti da imposta), che in quest’ultimo caso, potrebbero acquistare pacchetti azionari  a buon mercato per effetto della depressione dei prezzi causata da una patrimoniale feroce. Evidentemente. le conseguenze nefaste non si esaurirebbero con le casistiche appena descritte, ma andrebbe ben oltre. 

Discorso analogo potrebbe essere effettuato per le obbligazioni societarie (soprattutto bancarie) o con i titoli distato (LETTURA SUGGERITA). Ma, in quest’ultimo caso, occorre effettuare qualche ulteriore ragionamento in virtù del fatto che, il titolo di stato, essendo un debito dello Stato che si vorrebbe abbattere proprio attraverso l’imposizione patrimoniale straordinaria, lo Stato potrebbe essere tentato di operare una compensazione tra il suo credito derivante dall’imposizione tributaria e il suo debito rappresentato dal titolo di Stato nel portafoglio del risparmiatore. In altre parole, in questo caso, laddove  non si dispongano di risorse necessarie per poter corrispondere l’imposizione tributaria, lo  Stato potrebbe effettuare una compensazione tra il proprio credito (imposta patrimoniale) e il proprio debito (titolo di stato), diminuendone o azzerandone gli  interessi previsti o, nei casi più “estremi”, decurtandone il capitale alla scadenza del titolo. In buona sostanza, un default mascherato da una patrimoniale. 

 Concludendo, le classi di attività che si prestano ad essere colpite con maggior attitudine, anche con imposizioni feroci,  sono proprio quelle liquide (ad esempio depositi bancari, di conto corrente, o postali), poiché aggredire tali patrimoni costituisce, per lo stato, garanzia sulla celerità e sul buon esito  della pretesa tributaria. In tal senso, anche quelle attività in cui lo stato risulta essere debitore (titoli di stato) si prestano con particolare attitudine a soddisfare le proprie esigenze, in quanto, lo stato, potrebbe agevolmente compensare la sua posizione debitoria  con il credito emerso per effetto dell'imposizione fiscale.
Analogo discorso può essere osservato per le obbligazioni bancarie, le quali, anche per via normativa, potrebbero essere sottoposte ad un haircut al fine di obbligare  il risparmiatore (investitore) a contribuire al salvataggio di qualche banca di medie grandi dimensioni  che potrebbe trovarsi in stato di difficoltà. Cipro insegna.

1 commento:

  1. Si tratta di una rapina, appunto. Come dice Gary North, lo stato si basa su una modificazione del settimo comandamento: non rubare se non a maggioranza. La mia impressione è che non abbiano più bisogno neanche di maggioranze. Perché non dicono apertamente che sono ladri? Io penso che se lo dicessero la gente arriverebbe a farsene una ragione. Cioè, prenderebbe per buono il fatto di essere derubati ogni giorno. A tanto è arrivata la mentalità bovina degli occidentali.

    Enrico Sanna
    ——————————————
    http://pulgarias.wordpress.com

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