mercoledì 18 settembre 2013

IL DESTINO CHE ATTENDE L'ITALIA

di Paolo Cardenà - Mentre stanno andando in onda, a reti unificate,  le celebrazioni per i successi riportati  all'Isola del Giglio, dove la Costa Concordia è stata fatta riemergere dai fondali marini, con tutto il rispetto dovuto alle vittime di quella grande tragedia, c'è un'altra  grande nave che sta andando letteralmente a fondo: è 'Italia.
E in questo caso,  siatene certi, i danni saranno ben maggiori.
Nelle settimane scorse abbiamo assistito al proliferare di fantasie, secondo le quali la crisi sarebbe ormai alle spalle. A parte il fatto che questi deliri  sembrano smentiti anche dai numeri che le varie istituzioni internazionale hanno diffuso nei giorni scorsi, secondo le indiscrezioni che si apprendono dalla stampa, sembrerebbe che il DEF, di prossima pubblicazione, indichi, per il 2014,  un rapporto DEBITO/PIL al 132.20%

Al riguardo, facciamo alcune semplici considerazioni.


1) La strada è segnata e il cammino è scritto. Nel senso che stiamo marciando speditamente verso uno scenario di tipo greco per quel che riguarda il debito pubblico; e verso uno scenario di tipo cipriota per quel che riguarda la gestione delle crisi bancarie che, prima o poi, è molto probabile che si verificheranno.


2) Ricondurre la traiettoria del debito verso un percorso di sostenibilità è assai difficile (se non impossibile), poiché, questo, si sta alimentando in maniera inerziale. Soprattutto in assenza di crescita robusta e di lungo periodo, che  rischia di appare solamente nel libro dei sogni.


3) Il punto 2) è tanto più vero se si considera che, eccettuati gli ultimi 5 anni -nei quali l'Italia ha collezionato numeri degni di un vero e proprio disastro tipico di un bombardamento bellico-, nei precedenti 10 anni o forse più, nonostante condizioni macroeconomiche estremamente favorevoli a livello planetario e credito in abbondanza senza precedenti, l'Italia è cresciuta molto meno rispetto ai partner europei. Di certo non in sintonia con le proprie necessità e con l'ampiezza del debito pubblico, cresciuto, dal 2000 in poi, di oltre 700 miliardi di euro ( di cui 170 nell'ultimo anno e mezzo). E'  chiaro che al disastro di questa performance, non si è contrapposta una crescita adeguata del PIL, tale da comprimere il rapporto debito/PIL, confinandolo  entro livelli meno allarmanti di quelli attuali. Infatti, se analizzassimo l'intero periodo, potremmo osservare che, eccezion fatta per gli anni 2004 e 2007 - nei quali il rapporto è stato di circa il 103%- in tutti gli altri è stato ben superiore, con l'esplosione avvenuta dall'anno 2008, fino a giungere agli attuali livelli che lo indicano al 130%. Inutile argomentare sul fatto  che,  l'esplosione del debito e conseguentemente del rapporto rispetto al PIL, è dovuta alla crisi in atto. E' evidente.


4) Compreso il punto 3), giova segnalare che, nel periodo considerato (ossia dal 2000 fino al 2008 e anche oltre) la base produttiva del paese, la vera generatrice di ricchezza, era molto più solida, vigorosa e dinamica rispetto a quanto lo sia allo stato attuale. La disoccupazione, per quanto alta, non è si mai attestata ai livelli allarmanti di oggi; peraltro con probabile tendenza ad un ulteriore peggioramento. I redditi reali erano ben più alti di quelli attuali e, conseguentemente, anche la capacita di spesa dei cittadini era ben più alta. Maggiori spese equivalgono  a un maggior PIL. Quindi, a parità di aliquote, anche maggiori entrate per lo stato. Le imprese producevano e macinavano utili. Il settore immobiliare, proprio grazie all'espansione creditizia di quel periodo, era anch'esso in espansione  e era in forte crescita. Per non dimenticare poi che, la pressione fiscale, benché comunque alta, non aveva mai raggiunto i livelli attuali che oltrepassano di molto ogni limite tollerabile. Livelli come quelli attuali rendono inutile produrre e imprendere. Potremmo agevolmente definire quegli anni, un periodo di vacche grasse. Nulla a che vedere con la stato attuale  delle cose, e con ciò che ci attende nei prossimi mesi o anni.



5) Chiarito il punto 4) emerge che l'Italia, negli ultimi anni, ha perso una parte significativa del tessuto produttivo che, come noto, oltre ad essere generatore di ricchezza, è anche generatore di benessere sociale. Questo, prima di poter essere ricostituito -cosa che comunque avviene in anni e non in mesi- necessita quantomeno di condizioni migliori, e comunque esige la rimozione di tutte quelle criticità strutturali che ne hanno determinato la scomparsa. E qui la lista è tanto lunga al punto che si potrebbe andare avanti per giorni. Tutto ciò è stato reiteratamente discusso in questo sito.


6) Pensare che l'Italia, in queste condizioni, senza che alcuna riforma concreta sia stata compiuta, possa agganciare qualche astratta   ripresa che si dovesse presentare,  e che possa farlo creando le condizioni per riassorbire in tempi solleciti qualche milione di disoccupati in più rispetto a quel periodo di vacche grasse, generando così le condizioni per una nuova fase virtuosa e di benessere, è semplicemente delirante, oltre che criminale. E' delirante per i motivi chiariti nei punti precedenti e in numerosi articoli ospitati in questo sito. E' criminale perché tende ad offrire , ad un numero elevato di persone che cercano lavoro e che ballano quotidianamente con la povertà, l'illusione che tra qualche mese potranno essere riassorbite nel mondo del lavoro. Così non sarà.


7) Cosa accadrà? Difficile dirlo. Ma alla stato attuale, lo scenario più plausibile è che, con ogni probabilità, l'Italia, con tutto ciò che ne deriverebbe, dovrà fare ricorso al fondo salva stati che, congiuntamente alla BCE, acquisterà i titoli di stato. Magari, è oltretutto probabile che l'Italia accompagnerà la richiesta di aiuti con qualche patrimoniale in grande stile che, verosimilmente, si abbatterà sui soliti noti. 

 L'intervento della BCE e del fondo salva stati presupporrà un'ulteriore cessione di sovranità nazionale, mentre l'intervento della Troika imporrà misure di austerity ancor più invasive, e distruttive. In altre parole, assisteremo alla più grande rapina della storia umana, poiché le ricchezze di ogni individuo, nelle diverse forme possedute, o diminuiranno di valore (nel caso di immobili o di altri asset), o saranno destinate ad essere confiscate, nelle forme più fantasiose possibili, transitando nelle casse delle stato per poi finire in quelle dei creditori: banche, istituzioni finanziarie.


8) L'impoverimento sarò generalizzato e verrà aggravato da una desertificazione impetuosa del tessuto industriale che indurrà un numero crescente di individui, soprattutto giovani, a cercare sopravvivenza altrove. Meno individui che lavorano in Italia, significa minori redditi spesi in loco e quindi ulteriore crollo di domanda interna, ulteriore contrazione del PIL e ulteriore crollo delle entrate tributarie. Conseguentemente diventerà impossibile sostenere la spesa pensionistica, la spesa sociale, e più in generale la spesa statale.



9) A quel punto, quando saranno rimaste ceneri e macerie, i governanti diranno che l'Italia è in bancarotta.

FINE
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2 commenti:

  1. Non fa una piega!Non vedo altre possibilità a questa devastante sciocchezza. s.

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  2. Ma con l'euro dove si vuole andare??? L'Italia non cresce da quando ha adottato l'euro (200)

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