venerdì 24 maggio 2013

SALVIAMO L'EUROPA: SCIOGLIAMO L'EURO

Salviamo l'Europa: Sciogliamo l'Euro
Un articolo di tre economisti europei pubblicato da Bloomberg considera lo smantellamento dell'euro - o almeno l'uscita dei paesi più forti - non come la fine dell'Europa, ma al contrario come un modo per salvarla

di Brigitte Granville, Hans-Olaf Henkel and Stefan Kawalec

Alla vigilia della guerra civile americana, Abraham Lincoln pronunciò la famosa frase "una casa divisa non può stare in piedi." Oggi, l'Unione Europea - impegnata da decenni alla ricerca di un' "unione sempre più stretta" - deve confrontarsi con una straziante verità. La massima di Lincoln deve essere letta al contrario. Affinché l'UE possa sopravvivere, l'euro si deve sciogliere.

Tra il trattato di Roma del 1957 e l'Atto unico europeo, del 1986, i governi europei hanno portato avanti la più grande rivoluzione pacifica che il continente abbia mai visto nella sua lunga e travagliata storia. La creazione di una moneta unica europea avrebbe dovuto basarsi su questo notevole successo. Era supposta essere il successivo fondamentale passo verso una maggiore unità e prosperità. La crisi economica nell'Europa meridionale mostra che invece il regime dell'euro, almeno nella sua forma attuale, è  diventato una minaccia mortale per entrambi questi obiettivi.

Grecia, Spagna, Portogallo, Italia e Cipro sono intrappolati nella recessione e non possono riconquistare la competitività svalutando le loro monete. Le economie del nord della zona euro hanno dovuto partecipare a ripetuti salvataggi mettendo da parte ogni principio di finanza prudente. Un circolo vizioso di risentimento e populismo a sud e un rafforzamento del nazionalismo a nord stanno lacerando l'unione.

E la crisi non è ancora finita. La Francia, la seconda economia più grande d'Europa, sta sprofondando in una grave crisi economica. Come i paesi del sud, deve riguadagnare competitività, ma come loro, essendo parte del sistema dell'euro, manca dello strumento necessario. A causa delle sue dimensioni e per il ruolo guida che ha avuto nell'evoluzione dell'UE, la Francia, come sosteniamo nella parte 2 di questo articolo, sarà fondamentale per spezzare il circolo vizioso.

Gap di Competitività

Prima, però, che cosa è andato storto? La moneta unica europea si supponeva dovesse facilitare il funzionamento dell'economia europea. Con la fissazione del tasso di cambio nominale e l'eliminazione del rischio di cambio, l'euro avrebbe dovuto realizzare la convergenza tra le economie più forti e quelle più deboli dell'eurozona - il cosiddetto centro e periferia. Il capitale sarebbe fluito dai paesi in surplus nei conti con l'estero  verso i paesi nella necessità di prendere in prestito, aumentando la produttività e la crescita.

La realtà è stata diversa. La moneta unica ha fissato - anzi, ha peggiorato - il divario di competitività causato dalle differenze nei tassi di inflazione e nei costi unitari del lavoro. Gli squilibri esteri sono cresciuti. Nel 1999-2011, i costi unitari del lavoro (le retribuzioni per unità di prodotto) in Grecia, Spagna, Portogallo e Francia sono aumentati rispetto alla Germania dal 19 al 26 per cento.

Nei paesi meno competitivi, questo ha prodotto dei deficit delle partite correnti dal 2 al 10 per cento del prodotto interno lordo nel 2010, e un avanzo delle partite correnti in Germania del 6 per cento del PIL. Avendo escluso la possibilità di svalutare, questi squilibri possono essere affrontati solo in due modi – o con la "svalutazione interna" o attraverso trasferimenti transfrontalieri.

Svalutazione interna significa che i paesi in deficit cercano di riguadagnare competitività attraverso la riduzione della spesa pubblica e l'aumento della pressione fiscale, che sperano possa abbassare i prezzi e i salari in crescita. L'effetto a breve termine sarà quello di indebolire la domanda interna.

A meno che non vi sia una compensazione derivante dall'aumento della domanda estera - con i paesi in surplus, in particolare la Germania, che intraprendono una politica di stimolo che aumenti un po' l'inflazione - un' "austerità" di questo tipo metterà a repentaglio la crescita economica e, quindi, le finanze pubbliche dei paesi in deficit. Tuttavia, non vi è alcuna prospettiva che la Germania - insieme agli altri paesi economicamente simili nella zona nord dell'euro - possa accettare di attuare un tale stimolo, in quanto ciò sarebbe in contrasto con la sua cultura politica ed economica. Ciò farà aumentare i dubbi sulla sostenibilità finanziaria del debito pubblico dei paesi in deficit e sulla sostenibilità politica delle loro politiche di svalutazione interna.

L' esempio della Lettonia
La Lettonia e l'Islanda dimostrano come possono essere pesanti i costi economici e sociali della svalutazione interna, rispetto ai costi di una svalutazione esterna, o del cambio. Dal 2008 al 2010, il PIL in Islanda è diminuito solo della metà (svalutazione esterna) di quanto è diminuito in Lettonia (svalutazione interna).

L'occupazione è scesa del 5 per cento in Islanda contro il 17 per cento in Lettonia. I sostenitori dell'euro possono anche dire che la svalutazione interna sta cominciando a funzionare - nei paesi in crisi dell'eurozona come la Grecia i salari reali hanno iniziato a diminuire rapidamente e le riforme strutturali hanno cominciato ad aumentare la produttività. Tuttavia, non è chiaro se la tolleranza politica della Lettonia per il collasso della produzione, dell'occupazione e dei redditi può essere riprodotta anche altrove.
L'alternativa principale sono i trasferimenti. I paesi in deficit possono attutire la loro contrazione con dei trasferimenti dai paesi in surplus, invece che con la svalutazione interna. Il problema è che tali trasferimenti non saranno più indolori.

Prima del 2008, essi hanno assunto la forma di prestiti privati transfrontalieri ai governi e alle banche, che in molti casi hanno preso in prestito i soldi offrendo immobili come garanzia. Da quando nel 2008 è scoppiata la bolla del credito, questi flussi finanziari privati sono stati sostituiti da trasferimenti dai bilanci statali, che hanno fatto lievitare i deficit di bilancio e le passività implicite dei Paesi periferici nel sistema dei pagamenti della Banca Centrale Europea (noto come Target2). Senza i trasferimenti dalla Germania e dagli altri paesi del nord, la posizione fiscale di molte economie non competitive della zona euro è diventata insostenibile.
Tali trasferimenti proverranno dal denaro dei contribuenti - fornito sia direttamente attraverso il Meccanismo Europeo di Stabilità, sia  indirettamente attraverso le banche dei paesi creditori. (Nel caso che le banche creditrici dovessero accettare qualche forma di ristrutturazione del debito sovrano, le banche dovranno essere ricapitalizzate con denaro fornito dai contribuenti nei paesi di origine.)

Questa prospettiva è dinamite politica. Quindi tali trasferimenti sono subordinati a una rigorosa disciplina di bilancio e alle riforme strutturali. Nonostante le rigide condizionalità, i contribuenti / elettori nei paesi creditori come la Germania potrebbero non adattarsi mai all'idea, creando il rischio di una reazione anti-europea. Una reazione del genere diventerebbe una certezza nel caso fin troppo probabile che le regole venissero trasgredite o messe da parte.

Stampare Moneta

Molti governi dei paesi debitori preferirebbero avere dei trasferimenti sotto forma di denaro stampato dalla BCE - con minori, eventuali, limiti. I funzionari francesi l'hanno detto esplicitamente. Ma il meglio che possono sperare sono gli acquisti di titoli di Stato a breve termine da parte della BCE (note come outright monetary transactions). Se dovessero essere attuati, questi saranno soggetti alle stesse rigide condizioni fiscali applicate ai trasferimenti dal MES.

Quindi, le prospettive per i Paesi debitori della zona euro sono di un inasprimento fiscale implacabile e di anni di domanda carente. Ciò si tradurrà in una contrazione o, nella migliore delle ipotesi, una stagnazione della produzione e degli standard di vita. Nel frattempo, sta crescendo il sentimento anti-UE e in particolare anti-tedesco  – come dimostrano le scene per le strade di Nicosia dopo la crisi di Cipro.
Gli Stati Uniti d'Europa potrebbero salvare la situazione? Alcuni tra i primi fautori dell'euro hanno riconosciuto alla fine degli anni '90 che il progetto comportava che "l'economia doveva guidare la politica." Essi vedevano la moneta unica come un modo per mettere il continente su un percorso irreversibile verso una piena unione politica - un obiettivo che gli elettori europei avrebbero rifiutato se gli fosse stato chiesto in maniera diretta.

Una maggiore mobilità del lavoro potrebbe essere uno degli elementi di questa unione. Si potrebbero immaginare le popolazioni dei paesi depressi come la Grecia, il Portogallo, la Spagna e l'Italia, emigrare verso i paesi ricchi come la Germania e la Finlandia. In questo scenario, interi paesi potrebbero finire per somigliare a delle spopolate regioni rurali - come quelle regioni della Francia, negli anni del dopoguerra, che i giovani ben istruiti abbandonavano in massa spostandosi verso le città e lasciando dietro di sé una popolazione invecchiata, pesantemente dipendente dalle assicurazioni sociali. Le barriere linguistiche e culturali rendono comunque improbabile questa forma di aggiustamento economico.

Invece, gli appassionati dell'euro puntano le loro speranze su una unione fiscale. I trasferimenti dovrebbero prendere il posto delle migrazioni - e un nuovo quadro di responsabilità politica dovrebbe prevenire gli abusi (il cosiddetto problema del free-rider) e gestire le tensioni. Purtroppo, anche se questo sarebbe possibile, le divergenze di competitività rimarrebbero.

Consideriamo i casi della Germania orientale e del sud Italia. Nella riunificazione tedesca del 1990, i salari della ex Germania orientale sono stati convertiti in marchi tedeschi 1-a-1, abbattendo in un colpo solo la competitività della Germania orientale.

Trasferimenti tedeschi
In ciascuno degli anni seguenti la riunificazione, la Germania orientale ha ricevuto trasferimenti per il 4 per cento del PIL tedesco. Eppure la convergenza non c'è stata - persone giovani e istruite continuano a migrare verso la Germania occidentale. Nemmeno nel Sud Italia c'è stata convergenza, nonostante decenni di trasferimenti. La disoccupazione è il doppio di quella del Nord Italia, e il PIL privato pro capite è meno della metà.

E poi c'è la politica. I paesi non competitivi dell'eurozona non possono sperare di ricevere trasferimenti del valore del 25 per cento del loro PIL ogni anno, come la Germania orientale, o anche del 16 per cento del PIL, come nel sud Italia.

Qualcosa deve cedere - e dovrà essere il sistema dell'euro. Per preservare l'Unione europea, l'Unione monetaria deve essere smantellata. Il parallelo storico fin troppo rilevante è la difesa del gold standard nel periodo tra le due guerre, che arrivò quasi a distruggere la democrazia in tutto il mondo. Un solo paese può plausibilmente prendere l'iniziativa a favore di una divisione controllata del sistema dell'euro per mezzo di un'uscita comune e concordata dei paesi più competitivi. Questo paese è la Francia.

Ancora una volta, come avremo modo di spiegare nella parte 2, il destino dell'Europa è nelle mani delle élite francesi. In linea con le sue migliori tradizioni politiche della "Fraternité", la Francia dovrebbe promuovere una nuova strategia nel segno non del nazionalismo, ma di una solidarietà europea.

Una divisione del sistema dell'euro sarebbe nel migliore interesse sia della Francia che dell'Europa, perché accelerebbe il ritorno alla crescita economica dell'UE - l'unica sicura garanzia di stabilità e unità europea.

La Francia ha contribuito in modo decisivo alla costruzione  non solo del sistema dell'euro, ma dell'intero progetto europeo.  Di conseguenza ciò ha fatto sì che i leader francesi agissero nel senso di preservare l'euro a tutti i costi.  Costi, che  come abbiamo spiegato nella Parte 1 di questo articolo, sono diventati alquanto insopportabili.  Si rende quindi necessaria una nuova strategia, e nel definirla  il ruolo guida della Francia risulterà  ancora una volta fondamentale.

Nell’Eurozona la Francia si trova al limite   tra i paesi in deficit e paesi in Surplus. Possiede  un vasto e costoso sistema di   welfare,con dei servizi pubblici di alta qualità, spesso definiti come il modello francese,  sistema  che si basa su di un consenso profondo e sentito da parte dei cittadini. Ma a differenza dei paesi scandinavi, che pure sono orientati ad un sistema di  costosowelfare, quello francese è stato finanziato non da un alto livello di tassazione sul reddito e sulla spesa, ma da onerose tasse sull’occupazione (in particolare attraverso i contributi previdenziali dei datori di lavoro), sui capitali,  e con un  pesante indebitamento pubblico.

Il debito pubblico nel 2012 è salito a circa il 90 per cento, da circa il 64 per cento che era nel 2007. Questo insistere sulla tassazione del lavoro si spiega in quanto costituisce  il percorso di minor resistenza politica.   Così facendo si dà l'illusione che lo  stato sociale venga finanziato dalle imprese e  non dai cittadini.  L'idea che la tassazione delle aziende sia un modo indolore per finanziare il welfare e i  servizi pubblici ha prodotto  una cronica  elevata disoccupazione, una crescita debole, ha  eroso la competitività  e condotto il tenore di vita, nel migliore dei casi,  alla stagnazione.

Un'Eccessiva Regolamentazione Normativa
 
La  Ile-de-France [N.d.t. la regione francese con capoluogo Parigi], ha il più alto costo medio del lavoro in Europa. Il problema è aggravato dall’eccesso di regolamentazione – sia sul lavoro che sul   mercato dei beni e dei servizi. Il controllo su trasporti, servizi professionali e rivenditori è molto più pesante in Francia che in molti altri paesi ricchi.  Con il risultato di avere maggiori costi e prezzi più alti. 

Questi oneri soffocano  l'imprenditorialità. L’offensiva fiscale del presidente Francois Hollande nei confronti degli alti redditi, dividendi, plusvalenze e ricchezza non aiutaLa fiducia negli affari sta rapidamente crollando. Negli ultimi dieci anni, la quota di esportazioni della Francia è diminuita. Il paese si trova in deficit delle partite correnti.

L'economia francese ha bisogno di uno  "shock dal lato dell'offerta".  In questo consisteva la raccomandazione contenuta in una relazione dell’anno scorso  di Louis Gallois - un leader industriale  di sinistra.  Al posto di effettuare  importanti  e permanenti tagli ai contributi al welfare da parte delle imprese sollecitati da Gallois, il governo ha annunciato un complicato sistema di crediti d'imposta temporanei,  subordinati al riutilizzo dei rimborsi a fini di  investimento  e nuove assunzioni di  lavoratori. Questo approccio non è in grado di correggere  le annose e gravi distorsioni del sistema fiscale. In ogni caso, la complessità della proposta implica che le aziende non trarranno alcun beneficio  fino al 2014-15.

Nel mese di gennaio, i datori di lavoro e sindacati hanno firmato un accordo che alleggerisce la regolamentazione del lavoro e offre alle imprese maggiore flessibilità nel ridurre l'orario di lavoro ed i salari in cambio della conservazione dei posti di  lavoro.

Questo è già qualcosa,  ma la maggior parte delle ulteriori nuove misure per stimolare la competitività si riducono a nuove forme di dirigismo. Per contro, invece, la Francia avrebbe  bisogno di fondamentali riforme strutturali [N.d.t. Ahia! Ho sentito una fitta al fegato…]  - di una minore spesa pubblica [N.d.t. …bbbrrutttta], e di uno spostamento della tassazione dal fronte lavoro al fronte dei consumi.

Ma c'è un problema - ed è un grande problema. L'effetto immediato di un tale programma sarebbe di indebolire  la domanda interna e rallentare la crescita economica.Occorrerebbe quindi attivare anche degli  “Stimoli alla domanda”.
  
Il governo potrebbe far ciò  da un lato  allentando nel breve termine la politica di bilancio e dall’altro stimolando la domanda estera attraverso la svalutazione  della moneta.  Ma nell’attuale sistema Euro ciò non è possibile: infatti, da un lato le regole sul  deficit vincolano  la politica fiscale, e  dell’altro la Francia non ha più una moneta propria da svalutare. Dal momento che altre strade non ve ne sono,  finirà che sarà il sistema euro stesso a dover cedere il passo.

L’Uscita della Germania

Per la Francia e per il sistema dell'euro nel suo insieme, la strategia migliore sarebbe  quella di smantellare l'Unione monetaria dall'alto - tramite l'uscita della Germania e degli altri paesi più competitivi. La conseguente rivalutaziondella nuova moneta tedesca migliorerebbe le  bilance commerciali dei paesi in disavanzo. 

In alcuni casi, si renderebbero comunque necessarie operazioni di cancellazione del debito,  ma l’entità dell’impatto ed i costi per i creditori sarebbero contenuti, in quanto lo smantellamento della moneta unica stimolerebbe  la crescita dei paesi in deficit.  I paesi in surplus dovrebbero ricapitalizzare le loro banche per fare fronte alle perdite subite a causa di eventuali cancellazioni del  debito, in modo tale che uscire dal sistema non significherebbe  abbandonare i paesi in crisi. La differenza sarebbe  che, dopo lo scioglimento, la loro assistenza potrebbe contribuire a rimettere i paesi in deficit sulla via del risanamento, mentre i salvataggi attuali portano solo in un vicolo cieco. 

La Banca centrale europea dovrebbe adoperarsi nel  mantenere la credibilità e la fiducia nel corso dello smantellamento controllato dell'euro. La BCE,  almeno per qualche tempo, potrebbe essere mantenuta in qualità di banca centrale responsabile della politica monetaria in tutti i 17 paesi membri, anche dopo il ritorno di alcuni paesi  alle valute nazionali. 

Ciò faciliterebbe un forte coordinamento delle politiche tra gli ex membri, facendo passare l’idea  che più che una frantumazione, si tratterebbe  di una trasformazione effettuata ordinatamente e  sotto il controllo della istituzione europea più rispettata e credibile.

Molti osservatori ammettono che l'euro è stato un errore, ma parimenti non credono vi sia la possibilità di recedere.  Essi ritengono che la dissoluzione dell'unione monetaria porterebbe al caos economico, prima in Europa e poi in tutto il mondo. I leader europei hanno inoltre paura che il tornare sui propri passi darebbe anche un colpo mortale alla grande causa dell'integrazione europea e potrebbe essere l'inizio della fine della UE e del mercato unico.Sono questi i timori che spingono a perseverare in quella  che consideriamo una  disastrosa strategia di difesa  dell’Euro a tutti i costi.

Sebbene  una dissoluzione  controllata del sistema euro dovuta all’uscita  dei paesi più competitivi sia il modo più efficace per aiutare i paesi in deficit, essa si configura sostanzialmente come una decisione unilaterale,  dei  Forti di abbandonare i Deboli. La passata Storia europea rende difficile per i leader della Germania avviare un simile percorso. 


Salvaguardare la  Francia

Nell’intraprendere eventuali iniziative in tal senso, i paesi in deficit, alle prese con la recessione e le divisioni politiche interne, nel tentativo  di ottenere migliori condizioni di assistenza dal resto dell'UE, potrebbero avere paura di peggiorare la loro posizione negoziale. Le Istituzioni europee, come la Commissione europea e la BCE, non possono patrocinare la soluzione che proponiamo. 

Viceversa se la proposta venisse avanzata  dalla  leadership francese,  la cosa  potrebbe funzionare - e potrebbe essere anche l'unica cosa da fare.  Per più di 50 anni la Francia ha svolto un ruolo di primo piano nell'integrazione europea. Si può dire che l’Euro sia per molti aspetti un prodotto Francese.

Nel 1990, il presidente Francois Mitterrand si guadagnò  il sostegno alla moneta unica da parte del cancelliere Helmut Kohl in cambio della accettazione Francese alla riunificazione Tedesca. Convincere la Germania ad abbandonare il marco, la cui forza aveva di fatto dato alla Bundesbank il controllo della politica monetaria in tutta l'Europa, è stato un notevole successo francese - o almeno così pensavano i Francesi.

L'euro era visto come la pietra angolare dell'edificio di integrazione europea. La crisi finanziaria e le sue conseguenze hanno viceversa dimostrato che l'euro ha in sè il potenziale di distruggere l'intero progetto. Esso impedisce le riforme necessarie per ristabilire la competitività internazionale della Francia, competitività attualmente in dissolvimento. Mantenere l'attuale sistema euro a tutti i costi, finirà per  paralizzare l'economia francese, annullarne  la coesione sociale, e indebolirne la posizione in Europa e nel mondo. 

In qualità di padre fondatore dell'Europa, solo la Francia ha l’autorevolezza necessaria per poter sostenere con successo una strategia di smantellamento del sistema dell'euro per il bene stesso dell'Unione europea. L'alternativa è  il fallimento economico, divisioni più profonde e amari rancori  tra le nazioni d'Europa, mettendo così a rischio le più preziose conquiste dell'integrazione europea. In un modo o nell’altro, l'Europa si dividerà. 


Resta solo da capire se verrà spazzata via completamente o solo in parte. Smantellare  l'euro nel  modo che noi proponiamo è di vitale importanza al fine di garantire la sopravvivenza dell'idea europea.


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2 commenti:

  1. Considerando l'inflessibilita' tedesca tutti i dubbi sono giustificati.

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  2. Il problema non è solo l.unione europea che usa una moneta non sovrana e che non ha due banche centrali separate statale e privata...il problema è il sistema monetario internazionale dai trattati sul Fmi e banca mondiale e sull.immunità degli organismi internazionali che possono fare quello che vogliono senza adattarsi ai principi generali inderogabili la c.d.ius cogens internazionale ponendosi sopra la sovranità dei popoli

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