lunedì 22 aprile 2013

ASPETTANDO LA PATRIMONIALE

di Paolo Cardenà- Quando vi recate in banca per chiedere un finanziamento o un mutuo per l'acquisto della vostra abitazione, la banca, in genere,  in condizioni di normale operatività, pone due condizioni essenziali a garanzia delle somme che vi verranno erogate: l'ipoteca sulla casa che voi acquistate, e un reddito ritenuto adeguato per poter pagare le rate di finanziamento che, dall'erogazione in avanti, vi verranno addebitate fino alla completa estinzione del debito.
In pratica, il valore della  casa, bene reale per eccellenza, costituisce la garanzia (per la banca) che voi onorerete il debito attraverso il pagamento delle rate, reso possibile da un flusso finanziario di lungo periodo: il reddito da voi prodotto. Se si interrompe quest'ultimo compromettendo la vostra capacita di rimborso del mutuo, la banca, per recuperare il proprio credito, potrà invocare la garanzia (l'ipoteca) e vendere il "vostro" immobile per recuperare il proprio credito, che per voi è un debito.
Discorso analogo  vale anche per il debito pubblico, anche se con qualche peculiarità differente.
Siccome la macchina statale, per poter funzionare, ha bisogno di credito, quando i nostri governanti si recano per le varie cancellerie mondiali o nei vari road show e affermano che l'Italia ha un'economia solida, altro non fanno che rassicurare gli investitori (che finanziano lo Stato) confermando che loro possono investire tranquillamente sull'Italia poiché il loro credito (debito dello stato) potrà essere ripagato, stante la ricchezza degli italiani. Quindi, in un certo qual modo, il patrimonio  degli italiani, seppur in mancanza di un atto formale idoneo a costituire "ipoteca" o "pegno", viene posto a garanzia dei prestiti che gli investitori concedono allo stato. Ciò è possibile grazie all'autorità che lo stato può esercitare nei confronti della popolazione. Mentre  il reddito prodotto degli italiani costituisce il flusso di ricchezza che permette il pagamento degli interessi agli investitori. Quindi, lo Stato, forte della sua autorità che gli consente -attraverso l'imposizione fiscale- di considerare il patrimonio dei singoli cittadini a garanzia degli investitori, trasforma la ricchezza nazionale in una garanzia per gli investitori pronta ad essere escussa grazie all'autorità di cui lo stato stesso dispone e che si sostanzia proprio nel prelievo fiscale, sia ordinario che straordinario in caso di imposte patrimoniali straordinarie.
Accade che il debito dello stato, contrariamente al debito dei privati, verosimilmente, non viene mai (?) rimborsato, ma semplicemente rinnovato; almeno fino a quando gli investitori non decidano di staccare la spina,  ottenendo il rimborso del proprio credito.  Ciò significa un cosa molto semplice, ossia che gli investitori, siccome hanno delle masse di liquidità che devono essere pur investite e sempre a caccia di un buon rendimento e di un porto sicuro, alla scadenza del proprio credito, altro non fanno che concedere alla Stato un'ulteriore dilazione, rinnovando il proprio investimento a condizioni modificate, sia in termini di durata e di rendimento. Quindi, fino a quando gli investitore non pretendono indietro i loro soldi, nulla da temere. Ma le cose cambiano nel momento in cui gli investitori invertono la rotta e poiché lo Stato non dispone delle risorse per ripagare il debito, si verifica la bancarotta. Ecco quindi che lo Stato, con la sua azione fiscale, altro non fa che pagare la pretesa dei finanziatori, alle banche, ai fondi di investimento e ai fondi pensione che hanno investito sui titoli italiani. In parole ancora più semplici, il patrimonio degli italiani è la garanzia della solvibilità dello Stato.
Pochi giorni fa, la Banca d'Italia, ha reso noto il consueto rapporto sulla ricchezza delle famiglie italiane,  che potete trovare QUI nella forma pubblicata.
Omettendo di entrare nei meandri della metodologia adottata da Bankitalia per quantificare la ricchezza delle famiglie, dal rapporto emerge che, alla fine del 2011, la ricchezza netta delle famiglie italiane era pari a circa 8.619 miliardi di euro, corrispondenti a poco più di 140 mila euro pro capite e 350 mila euro in media per famiglia. Più precisamente, secondo quanto riportato dal rapporto, alla fine del 2011 le attività reali (5.978 rappresentavano il 62,8 per cento della ricchezza lorda, le attività finanziarie (3.541 miliardi di euro) il 37,2 per cento e le passività finanziarie (900 miliardi di euro) il 9,5 per cento.

LE ATTIVITA' REALI
A fine 2011 le attività reali detenute dalle famiglie italiane ammontavano a 5.978 miliardi di euro. Le abitazioni rappresentavano l’84 per cento del totale delle attività reali e i fabbricati non residenziali quasi il 6 per cento. Impianti, macchinari, attrezzature, scorte e avviamento incidevano per il 4 per cento, mentre i terreni e gli oggetti di valore ammontavano rispettivamente a poco più del 4 e del 2 per cento.


LE ATTIVITA' FINANZIARIE
Alla fine del 2011 le attività finanziarie ammontavano a oltre 3.500 miliardi di euro, in contrazione a prezzi correnti rispetto a fine 2010 (-3,4 per cento). Quasi il 42 per cento era detenuto in obbligazioni private, titoli esteri, prestiti alle cooperative, azioni e altre partecipazioni e quote di fondi comuni di investimento. Il contante, i depositi bancari e il risparmio postale rappresentavano quasi il 31 per cento del complesso delle attività finanziarie; la quota investita direttamente dalle famiglie in titoli pubblici italiani era pari al 5,2 per cento. Le riserve tecniche di assicurazione, che rappresentano le somme accantonate dalle assicurazioni e dai fondi pensione per future prestazioni in favore delle famiglie, ammontavano al 19,2 per cento del totale delle attività finanziarie.

È continuata nel 2011 la ricomposizione dei portafogli delle famiglie verso forme di investimento più liquide, quali il contante e il risparmio postale e i conti correnti bancari, le cui quote di ricchezza finanziaria sono ulteriormente cresciute rispetto al 2010 (rispettivamente di 0,3, 0,4 e 0,5 punti percentuali). Rispetto al 2010, la quota di ricchezza detenuta in titoli pubblici italiani è cresciuta di un punto percentuale, pari a oltre 30 miliardi di euro, tornando sui livelli del 2009. La quota di ricchezza finanziaria in titoli pubblici posseduta dalle famiglie italiane è comunque decisamente inferiore a quella della seconda metà degli anni '90, quando ammontava in media al 14 per cento. Quella detenuta in azioni e partecipazioni (circa 500 miliardi di euro, pari al 14 per cento) si è ridotta dalla fine del 2010 di 3 punti percentuali, esclusivamente a causa della riduzione della quota di titoli italiani; nel 2000 ammontava a circa un quarto delle attività finanziarie totali.

Secondo le statistiche disponibili, le attività finanziarie detenute sull’estero dalle famiglie italiane erano di oltre 300 miliardi di euro a fine 2011, in diminuzione di circa il 5 per cento rispetto alla fine del 2010.




LE PASSIVITA' FINANZIARIE
A fine 2011 le passività finanziarie delle famiglie italiane, pari a 900 miliardi di euro erano costituite per circa il 42 per cento da mutui per l’acquisto dell’abitazione; la quota di indebitamento per esigenze di consumo ammontava a circa il 13,6 per cento, le rimanenti forme di prestiti al 20 per cento così come i debiti commerciali e gli altri conti passivi

Dallo spaccato sopra evidenziato se ne deduce che la ricchezza netta (ATTIVITA' REALI+ATTIVITA' FINANZIARIE-PASSIVITA' FINANZIARIE) è di euro 8619 miliardi di euro, ossia oltre 4 volte il volume  del debito pubblico.
Questa, in altre parole, è la ricchezza posta a garanzia del debito.

In prossimo post affronteremo il tema di un eventuale imposta patrimoniale straordinaria e in che modo potremmo esserne colpiti

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4 commenti:

  1. "Quindi, fino a quando gli investitore non pretendono indietro i loro soldi, nulla da temere. Ma le cose cambiano nel momento in cui gli investitori invertono la rotta e poiché lo Stato non dispone delle risorse per ripagare il debito, si verifica la bancarotta."

    Questo modo di vedere lo Stato ha un senso ma solo da quando siamo entrati nell'euro, ovvero da quando abbiamo adottato una moneta straniera rinunciando alla nostra sovranità monetaria. Se guardiamo oltre i nostri confini (Inghilterra, Giappone, ecc., non nomino gli Stati Uniti che sono un caso a parte) ecco che dire che lo Stato possa fare bancarotta è una cavolata pazzesca, perché cambia completamente la percezione del Debito Pubblico, che non è altri che l'insieme dei risparmi dei cittadini (in minima parte) e delle risorse bancarie depositati presso lo Stato che, per definizione, non può mai fallire se non adottando, appunto, una moneta non propria, su cui non potrebbe esercitare alcun potere sovrano.

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    1. Quindi confermi che l'iItalia può fare bancarotta.

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    2. Confermo, ma nell'articolo non hai evidenziato la differenza fra noi (ex-sovrani) e gli altri paesi (sovrani) che porterebbe a concludere: MA PERCHE' NON CI SIAMO TENUTI LA NOSTRA MONETA SOVRANA (vd. Inghilterra)?

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    3. Perché non è il tema di fondo dell'articolo.

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