lunedì 18 febbraio 2013

LA POLITICA ECONOMICA DEL PD? SVALUTARE I SALARI


di Paolo Cardenà-
Prendo spunto da un intervento di Stefano Fassina di qualche giorno fa che, intervenendo in un convegno organizzato dall'Istituto Bruno Leoni, ha affermato:
"Oggi, nell'area euro, la svalutazione del lavoro è un ingrediente della ricetta di politica economica che viene raccomandata".
Questo è quanto chiarito dal responsabile economico del PD -il partito candidato alla guida dell'Italia-  e  che non ha avuto  un adeguato risalto sulla stampa nazionale, come invece avrebbe dovuto.
Ora, che il  responsabile economico del PD abbia finalmente studiato  la teoria delle Aree Valutarie ottimali (A.V.O.), non può che renderci   felici, e ne siamo ben lieti. Doveroso, per una persona che ricopre quel ruolo, e che potrebbe essere candidata ad assumere il comando di qualche ministero economico.  Ma ciò che ci sfugge, è comprendere fino in fondo come possa un partito, storicamente depositario e promotore  dei valori a tutela e a garanzia dei lavoratori,  far sua la pratica enunciata da Fassina, e immolare (nel vero senso della parola)  il proprio elettorato ( e con esso tutta la nazione) sacrificandolo in una causa del tutto estranea ai propri valori storici  e, ancora peggio, in una causa che vedrà la classe operaia la prima ad essere sconfitta; cosa che  sta già avvenendo, a dire il vero.  Il tutto, anche con evidenti profili di responsabilità per la scarsa trasparenza adottata nei confronti del proprio elettorato, che non è minimamente informato sulle posizioni del partito in questa materia, che poi sarebbe quella dell'Euro. Per comprendere meglio ciò che sto dicendo, o meglio ciò che sta dicendo Fassina, è opportuno ripassare un po' la teoria delle Aree Valutarie Ottimali, e QUI  potete trovare un'ottima sintesi. Nulla di complesso. Vedrete che con un po'di applicazione riuscirete a capire agevolmente.
Questa teoria, postulata fin dagli anni sessanta e  che è valsa a Mundell un premio nobel per l'economia con un paper del 1961, esprime un concetto molto semplice. Ossia che un area valutaria, per poter funzionare, deve rispettare quantomeno  determinati  requisiti. Cosa che l'aerea monetaria cui apparteniamo, l'Euro, chiaramente non ha. Quindi, in un area monetaria ( quale appunto quella dell'euro) con  economie strutturalmente differenti, in assenze di talune condizioni, di adeguata mobilità di taluni fattori produttivi e di trasferimenti automatici compensativi tra i vari Paesi, in caso di shock asimmetrici,  nell'impossibilità di operare necessarie svalutazioni valutarie per riequilibrare le divergenze economiche emerse tra le varie aree economiche, come dice Fassina, non resta che svalutare i salari. 
Come, direte voi? Semplicemente creando più disoccupazione, e rendendo più flessibili in uscita i contratti di lavoro (possibilità di licenziare). Così facendo, per la semplice legge della domanda e dell'offerta, le  persone in cerca di occupazione, tenderanno ad accettare salari più bassi. Salari più bassi, significa maggiore competitività.  Ma questo significa anche minore capacità di spesa e quindi contrazione della domanda interna, che determinerà un minor gettito fiscale aprendo nuovi buchi di bilancio, da colmare con nuove manovre fiscali e nuova imposizione. In altre parole, significa portare fame, miseria e disperazione. Quello che sta accadendo in Grecia in questi giorni, ne costituisce una prova evidente. E' questa la politica economica a cui si riferisce Fassina e che, a dire il vero, è   colpevolmente  comune a tutti i partiti che sostengono l'euro.
Winston Churchill affermava che: 
"Una Nazione che tassa nella speranza di diventare più prospera, è come un uomo in piedi in un secchio che cerca di sollevarsi tirando  il manico".





Il fatto che Fassina affermi che “tali politiche economiche non funzionano”, non significa affatto prendere le distanze da queste “ricette” e, ancor meno, rinnegarle. Ciò, ammesso che sia possibile; il che, pare una pia illusione. Anzi, a dire il vero, nelle ultime settimane e soprattutto  nei giorni scorsi, il leader del PD è corso frequentemente nelle varie cancellerie europee e non ultimo dalla Merkel, confermando, in buona sostanza, l’agenda e gli impegni presi sia da Monti che dal precedente Governo. Tant’è che non dovrebbe essere nuovo il fatto che Bersani abbia reiteratamente affermato che non intende rinegoziare il Fiscal Compact da lui stesso votato. E qui si potrebbe andare avanti per ore a scrivere e riscrivere su come, anche le politiche economiche del PD, in buona sostanza, risultino del tutto compatibili con le ricette enunciate da Fassina a proposito della svalutazione salariale. Ad ogni buon conto, se ciò non dovesse essere sufficiente, spero che  sfugga la limitata tolleranza delle manovre nazionali di politica economica rispetto a quelle designate dalle autorità europee, di cui, la famosa lettera della BCE dell’estate del 2011 all’allora governo Berlusconi, ne costituisce elemento fondante.


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