lunedì 21 gennaio 2013

ANCHE IL FINANCIAL TIMES STRONCA MONTI


di Paolo Cardenà
Come noto, in questo strano Paese,  si è inclini a sovvertire la realtà dei fatti e, ancora peggio, ad attribuirsi meriti che, in realtà, sarebbero demeriti. Ecco quindi che, con un'azione di disinformazione di massa posta in essere dalla stampa sussidiata   nostrana, degna della peggiore propaganda tipica dei regimi dittatoriali, si tende a far diventare oro ciò che oro non è,  neanche lontanamente. 
Mi riferisco alla massa di opinionisti, politici, conduttori televisivi, scrittori, intellettuali e gente comune secondo i quali, quello presieduto da Mario Monti, sarebbe stato un ottimo governo, elevando il suo Presidente addirittura a salvatore della patria.


 Questa è solo una sovversione della verità e  una mistificazione della realtà, perpetrata da chi tenta di orientare consensi elettorali per evidente tornaconto politico. Non è un caso che queste falsità, provengano per lo più da quegli attori politici (FINI, CASINI ecc ecc) che, durante l'anno di esperienza governativa,  hanno dato man forte all'azione del governo conferendo allo stesso apparente  legittimità. Ciò, anche sostenendo provvedimenti nefasti e distruttivi, sia per l'economi italiana, che per il tessuto sociale del paese, ormai  compresso perfino nei sui diritti fondamentali.
Allo stato attuale non esiste alcun dato economico che possa confermare, neanche lontanamente, tali menzogne. Oggi, a causa delle manovre di austerità varate,  l'economia è messa ben peggio rispetto all'epoca in cui venne insediato  il governo Monti e i dati economici lo confermano: dallo stock di debito pubblico aumentato di circa 120 miliardi e che viaggia inesorabilmente verso il 130% del PIL, alla disoccupazione che sta raggiungendo livelli apicali. Dal crollo  del produzione industriale, all'abisso dei consumi interni fino ad arrivare al disagio sociale regnante nel Paese e che tende ad allargarsi sempre più, solo per citarne alcuni.
Molti altri ancora, uniti a quelli sopra evidenziati,   segnalano la desertificazione del sistema produttivo e il declino di lungo periodo a cui il  sistema Italia, sembra inesorabilmente condannato.

L'unico dato  in cui possiamo trovare conforto, è quello riferito allo spread e al costo per gli interessi sul debito pubblico; peraltro colpevolmente ed impropriamente  sbandierato come indice di salvezza della nazione.  Ma, in questo caso, il miglioramento di tali condizioni non derivano affatto dall'azione del governo, ma da altri fattori del tutto estranei alle politiche economiche varate nell'ultimo anno. Il mondo sta galleggiando in un mare di liquidità immessa nel sistema dalle banche centrali. Liquidità che, in qualche modo, deve essere pur investita e resa remunerativa. Questo, unitamente all'azione di Mario Draghi (apparentemente) garante dell'irreversibilità dell'euro, ha creato le condizioni di mercato (ma non economiche) per fa si che lo spread crollasse, portando con se anche il costo per interessi sul debito pubblico.
Questo tema, per chi ha la pazienza di leggere questi pixel, è ben noto al punto che, già due mesi fa, scrivevamo:
"dopo un iniziale ripiegamento a cavallo di novembre e dicembre 2011 con l'insediamento di Monti a Palazzo Chigi e il varo del Decreto Salva Italia (che come sappiamo ha salvato assai  poco), lo spread riparte fino ad arrivare alla fine di dicembre 2011  in area 515 punti base. Qui, interviene la BCE con la prima operazione di rifinanziamento triennale alle banche europee, innescando così  la caduta dello spread. Caduta che prosegue e si accentua dopo il mese di Febbraio, a seguito della seconda operazione della BCE a favore del sistema bancario. Ricordo che la BCE, con queste due operazioni, ha concesso  al sistema bancario europeo oltre 1000 miliardi di euro di finanziamenti triennali al tasso dell'1%, e in questo articolo potete trovare ulteriori dettagli.

Nei mesi successivi, a decorrere da marzo, si comprende che la recessione in Italia e nel sud Europa, risulta essere ben più profonda di quanto incautamente preventivato sia dal Governo che da altre (pressoché tutte) autorità sparse per il mondo: dal FMI fino ad arrivare alla Ue. Ma ciò che preoccupa maggiormente i mercati, è l'abbraccio mortale tra  banche e  stato. Come già abbiamo avuto modo di chiarire nelle righe di questo sito, se da un lato le due operazioni poste in essere nei mesi precedenti dalla BCE (dicembre 2011 e febbraio 2012 N.d.a), hanno avuto il merito di sopperire (almeno parzialmente) alla carenza di liquidità sul circuito interbancario e  favorire l'acquisto dei titoli di stato da parte delle banche finanziando così lo Stato -che di lì a poco tempo, altrimenti, avrebbe perso l'accesso ai mercati con conseguenze catastrofiche su scala planetaria-  dall'altro, ha favorito l'esacerbazione di un meccanismo perverso per cui le banche finanziatrici del debito sovrano, vedevano diminuire vertiginosamente il valore dei titoli di stato acquistati con le due operazioni LTRO abbattendone il patrimonio, e quindi anche la capacità delle stesse banche di sostenere imprese e famiglie attraverso la concessione di prestiti. Quindi esistevano (esistono ancora) tutte le condizioni per una crisi bancaria che, unità alle sofferenze bancarie derivanti dall'inasprirsi delle condizioni economiche, rischiava di produrre un fallimento sistemico di banche e stato. Fallimento,  chiaramente non confinato al solo  perimetro nazionale per i motivi che potete ben comprendere. Ecco quindi la corsa dello spread fino ad arrivare 537 punti del luglio scorso, fino a quando il presidente delle BCE Mario Draghi, intervenendo  in conferenza stampa, pronuncia queste magiche parole:

"Ho un messaggio chiaro da darvi: nell'ambito del nostro mandato la Bce è pronta a fare tutto il necessario a preservare l'euro. E credetemi: sarà abbastanza".
Questo, imprimerà una caduta repentina dello spread che si consoliderà poi nel mese di settembre, con l'annuncio della creazione del programma OMT con il quale la BCE si è dichiarata disponibile ad acquistare illimitatamente titoli di stato con durata triennale. Pertanto, il ridimensionamento dello spread che tuttavia resta ancora in area di massimo allarme, è dovuto solo ed esclusivamente all'azione delle BCE che, benché con poteri di intervento limitati, costituisce  comunque un ottimo deterrente contro la speculazione."

L'editoriale  firmato da Wolfgang Münchau, pubblicato sul Finalcial Times e ripreso da Lettera 43, ne traccia una clamorosa bocciatura:

"Altro che investitura a guidare l'Italia, come si poteva pensare dopo gli elogi ricevuti a inizio mandato.Il Financial Times ha bocciato Mario Monti.La dura sentenza del quotidiano inglese è arrivata dalla penna  di Wolfgang Munchau che ha firmato un commento al vetriolo dal titolo «Monti is not the right man to lead Italy», cioè «Monti non è l'uomo adatto a guidare l'Italia».INCAPACE CONTRO LA MERKEL. Una frase che ha ricordato a molti la stroncatura dell'Economist su Silvio Berlusconi nel 2001.Nell'articolo il premier italiano è stato giudicato «incapace di tener testa ad Angela Merkel che non vuole una banca centrale forte» e il suo operato caratterizzato da «promesse di riforme poi sfociate in un rialzo delle tasse».A Monti il Ft non ha perdonato nemmeno la sua 'salita' in politica. Alludendo al ruolo di tecnico super partes che  il premier si era ritagliato, un civil servant che una volta ultimato il suo lavoro sarebbe tornato a vita privata.QUARTA VIA ALL'ITALIANA. La situazione dell'Italia descritta dal quotidiano economico inglese non è delle più rassicuranti. Anzi. Secondo il Ft, «ancora una volta, un governo europeo ha sottovalutato l'impatto prevedibile di austerità. Dopo aver mostrato quasi nessuna crescita per un decennio, l'economia italiana si attarda in una recessione lunga e profonda».«Come gli altri paesi sulla sponda meridionale della zona euro, l'Italia deve affrontare tre opzioni. La prima è quello di rimanere nell'euro e prenderne da solo il peso sia l'adeguamento economico, in termini di costi unitari del lavoro e inflazione, sia di bilancio. La seconda è quello di rimanere nella zona euro, subordinata alla regolazione condivisa tra creditori e Paesi debitori. La terza è quello di lasciare l'euro. I successivi governi italiani hanno provato una quarta opzione, stare nell'euro, concentrarsi a breve termine solo sul risanamento dei conti pubblici e attendere».HA SOLO AUMENTATO LE TASSE. E qui è arrivata la prima critica Monti. In vista delle prossime elezioni «Monti ha promesso riforme e ha finito per aumentare le tasse. Il suo governo ha cercato di introdurre modeste riforme strutturali».Dall'altra parte, prosegue il Financial Times sulla situazione italiana, Pier Luigi Bersani pur avendo sostenuto le politiche di austerità, adesso tenta di prenderne le distanze. Il leader del Pd si è inoltre mostrato esitante rispetto alle riforme strutturali anche se potrebbe avere, rispetto a Monti, una chance maggiore, seppur marginale, nel confronto con la Merkel grazie alla sua migliore possibilità di collaborazione con François Hollande, il presidente francese socialista.Monti invece, ha proseguito il quotidiano, da premier non ha detto alla cancelliera tedesca «che l'impegno per la moneta unica sarebbe dovuto dipendere dall'unione bancaria, dagli eurobond e da politiche economiche più espansive da parte di Berlino».ITALIANI SALVATI DA DRAGHI. Infine la stoccata più perfida. Secondo il giornale inglese il professore della Bocconi ha sempre detto di aver salvato l'Italia dalla catastrofe finanziaria e dal suo predecessore Silvio Berlusconi, ma «la maggior parte degli italiani sa che questo compito è stato svolto da Mario Draghi, presidente della Banca Centrale Europea».Munchau ha concluso il suo commento augurandosi che la «storia accordi a Monti un ruolo simile a quello giocato da Henrich Bruning, il cancelliere tedesco tra il 1930-1932. «Anche lui è stato parte di un consenso prevalente sul fatto che non ci fosse alternativa all'austerity. L'Italia ha ancora poche scelte. Ma le deve fare», è stata l'amara conclusione".

Chi scrive, è ben lontano dal ritenere che Monti sia l'unica causa del fallimento della nazione poiché, in questo senso, le responsabilità sono da ascriversi integralmente alla classe dirigente (di cui lui stesso è comunque parte, benché con differenti profili di responsabilità) che ci ha governati negli ultimi decenni. Sarebbe sciocco affermare il contrario.  Ma se qualcuno, prima di lui,   ha armato la pistola, Monti è colui che ha premuto il grilletto. Ed è lui che ha in mano la pistola fumante.

Di seguito, l'articolo originale pubblicato sul Financial Times:


Monti is not the right man to lead Italy

By Wolfgang Münchau
The financial crisis has faded in Italy but the economic crisis has been growing. There has hardly been a day without news of the credit crunch worsening, and a fall in employment, consumption, production and business confidence. Once again, a European government has misjudged the predictable impact of austerity. Having shown almost no growth for a decade, the Italian economy is lingering in a long and deep recession.Like the other countries on the eurozone’s southern rim, Italy faces three options. The first is to stay in the euro and take on alone the burden of full adjustment. By this I mean both economic adjustment, in terms of unit labour costs and inflation; and fiscal adjustment. The second is to stay in the eurozone, contingent on shared adjustment between creditor and debtor nations. The third is to leave the euro. Successive Italian governments have tried a fourth option – stay in the euro, focus on short-term fiscal adjustment only and wait.Since we know from economic history how such episodes end, option four will ultimately lead us back to options one, two or three. My favourite would have been the second: make euro membership conditional on symmetrical adjustment. But Mario Monti, Italy’s prime minister, did not stand up to Angela Merkel. He did not tell the German chancellor that his country’s continued engagement with the single currency would have to depend on a proper banking union with full resolution and deposit insurance capacity; a eurozone bond; and more expansionist economic policies by Berlin. In his interview with the Financial Times last week, Mariano Rajoy, the Spanish prime minister, demanded symmetrical adjustment – again, rather late, since Germany is already planning an austerity budget for 2014. In view of all political decisions already taken, the option of symmetrical adjustment is slowly receding.So where does this leave Italy ahead of next month’s elections? As prime minister, Mr Monti promised reform and ended up raising taxes. His government tried to introduce modest structural reforms but they were watered down to macroeconomic insignificance. Having started as a leader of a technical government, he has emerged as a tough, political operator. His narrative has been that he saved Italy from the brink, or rather from Silvio Berlusconi, his predecessor. A fall in bond yields has played into this narrative, but most Italians know they owe this to another Mario – Draghi, president of the European Central Bank.On the left, Pier Luigi Bersani, general secretary of the Partito Democratico, has supported austerity but has recently been trying to distance himself from those policies. He has also been more hesitant on structural reforms. His main campaign themes are a wealth tax, the fight against tax evasion, money laundering and gay rights. He says he wants Italy to stay in the eurozone. There is a marginal chance he will be more successful in standing up to Ms Merkel because he is in a better position to team up with François Hollande, the French president and a fellow Socialist.On the right, the alliance of Mr Berlusconi and the Northern League has been behind in the polls but is making advances. So far, the former prime minister has had a good campaign. He has delivered an anti-austerity message that has struck a chord with a disillusioned electorate. He also keeps criticising Germany for its reluctance to accept a eurozone bond and to allow the ECB to buy Italian bonds unconditionally.You could interpret this as an option-two stance: insist on symmetrical adjustment or get out. We know Mr Berlusconi only too well, however. He was a prime minister for long enough to have shaped such a debate much earlier. To become credible, he must produce a clear strategy that maps out the choices in detail. All we have now are television soundbites.Judging from the latest opinion polls, the most likely election result is gridlock, perhaps in the form of a Bersani-Monti coalition of the centre-left, possibly with a centre-right majority in the Italian senate, where different voting rules apply. This would leave everyone, more or less, in charge. Nobody would have the power to implement a policy. Everybody would have the right to veto one.If that were the case, Italy would continue to muddle through, pretending it had opted to remain in the euro but without creating the conditions to make membership sustainable. In the meantime, I would expect an anti-euro political consensus to emerge that would probably either win an outright majority in subsequent elections or trigger a political crisis with ultimately the same effect.As for Mr Monti, my best guess is that history will accord him a role similar to that played by Heinrich Brüning, Germany’s chancellor from 1930 to 1932. He, too, was part of a prevailing establishment consensus that there was no alternative to austerity.Italy still has a few choices open. But it has to make them.

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