sabato 28 dicembre 2013

CHI HA FATTO DIMINUIRE LO SPREAD?

Siccome ci sono economisti che cercano di diffondere l'idea che il crollo dello spread sia imputabile  al fondo salva stati (ESM) e, sulla base di queste convinzioni, sostengono che, per l'Italia, l'adesione al fondo sia stato un grande affare, dopo il mio ultimo post sull'argomento, ritorno sul tema proponendovi alcuni grafici molto esplicativi che demoliscono del tutto questa tesi.

Il primo grafico proposto ci rappresenta una cosa assai nota: l'aumento dello spread di Italia e Spagna rispetto al bund tedesco è stato determinato dalla vendita dei titoli di stato da parte degli investitori esteri.
(attenzione: la scala di destra, che misura lo spread, è una scala inversa)




Infatti, come ci conferma questo secondo grafico tratto dal "Rapporto sulla stabilità finanziaria" della Banca d'Italia del 6 novembre scorso, gli investitori esteri nel periodo di massima tensione sul debito sovrano  hanno venduto circa 200 miliardi di euro di titoli di stato italiani (grafico di sinistra).


E' chiaro che, contraendosi la domanda (estera) dei titoli di stato, lo spread è aumentato fino ai livelli ben noti a tutti e rappresentati nel grafico successivo, dove viene anche evidenziato:
1)  il periodo temporale in cui gli investitori esteri hanno venduto i 200 miliardi di euro di titoli di stato (riquadro rosso);
2)  il crollo dello spread successivo al discorso di Draghi del luglio 2012, nel quale  affermò che la BCE avrebbe fatto tutto il necessario per preservare l'euro (freccia nera).



E da chi è stata assorbita l'offerta dei titoli di stato a seguito della diminuzione della domanda estera?
Dalle banche italiane che, da  gennaio 2011 fino a luglio 2013, hanno incrementato le loro posizioni in titoli di stato di circa 200 miliardi di euro, contribuendo (grazie alle 2 operazioni LTRO della BCE e al minacciato piano OMT di Draghi) ad abbattere lo spread fino ai livelli attuali.


Credo che ce ne sia abbastanza per affermare definitivamente  che il fondo ESM non sia stato per nulla determinante ai fini della diminuzione degli spread. A meno che non si voglia sostenere la tesi secondo la quale banche italiane abbiano acquistato i 200 miliardi di BTP grazie alla "garanzia" del fondo salva stati. Cosa tutta da dimostrare e comunque per nulla vera considerata  l'esiguità delle risorse a disposizione dell'ESM (700 miliardi di euro a regime)  rispetto agli  stock di debito pubblico di Italia, Spagna, Grecia e Portogallo che, sommati, esprimono multipli assai superiori (vicini ai  4000 miliardi di euro) rispetto alle capacità del fondo ESM.

Ma se ciò non dovesse essere sufficiente, giova ricordare lo studio  di Paul de Grauwe, docente della London School of  Economics (certamente più autorevole di me che non sono un economista, ma anche di molti altri "economisti" che dicono di esserlo) dove viene affermato  in modo scientifico la fortissima correlazione tra lo spread iniziale -prima delle parole di Draghi del luglio 2012- e la diminuzione successiva. In altri termini, quei paesi che più avevano visto salire lo spread sono anche quelli che l’hanno visto scendere in modo più consistente. Quindi i mercati scommettevano “contro” alcuni paesi (cioè sull’uscita di essi dall’euro), ma quando la possibilità di scommettere si è ridotta a causa della “garanzia”, seppur potenziale, della BCE, allora proprio i paesi che erano stati maggiormente bersagliati sono stati quelli ad esserne (relativamente) più beneficiati. L’Italia per prima, al di là dell’austerità.
QUI potete trovare lo studio completo di DE GRAUWE


Conclusioni:
Affermare che il fondo ESM abbia determinato  la diminuzione dello spread e, conseguentemente, un risparmio in termini di minor costo per gli interessi sul debito, oltre a costituire un falso assoluto, è una tesi assai difficile da dimostrare.
Di conseguenza, risultano del tutto privi di senso i  calcoli secondo i quali, l'Italia, dall'adesione al fondo ESM avrebbe  tratto enormi vantaggi in termini economici.
Poi ognuno di voi è libero di credere quello che vuole. Ma dinanzi alle evidenze, la difesa di posizioni ideologiche che non hanno nulla a che vedere con la realtà dei fatti, è un esercizio assai inutile e dannoso.

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lunedì 23 dicembre 2013

LE MENZOGNE DI BOLDRIN SUL FONDO ESM

Un lettore mi segnala uno scritto di Michele Boldrin pubblicato sulla sua pagina Facebook, con il quale l'economista cerca di analizzare quali sarebbero stati -a suo dire-  i benefici ottenuti dall'Italia attraverso la creazione del Fondo Salva Stati ESM, del quale abbiamo parlato diffusamente in questo sito. L'articolo, proprio per gli elementi  pretestuosi utilizzati da Boldrin  a sostegno delle sue tesi, è stato ripreso anche dall'ottimo Scenari Economici e, anche noi,  ci sentiamo di dire la nostra, cercando di onorare la verità.

L'analisi di Boldrin (chiamiamola così, anche se di analisi ha ben poco), a quanto pare, trae spunto da un trasmissione televisiva nella quale si dibatteva sui meccanismi di salvataggio europeo. Quindi, l'autore propone tutta una serie di calcoli che, secondo lui, sarebbero sufficienti a sostenere la tesi secondo la quale, l'Italia, aderendo al fondo salva stati ESM avrebbe fatto "un gigantesco affare" (sono parole sue, non mie). La tesi di Boldrin, per nulla condivisibile e priva di qualsiasi sostegno scientifico oggettivo, si fonda sul fatto che, secondo lui, l'adesione dell'Italia al fondo ESM, avrebbe  "assicurato" gli investitori circa il buon esito del loro investimento e quindi avrebbe ristabilito  maggiore fiducia tra gli investitori, facendo precipitare lo spread.

Questo perché, scrive Boldrin:

giovedì 19 dicembre 2013

L'ANNO ORRIBILE CHE ATTENDE LE BANCHE ITALIANE

Dunque, vediamo sommariamente quel che potrebbe riservarci il 2014, che è ormai alle porte, tanto per capire contro quale iceberg potremmo sbattere.

Le sofferenze bancarie sono a livelli record. E secondo gli indicatori di qualità del credito   elaborati lo scorso  giugno da Bankitalia, pubblicati nel Rapporto sulla Stabilità Finanziaria dello scorso novembre,  aumentano significativamente  le probabilità di ingresso -nei prossimi dodici mesi- di crediti in sofferenza, rispetto ai dodici mesi precedenti, cioè da giugno 2012. Quindi, ipotizzando che le sofferenze crescano allo stesso ritmo con cui sono cresciute nei dodici mesi appena trascorsi (ma non c'è ragione per ritenere che la performance non  possa essere addirittura peggiore), a fine 2014 le sofferenze bancarie potrebbero superare i 180 miliardi di euro. Una cifra astronomica che determinerebbe effetti negativi su molti istituti. Effetti che difficilmente potrebbero essere gestiti  in assenza di  cuscinetti aggiuntivi di capitale; ammesso che, nel frattempo, l'esplosione delle sofferenze non faccia saltare qualche banca.


Quindi,  il problema è anche il capitale. Chi metterà mano al portafogli? Gli azionisti delle banche? Appare assai difficile. E ammesso che abbiano i fondi per poterlo fare,  non è affatto detto che lo facciano  in assenza di chiari e robusti segnali di ripresa, che comunque non sono all'orizzonte.
Quindi è verosimile attendersi che le banche, anche incentivate dalla recente defiscalizzazione delle sopravvenienze derivanti dalla conversione in equity di bond ibridi (NE ABBIAMO PARLATO QUI), emettano questo tipo di obbligazioni con l'intento di migliorare la qualità della patrimonio, senza con ciò diluire le posizioni degli azionisti.

Nel frattempo, mentre state leggendo queste pixel,  giova ricordare che entro fine 2014 le banche italiane dovranno restituire 230/240 miliardi di euro presi in prestito dalla BCE con le 2 operazioni LTRO. Ce li hanno, questi soldi? Certo che si.

E' chiaro che la maggior parte dei soldi ottenuti dalle aste LTRO sono stati investi in titoli triennali: ossia, in titoli con scadenza compatibile con i tre anni previsti dalle operazioni di rifinanziamento. Quindi, giunti a scadenza, per disporre della provvista necessaria da restituire alla BCE, è sufficiente non rinnovare i titoli di stato. E se dovesse mancare qualcosa (!?), si possono sempre vendere BTP con scadenze più lunghe. Ma questo, verosimilmente, comporterebbe tensioni sullo spread facendo crescere il costo del servizio del debito per i titoli di stato che lo stato dovrà nuovamente collocare.

Quindi, in buona sostanza, lo stato dovrà collocare nuovi titoli in modo che le banche possano restituire i soldi alla BCE. E chi comprerà i titoli di nuova emissione? E' chiaro che,  per non far saltare il banco, la BCE dovrà inventarsi qualche altra forma di finanziamento a favore delle banche in modo che queste possano acquistare i titoli di nuova emissione e, al tempo stesso, avere il rimborso di quelli in scadenza.
Ma a questo punto interviene un'altra questione. Se le banche si finanziano dalla BCE e, anziché finanziare l'economia reale, continueranno a finanziare gli acquisti di titoli di stato, è chiaro che proseguirà il credit crunch aggravando il ciclo economico, già pessimo di suo, e facendo emergere ulteriori sofferenze nei bilanci bancari, già alla prese con evidenti difficoltà.

A questo proposito, sembrerebbe  che alla BCE, sulla base  dell'esperienza britannica maturata con il Funding for lending scheme (FLS),  stiano studiando proprio dei meccanismi di rifinanziamento del sistema bancario tali da incentivare il reimpiego di queste risorse proprio a favore del finanziamento delle imprese, anche attraverso l'utilizzo di meccanismi incentivanti, o persuasivi.  Ma, che Draghi possa mettersi a lanciar banconote dall'elicottero in stile Bernanke, è del tutto irreale stante i vincoli statutari della BCE e le note posizioni tedesche.

Nel  mentre, proprio i tedeschi, nell'ambito dell'operazione di Asset Quality Review che, nel 2014, vedrà impegnata la BCE nella  valutazione dei  bilanci di circa 130 banche europee, vorrebbero che i titoli si Stato presenti negli attivi bancari, avessero una ponderazione di rischio diversa rispetto al risk free attuale; cioè una ponderazione che incorporasse il rischio emittente. Se dovesse prevalere la linea tedesca, le banche dovrebbero procedere ad operare degli accantonamenti a copertura dei rischi derivanti dai titoli di stato: esattamente come accade per i prestiti a famiglie e imprese. Questo  produrrebbe un'ulteriore contrazione del credito da concedere alle imprese e alle famiglie, aggravando il ciclo economico. In alternativa, potrebbero sempre scaricare titoli di stato, con effetti potenzialmente esplosivi sul rating sovrano e,conseguentemente, sui rendimenti dei titoli di stato.

E' altrettanto chiaro che se dovesse passare la posizione tedesca,  questo potrebbe anche favorire il riesplodere delle tensioni sui titoli sovrani dell'area mediterranea. Proprio perché si offrirebbe al mercato un'ulteriore strumento di valutazione del rischio paese e, pertanto, anche un maggiore percezione che l'area euro è un area monetaria del tutto non omogenea. Circostanza, questa, che in un certo qual modo vanificherebbe tutta la propaganda profusa da buona parte della nomenclatura europea in questi anni di crisi.
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lunedì 16 dicembre 2013

LEGGE DI STABILITA', ARRIVA L'ENNESIMO REGALO ALLE BANCHE

Secondo quanto riportato dalla Reuters, sembrerebbe che il Governo abbia presentato un emendamento  alla Legge di Stabilità che consentirebbe alle banche di rafforzare il patrimonio di vigilanza emettendo obbligazioni ibride, senza con ciò patirne le conseguenze fiscali derivanti dalle sopravvenienze attive  che ne deriverebbero in caso di conversione del bond in in equity.

In buona sostanza le obbligazioni ibride sono una serie di strumenti finanziari innovativi connotati a metà strada tra strumenti di debito (obbligazioni) e strumenti di capitale di rischio (azioni).

LA TRUFFA DEL FINANZIAMENTO PUBBLICO AI PARTITI

I campioni della bancarotta della nazione pensano di potersi rifare la verginità abolendo il finanziamento pubblico ai partiti, del quale, per quanto mi riguarda, non puo' fregarmene di meno, se solo si avesse una classe politica  decente, con un po' di decoro,  che operasse nell'interesse del paese.
Condurre la battaglia contro il finanziamento pubblico rischia di essere solo un elemento di distrazione dell'opinione pubblica dai veri problemi dell'Italia, offrendo in pasto alla massa degli italiani  la presunta  moralizzazione della politica solo per aver rinunciato  al finanziamento pubblico. Cosa che, come vederemo tra poco, non è affatto vera.

giovedì 12 dicembre 2013

CAOS ITALIA

Lasciamo pure  perdere i dati macroeconomici che sono drammatici e continueranno ad esserlo ancora a lungo,  condannando l'Italia senza appello e senza possibilità di salvezza. Lasciamoli stare, e concentriamoci su altri elementi.

Si da il caso che la settimana scorsa la Consulta abbia sancito l'illegittimità del Porcellum. 

Abbiamo già scritto che, ad una prima (banale) interpretazione, si potrebbe affermare che sarebbero illegittimi tutti i parlamenti eletti da 8 anni a questa parte. Quindi, di conseguenza, secondo questa logica, sarebbero illegittime tutte le leggi votate, i trattati internazionali, tutti i governi succeduti. Lo stesso Presidente della Repubblica sarebbe illegittimo, come lo sarebbe anche la stessa Corte Costituzionale che ha stabilito l'illegittimità del Porcellum. 

Quindi, tutto illegittimo e tana libera tutti?

lunedì 9 dicembre 2013

LA CREDIBILITA' (?) DI RENZI

Il successo di Renzi alle primarie è il primo caso nella storia umana in cui un partito, il Pd, organizza delle elezioni e a vincerle è il partito avversario, Forza Italia (già PDL), senza neanche partecipare.

Ma al netto del risultato politico emerso dalle primarie del Pd che si commenta da solo, per valutare quanto RENZI sia differente  dalla nomenclatura partitica che egli stesso si prepone di abbattere, occorreranno solo poche settimane.

E l'occasione gliela dà proprio la pronuncia della Consulta che ha stabilito l'illegittimità del Porcellum.

giovedì 5 dicembre 2013

ITALIA ALLO SBANDO

Non sono  un esperto di diritto Costituzionale ma, alla luce della sentenza della Corte Costituzionale che ha stabilito l'illegittimità del Porcellum, immagino che qualsiasi semplice cittadino come il sottoscritto, si ponga numerosi interrogativi ai quali, almeno apparentemente, non risulta  agevole trovare risposta.
Certo che,  in prima istanza, una sentenza di questo genere stimolerebbe il dubbio se questa possa avere effetto retroattivo o meno.
Perché, nel primo caso, si determinerebbero effetti sconvolgenti di difficile immaginazione. Ciò deriverebbe dal  fatto che, a rigor di logica, essendo incostituzionale una legge elettorale, sarebbero illegittimi anche tutti gli effetti prodotti in virtù di una norma incostituzionale. Quindi, già da otto anni, i parlamentari eletti con questa legge avrebbero occupato una posizione in maniera illegittima, poiché in contrasto con lo spirito costituzionale e quindi con quanto affermato dalla Consulta. Ne deriverebbe che sarebbero illegittimi anche tutti gli atti normativi (e non solo) prodotti in questo periodo. Di conseguenza tutte le leggi varate e tutti gli atti compiuti dal parlamento sarebbero affetti dal vizio di illegittimità.

martedì 3 dicembre 2013

QUELLI DELLA PATRIMONIALE

di Paolo Cardenà - Trovo spunto, per scrivere questo post, proprio dal confronto televisivo della settimana scorsa, tra i candidati alle primarie del PD, Cuperlo, Civati e Renzi (CU.CI.RE.)
Se avete seguito il dibattito, avrete notato che tutti e tre, benché in toni diversi, si sono detti favorevoli all'introduzione  di una imposta patrimoniale, peraltro ignorando che sono già presenti nel nostro ordinamento, e che colpiscono sia i risparmi attraverso l'Imposta di bollo, sia alcune tipologie di beni mobili, sia le proprietà immobiliari attraverso l'IMU e le sue declinazioni; anche se non ci capisce ancora bene quali esse siano.

mercoledì 27 novembre 2013

COME RIFORMARE L'IMU

di Paolo Cardenà - Se siete attenti lettori di questo blog, avrete notato che non mi sono mai espresso in merito all'abolizione dell'Imu sulla prima casa.  Conseguentemente, non ho scritto nulla neanche a proposito di un'eventuale riforma della tassazione degli immobili.
Perchè, vi chiederete?
Per semplice fatto che ritengo sia del tutto inutile dibattere inseguendo senza costrutto, la schizofrenia del governo e dei partiti (il Pdl, nello specifico) su interventi di politica fiscale, destinati a mutare ancor prima di essere pensati.
Tanto è vero che si è passati dall'Imu alla Trise, facendo tappa per la Tari, la Tasi, la Tuc, per poi finire, a quanto pare, alla Iuc. Almeno  per momento.

giovedì 21 novembre 2013

MERKEL CONTRO TUTTI

di Paolo Cardenà- Se ben ricorderete, solo qualche settimana fa', prima il Dipartimento del Tesoro USA e poi anche il FMI, avevano bacchettato la Germania circa l'enorme surplus corrente tedesco, adducendo che la salute dell'economia tedesca sarebbe troppo dipendente  da una quota   di export eccessiva,  che andrebbe ridotta e, al tempo stesso, si segnalava la necessità di aumentare la domanda interna, in modo che, anche gli altri paesi più deboli dell'europa  alle prese con un consolidamento fiscale di svariati punti di PIL, avrebbero potuto avvantaggiarsi del riequilibrio migliorando i rispettivi saldi commerciali.

Il sito Scenari Economici, aveva prodotto un articolo nel quale si segnalavano le parti salienti del rapporto del Dipartimento del Tesoro Usa. Ve lo ripropongo:

martedì 19 novembre 2013

ATTENZIONE AI VOSTRI CONTI CORRENTI

di Paolo Cardenà - Come già sapete  in questo sito si è discusso molto a proposito dei salvataggi bancari e della gestione di crisi bancarie nella zona Euro.
Già dagli eventi di Cipro, avevamo ipotizzato che il modello cipriota sarebbe potuto essere replicato anche in altre crisi bancarie nel contesto dell'eurozona.
A confermarci tale prospettiva è proprio un articolo apparso su milano finanza appena qualche giorno fa.
Nell'articolo si legge:

Da Milano Finanza
Fino a 100 mila euro i depositi saranno protetti in Europa, oltre tale soglia i conti correnti possono essere coinvolti nei fallimenti bancari. L’Unione europea sta discutendo in questi giorni il tema dell’Unione bancaria. Una tappa a cui prima o poi si dovrà arrivare, nonostante i veti e i paletti della cancelliera tedesca Angela Merkel.

giovedì 14 novembre 2013

UN GOLPE DI NOME EURO (Versione integrale) - Scritto da Giuseppe Guarino

Di seguito vi proponiamo  la versione integrale del "SAGGIO DI VERITA' SULL'EUROPA E SULL'EURO",   scritto dal Prof. Giuseppe Guarino, e del quale, proprio ieri, vi abbiamo offerto un'antipazione

La tesi del professore è che all’origine della moneta unica si sia realizzato un “colpo di stato”, attraverso un preciso regolamento comunitario, il numero 1466/97. Approfittando della fortissima volontà dei governi del tempo di superare a tutti i costi “l’esame” – sul fronte dei conti pubblici, per esempio –  necessario a entrare nella nuova area valutaria, la Commissione fece approvare infatti un regolamento che avrebbe vincolato in maniera decisa le leve della politica economica fino ad allora in mano agli stati membri. 
Il ragionamento di Guarino è lungo ma non oscuro, narrato con stile piano, a disposizione – per volontà dello stesso autore – di chi lo volesse confutare. Qualcuno potrebbe sostenere, forse non a torto, che non di soli formalismi giuridici è costituito il processo d’integrazione europea. Ciò detto, è un fatto che pezzi d’establishment guardino con ansia crescente alle prossime elezioni europee, ritenute facile terreno di caccia per “populisti” anti moneta unica. Ieri pure l’agenzia di rating Moody’s ha parlato di rischi “non trascurabili” che in Italia “i partiti anti-euro prendano il potere con un programma di uscita dall'euro”. Guarino obbliga a confrontarsi con una lettura critica ma acuta, nient’affatto dozzinale, del tipo di mentalità dominante nella storia dell’integrazione europea. A meno di non accontentarsi di vivere in un’èra in cui tutte le vacche sono populiste, buona lettura.

mercoledì 13 novembre 2013

UN GOLPE DI NOME EURO

Un golpe di nome euro

Se la moneta unica fosse tecnicamente un “colpo di stato” contro paesi membri e cittadini? Per non cadere dal pero, saggio (a puntate) del giurista Guarino

Da oggi, e per i prossimi due giorni, pubblicheremo a puntate un saggio di Giuseppe Guarino, già ordinario di Diritto pubblico alla Sapienza di Roma, già ministro delle Finanze (1987) e dell’Industria (1992-’93). La tesi del professore è che all’origine della moneta unica si sia realizzato un “colpo di stato”, attraverso un preciso regolamento comunitario, il numero 1466/97. Approfittando della fortissima volontà dei governi del tempo di superare a tutti i costi “l’esame” – sul fronte dei conti pubblici, per esempio –  necessario a entrare nella nuova area valutaria, la Commissione fece approvare infatti un regolamento che avrebbe vincolato in maniera decisa le leve della politica economica fino ad allora in mano agli stati membri. 

domenica 10 novembre 2013

NEUROZONA CHIAMA FRANCIA

La Francia economicamente umiliata e vittima della Macchina del Tempo dell’Eurozona, alla fine usera’ l’Atomica

Guest Post SCENARI ECONOMICI

DATI ECONOMICI AGGHIACCIANTI
Raffica di dati terrificanti ieri e nei giorni scorsi per la Francia.
1) Standard&Poor’s, la prima delle grandi agenzie di rating ad aver estromesso la Francia dal ristretto club dei Paesi a tripla A (nel gennaio del 2012), ha colpito ancora, abbassando di un altro voto il suo giudizio sull’affidabilità di Parigi (da AA+ ad AA).
L’agenzia sottolinea che i margini di manovra del Paese sul fronte fiscale sono ormai praticamente inesistenti e che le misure varate negli ultimi mesi non riescono a ridurre il livello, record, della disoccupazione. Ed è proprio l’insofferenza legata alla drammatica situazione occupazionale, secondo Standard&Poor’s, a rendere molto difficile, per non dire quasi impossibile, la realizzazione delle pur indispensabili riforme strutturali.

venerdì 8 novembre 2013

QUALE SARÀ LA CRESCITA DEL PIL NEL 2014?

Facciamo un Test: Quale sara’ la variazione del PIL nel 2014? 

Visto che i governanti non azzeccano alcuna previsione e non riescono proprio a cogliere una crescita realistica utilizzando i rituali metodi econometrici, cerchiamo di suggerirgli un percorso alternativo di logica, tale da  capire quale potrebbe essere la crescita del PIL per il 2014.


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Chi di voi ha fatto esercizi di Logica come quello sotto?  Magari in un test universitario, oppure su una rivista di Quiz?test

giovedì 7 novembre 2013

CONTINUERANNO A SPREMERCI COME LIMONI

GUEST POST IL GRANDE BLUFF
La notizia di ieri è stata il successo riscosso dal BTP Italia.
BTP Italia: record assoluto per un collocamento retail in Europa, 22,2 miliardi per quasi 300mila ordini
....l'emissione del quinto BTP Italia, lo strumento legato all´inflazione italiana ...indirizzato prevalentemente agli investitori individuali, si è chiuso ...con una raccolta complessiva pari a 22.271.853.000 euro con 299.588 contratti totali .... Si tratta di un record assoluto in Europa. ....Per il nuovo titolo, che ha ....scadenza il 12 novembre 2017, è stato fissato il tasso cedolare (reale) annuo definitivo del 2,15%, pagato in due cedole semestrali.....

DIAMO LA SOLITA LETTURA CONTRARIAN da Blogger Indipendente: capiranno in 4 gatti ma va bene così...

L'incredibile Successo Record del BTP Italia
che stabilisce un Record di collocamento retail in Europa...
ovvero nessun titolo di stato europeo è mai stato così richiesto...
mi conferma IMMANCABILMENTE due cose....................
.

mercoledì 30 ottobre 2013

SONDAGGIO REINTRODUZIONE NUOVA VALUTA NAZIONALE

Ospitiamo  il sondaggio svolto da SCENARI ECONOMICI
Il sondaggio e’ stato svolto da scenarieconomici.it  scenaripolitici.com su un campione di ben 4.000 persone, in occasione del tradizionale rilevamento per le elezioni politiche e per gli indicatori economici.
L’esito del Sondaggio e’ stato divulgato alle ore 14.00 di Domenica 27 Ottobre a Pescara nel Corso della Conferenza Internazionale Euro, mercati, democrazia 2013.

ECCO PERCHE' VOGLIONO (ELIMINARE) IL NOSTRO CONTANTE

di Paolo Cardenà- Secondo quanto riportato dalla Reuters, il Ministro Saccomanni avrebbe espresso la volontà da parte dell'esecutivo di ridurre ulteriormente i limiti di utilizzo del contante. 
Nell'agenzia si legge: 
Il governo intende ridurre la soglia massima di pagamento in contanti, attualmente posta a 1.000 euro."Questo è un punto su cui l'Italia resta indietro ed è un punto su cui vogliamo intervenire", ha detto il ministro dell'Economia, Fabrizio Saccomanni, durante un'audizione in Parlamento sulla legge di Stabilità.
Di seguito vi propongo alcune riflessioni, in parte già ospitate su numerosi articoli presenti sul blog.


Nella vita comune, l'utilizzo del denaro contante è  una delle cose più normali che esista. La possibilità di utilizzare denaro contante per compensare transazioni commerciali, costituisce elemento di libertà di  ogni essere umano, oltre che motore di sviluppo alla crescita economica e al benessere collettivo.

domenica 27 ottobre 2013

L'AUTODISTRUZIONE DEL SISTEMA BANCARIO

Vado di fretta, e sto dettando lo scritto che state leggendo grazie alle funzioni vocali dello smartphone. Quindi, è tutto un dire..
Comunque sia, mi scuso anticipatamente  per gli eventuali errori sul testo, e per l'impaginazione che ne dovesse derivare. Poi, domani, rimedieremo.

Veniamo alle cose serie.

mercoledì 23 ottobre 2013

OPERAZIONE VERITA': A CHE PUNTO E' LA NOTTE ITALIANA

Premessa:
In questi anni di crisi, oltre alle tasse e al disagio economico e sociale, c'è stata un'altra grande costante che ha tenuto compagnia alle nostre giornate, ai nostri momenti: la menzogna proferita in modo sistematico dai vari governi e dai politici di turno che, in maniera spudorata e vergognosa, hanno reiteratamente mentito e mistificato (e continuano a farlo) circa l'esatta situazione dell'economia e dei conti pubblici, in costante ed inesorabile deterioramento.
È' chiaro che tutto ciò incorpora evidenti elementi del tutto censurabili, proprio perché tende ad alimentare false aspettative nei confronti degli agenti economici più deboli: i disoccupati con le loro famiglie e le imprese, prime vittime sacrificali di questa crisi.
Proprio per questo, insieme ad altri siti amici, tra i più seguiti in Italia di economia, tutti liberi e senza padroni, abbiamo pensato di lanciare, coralmente, tutti insieme, questo post divulgativo al fine di far ben comprendere l'esatto stato dei conti pubblici e dell'economia.
LA MENZOGNA

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Fonte: kappadipicche.com



I grafici  che seguono esplicano in maniera esaustiva i clamorosi  errori previsionali commessi dai vari governi che si sono alternati negli ultimi 3 anni di cirsi, su Deficit Pubblico, Debito pubblico e Pil Nominale.

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Come noto, appena qualche di settimane fa, il governo ha reso pubblica la Nota di Aggiornamento al DEF. Per chi non lo sapesse, il DEF è il documento di economia e finanza che  rappresenta il punto nodale nella programmazione della politica economica e di bilancio del paese. Il punto d’incontro tra politica nazionale e l’Unione Europea, che incorpora le variabili macroeconomiche e di bilancio che il governo stima si possano realizzare, stante una crescita presunta del PIL.
Leggendo il documento licenziato dal governo, la cosa che più lascia perplessi, è dover constatare la volgarità della menzogna esercitata dal governo, proprio su talune variabili che risultano manifestamente abbellite, taroccate, per nulla aderenti con la realtà dei fatti,  con l'esatta situazione dell'economia italiana e  dei conti pubblici. Questi ultimi, appositamente “massaggiati” per offrire un quadro della finanza pubblica migliore rispetto a quello che effettivamente è.
Cerchiamo di andare nel dettaglio.

LA MENZOGNA SUI CONTI PUBBLICI
La nota licenziata dal Governo, rispetto al DEF di primavera, con la fine dell'anno ormai alle porte, recepisce ciò che era ormai chiaro da mesi, più o meno a tutti i commentatori di buon senso. Ossia che il Pil, anche quest'anno, diminuirà dell'1.7%(?), posizionandosi a 1.557,3 miliardi di euro, quindi ben oltre l'1.3% previsto solo a maggio dal governo Monti.
Sul fronte della spesa pubblica, il governo, proprio con l’intento di esporre un deficit migliore rispetto a quello reale, da un lato ha aumentato di un miliardo di euro la spesa corrente (pensioni, stipendi, acquisti); mentre, dall’altro,  ha corretto al ribasso la stima della spesa in conto capitale portandola a 807,6 miliardi rispetto agli 810, 6 precedentemente previsti: quindi, 3 miliardi in meno di spese che aiuterebbero (secondo il governo) a far rientrare sotto il 3% lo sconfinamento  deficit/Pil.
Ma entrando nel dettaglio del DEF, si scopre che questo (apparente) miglioramento, è determinato da artifici contabili,  per cui si differiscono all’anno successivo (cioè al 2014) talune spese in conto capitale  originariamente previste nel 2013, nonostante la spesa per investimenti sia stata fortemente ridotta in questi ultimi anni  proprio per esigenze di bilancio, non considerando che questa determina  anche delle manifestazioni virtuose per il ciclo economico. E’ ovvio che, se cossi fosse, questa pratica andrà ad impattare sul fabbisogno del prossimo anno.

Ciò nonostante, analizzando le spese della amministrazioni pubbliche e proiettando al 31 dicembre il consuntivo realizzato nei primi sette mesi dell’anno -dove sono cresciute dell’1.8% rispetto allo stesso periodo del 2012-  si osserva che queste, a fine anno,  dovrebbero aggirarsi intorno ai 678.5 miliardi di euro: cioè 6 miliardi in più rispetto ai valori rettificati dal governo nella nota di aggiornamento.

Sul fronte delle entrate, a causa dell’aleatorietà dei pagamenti da parte degli agenti economici,  la questione è molto più difficile da interpretare. Anche se i dati disponibili delle entrate tributarie, per i primi 8 mesi dell’anno, registrano una diminuzione dello 0.3%  rispetto allo stesso periodo del 2012.
Le entrate contributive, invece, secondo quanto comunicato dalla Ragioneria Generale dello Stato, nei primi sette mesi dell’anno, si sono attestate a circa  124 miliardi di euro, in flessione dello 0.9% rispetto allo stesso periodo del 2012.

Proiettando a tutto il 2013  i dati sulle entrate tributarie e contributive realizzate nei  primi 9 mesi, dando per certa una copertura del taglio della seconda rata dell’IMU -in parte assorbito anche dal recente aumento IVA-  e, in via del tutto prudenziale, ipotizzando comunque un miglioramento  dell’andamento delle entrate, è verosimile ritenere,  a fine anno, un minor gettito che oscilli  tra +0,1 e +0,4% per le entrate del 2013 sul 2012, ad un valore tra 755 e 757 miliardi di Euro, contro 759 preventivati, con un ammanco tra 2,0 e 4,0 miliardi.
Quindi in estrema sintesi, alla luce di quanto sopra esposto, si potrebbe ritenere del tutto verosimile un deficit, a fine anno, oscillante tra il 3.4% e il 3.6%, cioè dai 4 ai 6 miliardi in più rispetto ai 48.7 miliardi stimati dal governo nella nota di aggiornamento, con un debito pubblico prossimo al 134% contro li stima del governo al 132,9%

In buona sostanza, è questo il quadro di finanza pubblica che, con ogni probabilità, ci attenderà da qui a fine anno, salvo ulteriori manovre correttive o giochi di prestigio per esporre un deficit inferiore al 3%. Ma in uno scenario come quello descritto, nel quale si balla proprio ai limiti, nonostante la manovra di contenimento di 1.6 miliardi di euro varata lo scorso 10 ottobre, molto dipenderà dalla crescita economica dell’ultima parte dell’anno e dalle entrate tributarie degli ultimi mesi, anche se, a parer di chi scrive, i margini di ottimismo sembrano piuttosto ridotti, se non addirittura inesistenti.

COME TAROCCARE LE PREVISIONI SULLA SPESA PER INTERESSI
Ma andando oltre, sempre nel DEF, e  sempre a proposito dell’inattendibilità delle stime governative, si scopre che, sul fronte della stima della  spesa per interessi, il tandem Letta-Saccomanni, compiono una vera e propria manovra di prestigio, degna di Mago Otelma.

Tanto per renderci conto di cosa stiamo parlando, vi propongo questa tabella che riepiloga la stima della  spesa per interessi dal 2014 al 2017: sulla prima riga quella effettuata dal Governo Monti, sulla seconda quella del Governo Letta con la nota di aggiornamento al DEF.


Stima Spesa per interessi Gov. Monti vs Gov. Letta . (dati in migliaia di euro)

2014
2015
2016
2017
Def . Maggio 2013- MONTI
90377
97465
104384
109289
Agg. Def settembre- LETTA
86087
88827
91858
92500
RISPARMIO
4290
8638
12526
16789

Come è facile intuire, già dal 2014, fino ad arrivare al 2017, il governo Letta stima un robusto e progressivo risparmio per la spesa per interessi, fino a giungere, nel 2017, appunto, a oltre 16 miliardi di euro, equivalenti ad 1 punto percentuale del Pil. E' chiaro che queste presunte economie determinano un miglioramento dei saldi di finanza pubblica.
A questo punto occorrerebbe chiedersi perché il governo stimi una riduzione così significativa del costo per interessi, o secondo quale parametro. Prima di dare una risposta all’interrogativo, è bene precisare che, come giustamente segnala il Prof. Gustavo Piga nel suo blog, ormai da oltre  15 anni  a questa parte, o meglio fino all’ultimo DEF dello scorso maggio, le previsioni di stima della spesa per interessi venivano “formulate utilizzando i tassi impliciti nella curva dei rendimenti italiana rilevati a  metà marzo 2013….”. In buona sostanza si tratta(va) di un criterio riconosciuto dalla comunità scientifica e finanziaria, che traeva fondamento proprio dall’analisi della curva dei tassi in un determinato periodo temporale.
Con la nota di aggiornamento, il governo cambia paradigma.  Infatti, sul documento,  la stima della spesa per interessi fonda  la sua previsione su una “ipotetica e una graduale chiusura degli spread di rendimento a dieci anni dei titoli di stato italiani rispetto a quelli tedeschi a 200 punti base nel 2014, 150 nel 2015 e 100 nel 2016 e 2017”. Cioè, per dirla in parole più semplici, il costo degli interessi sarebbe destinato a scendere in ragione di una ipotetica diminuzione degli spread.
Siamo quasi al demenziale o, se preferite, al dilettantismo, poiché, un analisi di questo genere, è priva di qualsiasi fondamento, non solo scientifico, ma anche logico. Invero, va precisato che un calo dello spread non significa automaticamente una diminuzione dei costi al servizio del debito (interessi). Infatti, lo spread, altro non è che una variabile che misura la differenza tra il rendimento Btp decennale e quello del  bund tedesco: anche quest’ultimo soggetto a variare in ragione di una moltitudine di variabili economiche e di mercato.
Ne consegue, in maniera peraltro del tutto ovvia, che se diminuisce lo spread, ma al tempo stesso aumenta il rendimento del bund, l’aumento del titolo tedesco vanifica in tutto o in parte il beneficio prodotto dal ripiegamento dello spread . Da ciò se ne deduce che se ad un eventuale aumento del rendimento del Bund, non si contrappone un calo più che proporzionale dello spread, il costo del debito aumenta anziché diminuire. Questo, banalmente, per significarvi che la stima fatta dal governo per quantificare la spesa per gli interessi, oltre ad essere infondata nel metodo, lo è anche logicamente.
Detto ciò, con ogni probabilità, ciò che induce il governo a ritenere un ripiegamento dello spread nei confronti del titolo tedesco, verosimilmente, risiede proprio nelle previsioni di crescita del PIL, dal 2014 al 2017, a parer di chi scrive, fin troppo ottimiste, o meglio non realizzabili.
Il perché dovrebbe esser chiaro. Infatti tanto più la crescita si dimostrerà (almeno sulla carta) vigorosa, tanto più i conti pubblici si stabilizzeranno verso sentieri di maggiore sostenibilità (sempre sulla carta) e, di conseguenza, aumenterà anche la fiducia degli investitori nei titoli del debito pubblico, determinando anche un ripiegamento dello spread, magari allineandosi (??) alle previsioni elaborate dal governo nel DEF. Quindi, un rientro dello spread a 100 punti base, in ragione della crescita esponenziale del PIL esposta nel DEF, potrebbe essere verosimile. Ma ciò che non lo è, sono le previsioni sul PIL. 


A PROPOSITO DELLE PREVISIONI FANTASIOSE SULLA CRESCITA
Ecco, il punto è proprio la crescita economica.
E’ proprio qui che il governo commette una vera e propria indecenza, proiettando stime che, non senza difficoltà e fantasia, potrebbero semmai essere ospitate nel libro dei sogni, nonostante, nel corso degli ultimi 14 anni ed oltre, il PIL dell’Italia sia cresciuto mediamente ad un livello ben inferiore (oltre 1%) rispetto alla media UE27

Ad ogni buon conto, la Nota di Aggiornamento al DEF si fonda  su una dinamica di tassi di crescita del Pil dal  2014 al 2017 decisamente ottimista:
·         2014 +1,0%;
·         2015 +1,7%;
·         2016 +1.8%;
·         2017 +1.9%.

Cioè, una crescita molto più robusta di quella mediamente prodotta negli ultimi 13/15 anni, ascrivibile, secondo il DEF, all'impatto (positivo) che dovrebbe produrre le riforme varate dai governi negli ultimi anni. Che poi, quali sarebbero queste riforme, sfugge del tutto.
In pratica, una crescita ben superiore a quella prevista da altre istituzioni finanziarie internazionali (es FMI) che appaiono comunque fuori dalla portata dell'Italia, almeno nel contesto che andremo tra poco a chiarire.
E' chiaro che gonfiare ad arte una previsione di crescita per i prossimi anni, in visione prospettica, rende il quadro di sostenibilità delle finanze pubbliche assai più roseo rispetto a quello che altrimenti sarebbe. Per il semplice fatto che, ampliare la base imponibile (maggiore PIL), ha come ovvia conseguenza anche un aumento delle entrate fiscali, determinando un miglioramento dei deficit, senza che ciò derivi da un inasprimento delle aliquote.
E questo favorirebbe anche un maggior interesse nell'acquisto del debito italiano anche da parte degli investitori, che comunque sanno (o meglio dovrebbero sapere) che si tratta di previsioni di crescita del tutto irrealizzabili. Anche perché, se fosse lo stesso governo a disegnare una quadro di sostenibilità delle finanze pubbliche a tinte fosche (cioè più verosimile alla realtà), chi mai avrebbe interesse ad investire sul debito pubblico italiano, se non con un rendimento che incorpori anche un maggior premio di rischio?

Quindi, banchieri compiacenti, ancorché conoscano (o quantomeno lo sospettino) che i dati sulla crescita siano del tutto inverosimili,  acquistano ugualmente  il debito pubblico. Perché sanno che il governo, all'occorrenza e in caso di necessità, in virtù dell'autorità che ha di imporre tasse -nelle forme più fantasiose possibili, patrimoniali comprese- sarà sempre disponibile ad intermediare ricchezza (quella degli italiani, nello specifico)e ripagare il debito nei confronti degli investitori.


Ma siccome il Governo ben conosce che i dati sono del tutto dissociati dalla realtà e che si tratta di ipotesi irrealizzabili, destinate a naufragare aprendo buchi nel bilancio dello stato, anticipa gli eventi. Quindi   vara una nuova manovra in modo che, quando ci si accorgerà del naufragio delle previsioni di crescita, tutto sarà già più o meno sotto controllo. Perché, è chiaro: le clausole di salvaguardia servono proprio a questo. Salvo ulteriori manovre e quindi altre tasse.

Ed è quello che, in buona sostanza, è stato fatto nei giorni scorsi varando la Legge di Stabilità, della quale parleremo più diffusamente in prossimo articolo.

Ma tornando al fattore crescita economica, vorrei proporvi un breve ragionamento, di buon senso, per farvi ben comprendere quanto siano infondate le previsioni di crescita formulate dal governo. Ragionamento che, per certi versi, esula dalla solita prospettiva approcciata dagli economisti su tali tipi di analisi. Nulla di complesso e particolarmente difficile.
Per comprende di cosa stiamo parlando, è bene fare un breve excursus su ciò che è stata la crescita italiana negli ultimi 13 anni, ossia dall’introduzione dell’euro. Ragioneremo in termini nominali. Cioè non considerando l’effetto inflazione che si è manifestata nel periodo considerato e che, comunque, giova ricordare, è stata di circa il 30% dal 2000 al 2013.



Come è facile osservare, in tutto il periodo considerato, l’Italia è cresciuta in maniera del tutto asfittica: certamente non in sintonia con le proprie necessità, e, mediamente, come evidenziato in precedenza, ben oltre un punto percentuale annuo in meno rispetto alla media dei pausi UE27. Nel frattempo, il debito italiano ha conosciuto ritmi di crescita molto più sostenuti, con una drammatica accelerazione  proprio dal 2008 in poi. Ossia con l'esplosione della crisi che ha determinato, ad esempio, un maggior esborso da parte dello Stato per sussidi di disoccupazione, o per la partecipazione ai vari piani di salvataggio condotti nel cotesto europeo. 

Tant'è che, dal 2000 in avanti, il debito pubblico non è mai sceso sotto il 103% del Pil -quando i parametri di Maastricht lo vorrebbero confinato al 60% del prodotto lordo-  con un'accelerazione vertiginosa proprio nell'ultimo quinquennio.
Fino a giungere, alla fine del 2013, a ridosso del 134% del Pil. Circa 2090 miliardi di euro, a fronte dei un PIl appena sopra ai 1550 miliardi di euro.
Tanto per offrirvi l'idea dell'accelerazione subita dal debito pubblico,  giova ricordare che, da fine 2011 ad oggi, il debito è cresciuto di circa 170 miliardi, ossia oltre l'8% dello stock totale.
Arrivati a questo punto, è il caso di ricordare che dal 2015, l'Italia, in applicazione del Fiscal Compact, per i prossimi 20 anni, dovrà procedere ad una riduzione del debito pubblico di 1/20 all'anno in ragione del PIl, al fine di confinare il debito entro il 60% imposto da Maastricht. Per sostenere l'abbattimento del debito pubblico  in un percorso così impegnativo, la condizione necessaria è che il PIL nominale cresca di almeno il 3% per i prossimi 20 anni. In modo tale che -confida il governo- una volta stabilizzato, il debito possa rientrare in maniera quasi automatica. Questa condizione imprescindibile, benché sulle previsioni del governo sia soddisfatta, appare del tutto irrealizzabile, almeno per i prossimi anni.

Ritornando alla dinamica del  PIl dal 2000 in avanti, giova segnalare che questo  è passato dai 1191 miliardi dell'anno 2000, fino ai 1567 miliardi del 2008. Per poi flettere ai 1520 miliardi con la recessione del 2009, e riprendersi nel 2011, fino a giungere ai 1580 miliardi e per poi flettere nuovamente nel 2012 e 2013, fino ad attestarsi, secondo le stime DEF, ai 1557 miliardi del 2013.  Da ciò se ne deduce che il PIl, negli ultimi 14 anni (comprendendo anche in dato del 2013, indicato nel  DEF a 1557 miliardi) è cresciuto di appena 366 miliardi di euro nominali: ossia solo del 30.74%, appena poco sopra il livello di inflazione cumulata nello stesso periodo. Ossia, non è cresciuto in termini reali.

Secondo le previsioni riportate nel DEF , già dal 2014, il Pil salirà a 1602 miliardi, per poi passare a 1660 nel 2014, 1718 nel 2016 e 1779 nel 2017.
Cioè ben 222 miliardi in più rispetto ai livelli di fine 2013 (quasi il 15% in più), che rappresentano circa il 60% della crescita realizzata negli ultimi 13 anni.  Tutto questo è riscontrabile dal grafico (1) sopra esposto, dove dal 2014 in poi, secondo le previsioni del DEF, si assiste ad un irripidimento della curva del PIL nominale, che incorpora tassi di crescita medi nel quadriennio di oltre il 3% annuo.
A questo banale ragionamento, si potrebbe obiettare che è sostanzialmente insensato paragonare la crescita del PIL nominale in due periodi temporali differenti, senza considerare gli effetti inflattivi acquisiti, che hanno comunque contribuito ad  una maggiore crescita dal PIL nominale. Vero: osservazione ineccepibile. Ma che non cambia di molto le previsioni troppo ottimistiche fatte dal governo, atteso che le previsioni sull’inflazione sembrano anch’esse fuori dalla realtà, stante anche la persistente debolezza dei consumi che si protrarrà anche nei prossimi anni, spingendo al ribasso anche le previsioni sull’inflazione. Di conseguenza, con un inflazione che verosimilmente sarà destinata a rimanere al disotto delle previsioni, la performance del PIL nominale appare ben al disopra di ogni ragionevole previsione.

CONDIZIONI ECONOMICHE OPPOSTE
A conferma dello scenario sopra evidenziato e di quanto siano inverosimili le previsioni di crescita del PIL elaborate dal Governo, giova ricordare che nel periodo considerato, almeno fino al 2007, si sono verificate eccellenti condizioni di crescita nelle aree economiche più importanti del mondo, che, indubbiamente, hanno trainato la crescita italiana, con un export particolarmente dinamico.

In questo periodo, al netto delle distorsioni prodotte, si è assistito anche  ad un abbondanza di credito che è stato riversato nell’economia, determinando una fase virtuosa del ciclo economico.
La facilità di accesso al credito ha consentito agli operatori economici il finanziamento delle proprie attività e dei propri bisogni: le imprese hanno potuto investire in opifici, capannoni, immobili, attrezzature, macchinari e ricerca. Mentre le famiglie ed i privati, nell’acquisto di case, automobili, o altri beni durevoli. E’ evidente che  dinamiche di questo tipo abbiano avuto un enorme impulso sullo sviluppo economico del periodo considerato, determinando fenomeni virtuosi anche nella disoccupazione, che ha conosciuto livelli minimi proprio nel 2007, al 6.1%.  
E’  fuori da ogni dubbio che queste condizioni abbiano contribuito significativamente alla crescita del PIL che, tuttavia, ricordiamo, è stata ben al disotto della media europea e delle necessità del paese.

Ad oggi sembra di vivere in un altro mondo.

Le desertificazione economica prodotta dalla crisi e dalle politiche di austerity è sotto gli occhi di tutti, soprattutto nella monotonia delle tasche degli italiani.
La disoccupazione è doppia (oltre il 12%) rispetto ai tassi minimi del 2007, mentre quella giovanile ha superato la soglia del 40%, con punte ben superiori al 50% in alcune zone del sud. Tuttavia, il tasso di disoccupazione indicato dalle statistiche oltre il 12%, non racconta affatto l'esatta drammaticità della piaga della disoccupazione, poiché non tiene conto di chi ha smesso di cercare lavoro o di chi è sottoccupato.
 Non tiene neanche conto delle centinaia di migliaia di persone che ancora godono della cassa integrazione e che sono in forza ad aziende che non avranno mai la possibilità di riemergere da questa situazione. Se di considerassero anche queste variabili, il dato sarebbe proiettato ben oltre la soglia del 20%.

Inoltre, rispetto al periodo  che potremmo chiamare “delle vacche grasse” (2000-2007, N.d.r.), il reddito procapite reale è precipitato ai livelli che non si vedevano da oltre un quindicennio.  La capacità dei spesa della famiglie, anche a causa dell'inasprimento fiscale di questi ultimi anni, ha subito un drammatico tracollo. Decine di migliaia di imprese hanno cessato la loro attività, hanno chiuso i battenti o si sono delocalizzate in aree geografiche ove risulti più conveniente fare impresa.
La pressione fiscale ha raggiunto livelli record, ben superiori a quelli conosciuti fino al 2007.
Ancora: le banche sono  alle prese con  sofferenze record che si attestano ad oltre quota 140 miliardi di euro. Queste, sono almeno quelle ufficiali. Poi ci sarebbero anche quelle non ancora emerse, che le banche cercano di mantenere latenti più a lungo possibile. Stando la fragilità del sistema bancario (solo per usare un eufemismo), appare del tutto improbabile che le banche possano tornare ad allargare i coroni della borsa e sostenere un ciclo economico, ancorché trainato da altre economie mondiali che comunque,pur mostrando segnali di maggior ottimismo,sono ben lontane dai fasti del periodo “delle vacche grasse”.
Nel contesto europeo, invece,  giova segnalare che molte economie sono alle prese con percorsi di rientro dai deficit che chiaramente impattano sul ciclo economico di quelle nazioni e, conseguentemente, anche nella componente export del PIL italiano.
Queste sono solo alcune delle variabili economiche  fortemente deteriorate che non possono che aggravare le previsioni di crescita per il prossimo futuro, rendendo gli sforzi previsionali del governo del tutto inattendibili.

 E’ chiaro che queste variabili  -che costituiscono solo una minima parte di quelle che si potrebbero considerare ai fini della nostra analisi e che confermerebbero comunque  il nostro ragionamento-, stando la persistente fragilità, non potranno contribuire alla crescita del PIL, come invece avvenuto in passato nel periodo di crescita economica.

Eppure, questo ragionamento,  che non ha ben poco di dottrina economica, sembra sfuggire del tutto al governo che ipotizza previsioni di crescita fuori da ogni logica di buon senso.
Di conseguenza non si comprendono le ragioni per cui il PIL, nei prossimi 4 anni, debba cresce in maniera così esponenziale come, invece, prevede il governo.

Per dirla in maniera prosaica, potremmo chiederci: ALLA LUCE DELLA DEVASTAZIONE ECONOMICA INTERVENUTA, PERCHE MAI L’ECONOMIA ITALIANA, NEI PROSSIMI 4 ANNI, DOVREBBE CRESCERE IN MANIERA BEN PIU’ SOSTENUTA RISPETTO A QUANTO AVVENUTO NEI PRIMI 8 ANNI DEL SECOLO, IN CONDIZIONI IMPARAGONABILI RISPETTO ALLE ATTUALI?

La risposta è semplice. Ossia non esiste nessun elemento che possa confermare i livelli di ottimismo profusi dal governo, posto il fatto che, l’Italia, in questa crisi, ha perso anche una buona parte della capacità di reazione ad agganciare cicli economici favorevoli, ancorché indotti da altre economie trainanti.

In altre parole, a parer di chi scrive, l’Italia si trova a vivere un’epoca  di declino economico e sociale di lungo periodo, dalla quale uscirne non sarà affatto facile, se non impossibile, permanendo simili condizioni.

In una situazione come quella descritta, con un cambio non rappresentativo dei  caratteri di debolezza strutturale dell’economia italiana, invertire la tendenza, verosimilmente, sarà del tutto improbabile.

Nella condizione attuale, l’ipotesi che appare più verosimile è quella secondo la quale l’’Italia si troverà ad alternare periodi recessivi, con periodi di bassa crescita ( stagnazione), in un percorso altamente allarmante e distruttivo che determinerà:
·         Declino inarrestabile del sistema produttivo manifatturiero italiano;
·         Aumento della disoccupazione e crescita del paese da sognare per lungo tempo;
·         Impoverimento continuo delle famiglie, della classe media e poi anche degli altri;
·         Collasso del welfare attuale perché insostenibile.

          Il presente articolo e’ stato redatto grazie alla collaborazione di vari autori e pubblicato da una serie di Top Blog Italiani che si occupano di Economia.

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