venerdì 15 giugno 2012

SE LA GRECIA ESCE DALL'EURO


di Paolo Cardenà-
Gli eventi che si susseguono nel contesto europeo  continuano a ricordarci il fallimento dell’intera nomenclatura politica europea, incapace di produrre soluzioni ad una crisi che sembra sempre più incontrollabile. Continuiamo ad assistere alla contrapposizione di veti  tra i vari stati a difesa  delle proprie posizioni e delle rispettive logiche, che non fanno altro che accelerare  l’esito del disastro di cui tutti, ma proprio tutti, saremo vittime.

Le austere politiche di rigore introdotte pressoché in tutti gli stati dell'eurozona, se da un lato hanno determinato   un repentino deterioramento delle aspettative economiche in tutta l'area (seppur con le dovute distinzioni ), dall'altro hanno avuto come effetto l'affermarsi  di ideologie contrarie all’unione monetaria  e in un certo qual modo, antisistemiche.
Ne costituisce un esempio tangibile la Grecia che, nell’impossibilità di formare un nuovo governo,domani  sarà nuovamente chiamata alle urne  per eleggere una nuova rappresentanza parlamentare;  con la speranza che i risultati elettorali  consentano di approdare ad una maggioranza idonea  a sostenere un nuovo governo. In tal senso, il voto greco, rappresenterà un vero e proprio referendum dal cui risultato, con ogni probabilità, dipenderà la permanenza o meno del paese ellenico nella moneta unica.

Quindi, mentre le varie banche di investimento, istituzioni finanziarie e autorità europee stanno cercando di immaginare i possibili scenari e le relative conseguenze nel caso di un uscita dalla Grecia dall’Euro, la moneta unica rischia di naufragare miseramente, così come il sogno (o l’utopia) di una’ Europa unita.
L'euro, almeno fino  a questo momento, ha potuto godere  anche della credibilità derivante dell’irreversibilità del processo di unificazione monetaria. Tanto è vero che nei trattati non sono previsti dei protocolli che disciplinano  l’eventuale uscita di un paese membro;  tantomeno l’espulsione.

L'eventuale uscita dello stato ellenico costituirebbe un precedente devastante per la sopravvivenza della moneta unica. I mercati percepirebbero    immediatamente    la caduta del baluardo dell’irreversibilità del processo di unificazione monetaria e di conseguenza sarebbero meno disposti a concedere credito ai paesi più vulnerabili. Eventualmente, nel farlo, esigeranno un maggior premio di rischio   che vanificherà le politiche di riequilibrio di bilancio adottate, compromettendo così la tenuta dei conti dei singoli paesi.

Se la Grecia dovesse ritornare alla dracma, lo farà ovviamente ripudiando il debito pubblico,  con conseguenti  perdite in seno alle banche e alle istituzioni europee che hanno in portafoglio titoli di stato ellenici e indebolendo ulteriormente  le già fragili fondamenta delle banche europee. Queste,  a quel punto, dovranno essere sostenute e ricapitalizzate attraverso interventi statali che, allo stato attuale, sembrano quanto mai inimmaginabili, stando il deteriorarsi delle condizioni di sostenibilità delle finanze pubbliche negli stati più vulnerabili. L'uscita della Grecia dalla moneta unica accelererà la fuga di capitali nei paesi mediterranei. Questa  tendenza  potrebbe investire in maniera impetuosa anche l’Italia,  prosciugando il sistema bancario.

La BCE  si troverebbe a contrastare questo fenomeno  adottando misure non convenzionali,  sostenendo così  un sistema  che sarebbe comunque  destinato a crollare in poco tempo. Per tentare di scongiurare questa catastrofe, che sancirebbe comunque  la fine della moneta unica, assume particolare importanza la costituzione immediata di  un fondo salva depositi a livello europeo; la cui garanzia non potrebbe comunque essere posta  dall'impegno dei singoli paesi, stando la fragilità delle finanze pubbliche  e quindi l'impossibilità di esprimere una garanzia privilegiata e credibile per i depositi bancari.

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