martedì 3 aprile 2012

QUEL SENSO DI STRAORDINARIA FOLLIA


di Paolo Cardenà-
Mentre il Premier Monti, dall'Asia, ci fa sapere che la "crisi europea è ormai alle spalle e che l'Italia è un paese solido"  ricordandoci, maldestramente, il suo predecessore che sognava ristoranti pieni e luoghi di villeggiatura affollati, ci giungono  dati che indicano in maniera pressoché univoca,  contrariamente a quanto sostiene Monti, che l'Italia sta marciando speditamente verso il default.

Quindi, al di là del tasso di disoccupazione che, nel mese di febbraio, ha raggiunto il 9.3% (31% per i giovani) al top del 2004, l'indice manufatturiero PMI giunto a 47.9, in contrazione da otto mesi, la produzione industriale letteralmente  crollata , il livello dei consumi  appena prima del trapasso, l'elevato numero  di fallimenti, il processo di deindustrializzazione in atto, il declino economico e sociale che sta vivendo l'Italia, il deteriorarsi del quadro macroeconomico in tutto il contesto europeo e chi più ne ha più ne metta, preme offrire un piccolo ragionamento su fenomeni che sembrano sfuggire del tutto ai vari commentatori, Monti in primis.
Analizzando la crescita economica in Italia nell'ultimo decennio e confrontandola con quella degli altri paesi europei (ma non solo), come è noto, osserviamo che la nostra economia è cresciuta  drammaticamente meno dei suoi partner e dei suoi competitor, manifestando così,  un'incapacità cronica di sviluppo  se non trainato da altre economie. Di certo, non si è cresciuti abbastanza e in sintonia con l'ampiezza del debito e con le proprie necessità.
La dinamica, benché di per se già allarmante, appare ben più grave se solo si considerasse che nel decennio passato si è potuto godere, oltre che di un ciclo economico estremamente  favorevole, anche  di una facilità di accesso al credito su vasta scala, forse irripetibile nel prossimo futuro e comunque senza precedenti nella storia economica. Più o meno tutti gli attori economici  hanno avuto la possibilità di accedere facilmente al credito: lo hanno fatto le imprese per sostenere i programmi di investimento esviluppo; lo hanno fatto le famiglie per aumentare , almeno apparentemente, il proprio tenore di vita e il proprio status sociale, o magari per finanziare l'acquisto di abitazioni o beni durevoli e quant'altro. Il credito facile, in buona sostanza, è stato il principale motore di sviluppo economico nel nostro paese contribuendo a favorire dinamiche virtuose un po' in tutti i settori economici: l'immobiliare in testa. Ma ciò, non  è stato comunque sufficiente per colmare il gap esistente con altre economie e ridurne gli svantaggi competitivi.
Ora la musica sembra essere cambiata. Il mondo bancario, nonostante il mega finanziamento ricevuto dalla BCE, sembrerebbe che di concedere credito, non voglia sentirne parlare. Non lo fa principalmente perché le banche  hanno tra i propri attivi, crediti fortemente deteriorati e di dubbia esigibilità; e poi perché, verosimilmente,  vedono che il ciclo economico è ben lontano dal manifestare una inversione di tendenza tale da permettere  politiche creditizie espansive.
La cosa certa è che, eventualmente, quando le condizioni del credito si saranno stabilizzate e le banche riprenderanno a fare le banche, sicuramente, non concederanno più crediti su vasta scala come in passato e manterranno comunque un approccio stringente e selettivo sulle qualità patrimoniali e reddituali dei soggetti  eventualmente affidabili. Quindi, l'economia non potrà più godere,  contrariamente al passato, del motore propulsore che ha caratterizzato la crescita economica italiana ( e non solo) almeno nell'ultimo decennio. Assunto per certo il fatto che l'Italia, per potersi salvare, ha bisogno di esprimere una vigorosa crescita economica, appare più che legittimo chiedersi cosa potrà far crescere il Paese nell'immediato futuro, non avendolo fatto in passato con  condizioni estremamente più favorevoli rispetto alle attuali e a quelle  future. In tal senso le riforme strutturali di cui l'Italia ha bisogno, ammesso che si riesca nell'intento di riformare, almeno in parte,  il Paese, produrrà, eventualmente, effetti positivi in tempi ben più lunghi e certamente non conciliabili con quelli imposti dalla crisi che, contrariamente a quanto dice  Monti, non ha ancora toccato il punto apicale.

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