Ma anche questa volta, al di la dello shock indotto sui mercati da questa pioggia di miliardi, servita solo a comprare ulteriore tempo e a dare materia agli speculatori su cui leccarsi le dita, speculando con il nostro debito pubblico in costante ascesa, ritengo sia prudenziale verificare qualche dinamica economica che ci rappresenta, in maniera più veritiera e convincente, lo stato della nostra economia che, ricordo, oltre a subire il danno di una pressione
fiscale oltre il 45% e ai limiti dell'esproprio, subisce anche la beffa di un'inflazione che erode il
potere di acquisto degli stipendi (per chi ce l'ha) delle famiglie
italiane. Eventi, questi, che si uniscono alla drammaticità di una recessione che, stando
ai dati che giungono, sembra essere tutt'altro che morbida
contrariamente alle previsioni governative.
Un quadro, quello appena descritto,
estremamente complesso e potenzialmente distruttivo per il nostro Paese
poiché caratterizzato da dinamiche che, per diverse ragioni e in diverse
misure, contribuiscono all'impoverimento generalizzato di un Paese che,
per oltre un decennio, ricordiamo, ha manifestato un'incapacità cronica di crescere
in maniera adeguata, in sintonia con i propri bisogni e al passo con
gli altri paesi europei generando forti squilibri (vedi bilancia commerciale ecc), anch'essi, causa di
questa crisi.
L'esplosione
della crisi del debito che si è manifesta dall'estate scorsa e che ha
portato il paese sul punto del non ritorno, ha stimolato i governi che
si sono succeduti nel periodo, dal Governo Berlusconi fino ad arrivare
all'attuale Governo Monti a perseguire, con inaudita miopia, politiche di rigore nella gestione dei conti pubblici,
sostanzialmente, solo attraverso l'inasprimento della pressione fiscale
finalizzato a realizzare, costi quel che costi, il pareggio di bilancio
nel 2013 poiché, incautamente, ritenuto elemento idoneo a scongiurare il
contagio dalla crisi dei debiti sovrani dei paesi dell'area
mediterranea. Le logiche osservate dai governi, orfane di contestuali e
adeguate politiche di bilancio a sostegno dello
sviluppo e dell'impossibilità di praticare svalutazione valutarie
finalizzate ad aumentare la competitività del sistema Italia, hanno
avuto come naturale conseguenza una riduzione dell'attività economica e
quindi una diminuzione delle disponibilità di spesa sia delle famiglie
che dell'imprese, e il contestuale aumento dei prezzi per effetto della
necessità delle imprese di recuperare, in qualche modo, la redditività
compressa da diversi fattori, tra i quali: la contrazione dei business
di riferimento, l'inasprimento fiscale, l'aumento del costo delle
materie prime e dei costi energetici e l'aumento degli oneri
finanziari. Fattori, questi, che stanno impattando sulla già timida competitività
delle imprese, alimentando un circolo vizioso di estremo pericolo poiché
idoneo a produrre, in assenza di politiche di rilancio e di crescita economica, un avvitamento potenzialmente distruttivo e l'autodeterminarsi di ulteriori
contrazioni. Intanto, qualche giorno fa, il Presidente della Banca Centrale Europea, a testimonianza di quanto sopra espresso, ci ha detto che le stime di crescita per l'eurozona sono state riviste al ribasso, mentre, non ha perso occasione per ricordarci che i livelli di disoccupazione sono destinati ad aumentare, così come i fenomeni inflattivi connessi, tra l'altro, all'aumento della pressione fiscale . Al di là dei toni propagandistici usati dal Governo per il vigoroso abbattimento dello spread sul Bund, che si uniscono ad altrettanta euforia espressa dai parlamentari, veri analfabeti economici, ciò che è importante rilevare, è che, forse, stanno vincendo la battaglia con lo spread sui tedeschi, ma stanno perdendo la guerra con lo spread sul tessuto sociale del paese, che si sta drammaticamente ampliando, giorno dopo giorno. Anche questo è default.
Concludo, proponendovi un discorso veramente illuminante pronunciato da Bob Kennedy il 18 marzo del 1968 all'università del Kansas, dove si evidenzia l'inadeguatezza del PIL come indicatore del benessere delle nazioni economicamente sviluppate.
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