lunedì 2 gennaio 2012

COME FINIRA' LA CRISI DEL DEBITO

Di seguito ripropongo l'opinione di Richard W. Rahn pubblicata qualche tempo fa dall'Istituto Bruno Leoni

Quando l’indebitamento raggiungerà i suoi limiti, si verificherà un crollo e nascerà un nuovo ordine economico.
Nella prima settimana di dicembre è diventato sempre più evidente come finirà la crisi del debito: non bene. L’ultima trovata fasulla consiste nel far sì che i Paesi più grandi e “responsabili” pretendano un maggiore rigore fiscale dai presunti paesi “scriteriati”. In Europa la Germania di Angela Merkel e la Francia di Nicholas Sarkozy esigono che altri Stati europei cedano parte della propria sovranità e accettino limiti rigorosi alla spesa in disavanzo. Il presidente Barack Obama e il primo ministro David Cameron hanno impartito pistolotti all’Unione Europea, esortandola a mostrare più responsabilità fiscale. Giudicandole a partire dal loro comportamento in materia, queste prediche appaiono ben strane e ipocrite.

Se consideriamo normale una crescita economica di circa il 3 per cento annuo, di solito un deficit pari o inferiore al 3 per cento non rappresenta un problema. Un disavanzo esiguo tende a non accrescere il rapporto tra debito e PIL e anche tra il debito e la stessa percentuale del PIL destinata agli interessi da pagare. È per tale motivo che, nel Trattato di Maastricht, il tetto del disavanzo annuale era stato posto al 3 per cento. Purtroppo, come evidenzia la tabella, durante i tredici anni di vita dell’euro i principali Paesi europei non hanno dato bella prova di sé sotto questo aspetto.

Dei 17 paesi dell’eurozona, solo la Finlandia e il Lussemburgo hanno rispettato la lettera del Trattato per tutti i 13 anni in oggetto. Per la maggior parte del periodo, i tre Paesi maggiori della zona dell’euro, la Germania, la Francia e l’Italia, hanno sforato il limite al debito. Anche le tre principali democrazie non appartenenti all’euro (gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e il Giappone) non possono vantarsi di aver mantenuto i propri deficit al di sotto della prudente soglia del 3 per cento.

Molto semplicemente, la maggior parte delle democrazie non è capace di controllare il proprio comportamento fiscale. Non parliamo poi di mettere a freno quello di altri Paesi. L’Europa non si limita a sedere su di una bomba a orologeria fiscale, già sul punto di esplodere, ma anche su una bomba a orologeria demografica, a causa del rapido invecchiamento della popolazione. A dispetto della crisi fiscale evidente negli ultimi anni e in rapida accelerazione ai giorni nostri, l’Europa non ha fatto quasi niente per ridurre a un livello sostenibile i cosiddetti “diritti acquisiti”, imitata in questo dagli Stati Uniti. Se invece che ascoltare le loro parole guardiamo alle azioni effettive dei leader europei, risulta evidente che essi si stanno servendo in misura crescente della Banca centrale europea per acquistare il debito sovrano degli Stati membri, a dispetto delle ripetute assicurazioni che ciò non sarebbe mai avvenuto.

I risparmiatori acquistano i buoni del Tesoro perché sono convinti che gli Stati si avvarranno del proprio potere coercitivo per appropriarsi dei beni reali dei concittadini al fine di pagare i titolari dei buoni. Ma, come per tutte le cose, anche questa pratica ha i propri limiti. I commentatori più saggi hanno già riconosciuto che la Grecia ha ormai dato fondo alla propria capacità di ricavare un maggiore gettito fiscale. Molto semplicemente, i greci non pagheranno altro. Piuttosto smetteranno di lavorare e passeranno all’economia sommersa.

Come l’economista Arthur Laffer ha illustrato chiaramente decenni fa, esiste un limite massimo sopra il quale un governo non può tassare il reddito dei propri cittadini pensando di estrarre maggior gettito. Vi sono altresì limiti alla tassazione dei beni immobili. Il governo può aumentare le aliquote fiscali, ma così facendo distruggerà il valore dei beni stessi, con la conseguenza di essiccare ogni fonte di gettito. Le autorità possono aumentare la tassazione delle attività produttive, fino a che queste ultime non esisteranno più (almeno legalmente). Il governo può aumentare le imposte sui consumi (sotto forma di IVA o di tassa sulle vendite), ma a un certo punto i beni e i servizi si sposteranno nell’economia sommersa.

La classe politica ha promesso agli elettori più benefici e assistenza di quanti non ne possano essere finanziati, anche qualora lo Stato disponesse di un potere coercitivo illimitato. Il punto di svolta è stato raggiunto in alcuni Paesi, la cui capacità impositiva sta iniziando a venir meno e, con essa, sta crollando l’intero castello di carte. Quando uno Stato non riesce più a vendere i propri buoni del tesoro (o almeno, non a un tasso di interesse che non ne acceleri la rovina), il gioco è finito.

È verosimile che assisteremo a un tasso d’inflazione crescente, accompagnato dal fallimento sempre più frequente di soggetti privati e pubblici. Il fallimento di un ente pubblico si verificherà quando i pagamenti che deve effettuare ogni mese non saranno coperti dal gettito fiscale e dalle altre entrate dello Stato, indipendentemente dal fatto che il fallimento sia sancito dal tribunale. Il continuo caos fiscale si farà sentire sotto forma di una crescita economica più lenta o addirittura negativa. Il valore reale dei debiti verrà eroso in misura crescente e, di conseguenza, sarà sempre più difficile trovare chi sarà disposto a concedere prestiti, causando così una contrazione economica ancora peggiore.

La classe politica di oggi verrà cacciata, pacificamente o con la violenza. A quel punto i governi che ne seguiranno partiranno ex novo, disconoscendo in maniera esplicita tutte le vecchie promesse legate ai diritti acquisiti. Verranno create nuove monete, da parte di soggetti privati e di governi e quindi si ricomincerà da capo, senza il peso dei vecchi debiti inesigibili. La transizione sarà terribile, ma con un po’ di fortuna emergeranno dal caos nuovi ordini politici ed economici capaci di riportare l’umanità sulla strada della crescita economica e della libertà individuale.

Richard W. Rahn è senior fellow del Cato Institute e presidente dell’Institute for Global Economic Growth.
Da The Washington Times, 13 dicembre 2011

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