mercoledì 7 settembre 2016

L'IMPOSTA PATRIMONIALE (CHE IN MOLTI VORREBBERO): QUALI RISCHI E IMPLICAZIONI?

Come in ogni crisi che si rispetti (o che stia per arrivare), ecco giungere proposte finalizzate a tassare la ricchezza degli italiani attraverso l'introduzione (o l'inasprimento) di imposte patrimoniali.
Con la crescita economica che arranca, il bilancio statale in cronica difficoltà è necessario ottenere gettiti fiscali aggiuntivi. Quindi, cosa di meglio di una balla imposta patrimoniale? dicono. Dei cinque rischi capitali dei quali da anni si parla in questo blog, trovo che l'imposta patrimoniale sia quello che presenta maggiori maggiori difficoltà applicative, sia a causa degli aspetti tecnici, sia a causa della sostenibilità politica di un'imposta del genere, che tuttavia piace e viene evocata da molte parti politiche. 
Di seguito vi propongo un mio ultimo lavoro che riprende e aggiorna i precedenti contributi. Si tratta di un articolo pubblicato su Investors' mese di maggio.
Buona lettura.

Quando si parla di imposta patrimoniale, la mente tende a correre al lontano 1992, quando l’allora Presidente del Consiglio, Giuliano Amato, durante la notte, operò un prelievo una tantum del 6 per mille sulle giacenze dei conti correnti.
Benché in forme differenti rispetto al 1992, imposte patrimoniali sono  già presenti nel nostro ordinamento tributario e si chiamano principalmente IMU e Imposta sostitutiva sulle attività finanziarie; ma ne esistono anche altre minori. Al netto delle modalità censurabili con cui venne effettuato il prelievo dai conti,   a differenza della patrimoniale di Amato del 1992, quelle attuali sono addirittura più invasive poiché, essendo strutturali, colpiscono periodicamente le attività possedute in forma di patrimonio immobiliare e attività finanziarie (conti correnti, fondi comuni, dossier titoli ecc). Scopo di questo articolo è quello di cercare di capire in che modo si potrebbe essere colpiti da un’imposta patrimoniale e quali sono le attività più esposte a questo rischio.

lunedì 5 settembre 2016

SALVATAGGIO MPS: PRENDE FORMA L'IPOTESI DI RICORRERE AL FONDO SALVA STATI (E BANCHE) ESM

Come abbiamo già detto, il complesso piano di salvataggio di Mps elaborato prima della pausa estiva, incorpora una serie di fattori che lo rendono  di difficile realizzazione e non privo di rischi.
Secondo quando riportato da La Stampa, per il salvataggio di Mps (solo?) sembra che stia prendendo sempre più forma l'ipotesi di ricorrere al fondo salva stati (e banche) Esm: lo stesso già usato per le banche spagnole (leggi QUI) e per gli aiuti finanziari a Grecia, Irlanda, Cipro e Portogallo. L'utilizzo del fondo Esm per il salvataggio delle banche è sottoposto alla sottoscrizione di un memorandum of understanding tra il Governo che avanza la richiesta di aiuti e le autorità eruopee, dove vengono stabilite le condizioni (e le contropartite) per l'erogazione del prestito da parte del fondo. Anche se per il momento ci troviamo solo nel campo delle ipotesi, a parer di chi scrive, il ricorso al Fondo Esm sarebbe politicamente poco sostenibile in quanto, di fatto, si tratterebbe di un commissariamento dell'Italia da parte delle autorità europee. E questo aspetto, rischia di assume ancor più rilevanza in vista del referendum del prossimo autunno. 

lunedì 29 agosto 2016

EMERGENZA TERREMOTO: SOTTOSCRIZIONE A FAVORE DEI BAMBINI DI AMATRICE

Cari amici, 
a seguito degli eventi drammatici che hanno colpito il centro Italia, trovo doveroso mettere a disposizione questo piccolo spazio per sensibilizzare tutti coloro che seguono questi pixel.
Inutile raccontare il dramma di molte famiglie che con il terremoto hanno perso i propri cari (il bilancio provvisorio parla di quasi 300 morti) o hanno visto distrutte le proprie abitazioni.
Abitando a poche decine di chilometri dall'epicentro, posso assicurarvi che si tratta di una vera e propria catastrofe, i cui effetti si sono estesi anche a decine di comuni limitrofi, seppur con danni più lievi.

Nel mio piccolo, con lo spirito di poter contribuire in qualche modo ad alleviare il disagio di chi sta soffrendo, invito tutti coloro che si sentono di contribuire a questa causa ad effettuare una donazione in denaro a favore del Comune di Amatrice che ha predisposto un conto corrente dedicato.

Iban:   IT 13 W 08327 73470 000000005050 intestato al Comune di Amatrice ed intrattenuto presso la Banca di Credito Cooperativo di Roma.

Causale: "Vincitori e Vinti blog" per dei bambini di Amatrice.

Siamo una comunità abbastanza numerosa e tra i vari social (twitter, Facebook) e mailing list contiamo oltre 15 mila contatti. Con un piccolo sforzo potremmo raccogliere una somma di denaro di tutto rispetto che l'Amministrazione Comunale (che conosce le priorità) potrà mettere a disposizione dei bambini di Amatrice.

Ovviamente, ciascuno di voi deve sentirsi libero ma, se potete,  la vostra generosità, espressa con una piccola donazione a favore dei bambini di Amatrice, costituisce anche il modo migliore per ringraziare questo blog per l'attività divulgativa svolta.

Grazie davvero.

LA FOLGORANTE RIPRESA DELL'ITALIA (GRAFICO AGGIORNATO AL II TRIM. 2016)

Quello che segue è un grafico che conoscete già, aggiornato considerando le variazioni del PIL del secondo trimestre 2016 (Canada al primo trim. 2016), recentemente comunicate.
Per gli ultimi arrivati, è utile ricordare che si tratta della performance del PIL dei paesi considerati, ponendo come base 100 il primo trimestre del 2008.

Tutti i paesi sono tornati a sopra i livelli precedenti la crisi (perfino l'Area euro a 19 paesi). Tutti tranne l'Italia, che naviga ancora nell'abisso. 
Ora, come potete vedere,  la grande recessione è finita nel secondo trimestre del 2009, e quindi, gli altri paesi, sono almeno 7 anni che crescono. Un ciclo abbastanza maturo e anche stanco, stando ai dati (deboli) che giungono dalle altre economie.


L'Italia, secondo il governo (Renzi), sarebbe dovuta essere "la locomotiva dell'europa".


Per sfatare tutta la propaganda sulla ripresa (quale?) dell'Italia per merito del governo Renzi, è sufficiente un semplice grafico.

Tenuto conto che il governo in carica è nato nel corso del primo trimestre 2014, ho confrontato la variazione cumulata del Pil reale dell'Italia e di alcuni paesi dell'Eurozona. Lo spaccato che ne esce è rappresentato nel grafico che segue.

domenica 7 agosto 2016

MPS, I RISCHI E I COSTI (ALTI) DEL PIANO DI SALVATAGGIO

Da Lettera43 un articolo che analizza i costi e i rischi del piano di salvataggio di Mps. E' una lettura interessante che aiuta ad analizzare altre questioni che verranno affrontate nei prossimi giorni.
Matteo Renzi l’ha ripetuto a la Repubblica e davanti alle telecamere di Cnbc del gruppo Class. È convinto che per il Monte dei Paschi di Siena sia stata trovata «una soluzione finale e di mercato».
Ma proprio il mercato la pensa diversamente.
OPERAZIONE DIFFICILE. I più ottimisti parlano di un’operazione innovativa e complessa.
Gli scettici, invece, fanno fatica a trovare un equilibrio in un patchworkcomposto di aumento di capitale senza il paracadute di un consorzio di garanzia, sofferenze vendute al doppio di quanto si è fatto finora, utilizzo di prestiti ponte e garanzie statali dirette e indirette.
SCHIZOFRENIA IN BORSA. Infatti in Borsa è stato accolto con molta schizofrenia il piano di salvataggio di Mps scritto dal management di Rocca Salimbeni per evitare l’intervento pubblico e la mannaia del bail in: iniezione di capitali per 5 miliardi e vendita di Npl (non performing loan, crediti deteriorati) per un valore netto di 9,2 miliardi per riportare il Cet1 (il Common equity tier 1, parametro che misura la solidità di una banca) sulla patrimonializzazione ben oltre la soglia minima del 13%.
Secondo gli stress test, e nel peggiore degli scenari macroeconomici, il ratio oggi crollerebbe al 2,44% proprio per la presenza di 45,3 miliardi netti di crediti inesigibili.

venerdì 5 agosto 2016

CONTINUA A SCHIANTARSI LA PRODUZIONE INDUSTRIALE ITALIANA

Da Istat:
A giugno 2016 l'indice destagionalizzato della produzione industriale è diminuito dello 0,4% rispetto a maggio. Nella media del trimestre aprile-giugno 2016 la produzione ha registrato una flessione dello 0,4% nei confronti del trimestre precedente.
Corretto per gli effetti di calendario, a giugno 2016 l'indice è diminuito in termini tendenziali dell'1,0% (i giorni lavorativi sono stati 21 come a giugno 2015). Nella media dei primi sei mesi dell'anno la produzione è aumentata dello 0,8% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente.
L'indice destagionalizzato mensile presenta variazioni congiunturali negative nei raggruppamenti dei beni intermedi (-1,1%), dei beni di consumo (-1,0%) e dell'energia (-0,7%); una variazione nulla segna invece il comparto dei beni strumentali.
In termini tendenziali gli indici corretti per gli effetti di calendario registrano, a giugno 2016, un solo aumento nel comparto dei beni intermedi (+0,8%); diminuiscono invece l'energia (-5,5%) e, in misura più lieve, i raggruppamenti dei beni di consumo (-2,1%) e dei beni strumentali (-0,3%).
Per quanto riguarda i settori di attività economica, a giugno 2016 i comparti che registrano la maggiore crescita tendenziale sono quelli della fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica, apparecchi elettromedicali, apparecchi di misurazione e orologi (+2,3%), della metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (+1,4%) e della fabbricazioni di prodotti chimici (+0,8%). Le diminuzioni maggiori si registrano nei settori dell'attività estrattiva (-19,2%), della produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (-7,0%) e della fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-4,8%).
Se volete dare uno sguardo alla dimensione del disastro, potete osservare il grafico che segue, nel quale si confronta la produzione industriale italiana con quella della zona euro, ponendo il mese gennaio 2000 come base 100.
Nonostante il divario, non pensate che la zona euro, nel suo complesso, abbia avuto una buona performance, se paragonata ad altre grandi economie.
La differenza tra i livelli della produzione italiana e quella dell'eurozona, sta tutta nei bilanci bancari, sotto forma di Npl.

venerdì 29 luglio 2016

I RISULTATI DEGLI STRESS TEST IN UN GRAFICO

Dal comunicato stampa dell'Eba:

European Banking Authority (EBA) published today the results of the 2016 EU-wide stress test of 51 banks from 15 EU and EEA countries covering around 70% of banking assets in each jurisdiction and across the EU.  The objective of the stress test is to provide supervisors, banks and other market participants with a common analytical framework to consistently compare and assess the resilience of large EU banks to adverse economic developments.  Along with the results, the EBA is providing again substantial transparency of EU banks' balance sheets, with over 16,000 data points per bank, an essential step towards enhancing market discipline in the EU.

The EU banking sector has significant shored up its capital base in recent years leading to a starting point capital position for the stress test sample of 13.2 % CET1 ratio at the end 2015. This is 200 bps higher than the sample in 2014 and 400 bps higher than in 2011.  The hypothetical scenario leads to a stressed impact of 380 bps on the CET1 capital ratio, bringing it across the sample to 9.4% at the end of 2018.  The CET1 fully loaded ratio falls from 12.6% to 9.2%, while the aggregate leverage ratio decreases from 5.2% to 4.2% in the adverse scenario.

The impact is driven by:

  • credit risk losses of €-349 bn contributing -370 bps to the impact on the CET1 capital ratio.
  • operational risk (€-105 bn or -110 bps) of which conduct risk losses contributed -€71 bn or -80 bps to the CET1 impact
  • market risk across all portfolios including CCR (€-98bn or -100bps).

The impact is partially offset by pre provision income flows, although these too are subject to stress factors and constraints in the methodology. For instance net interest income falls 20% in the adverse scenario from 2015 levels.

The 2016 EU-wide stress test does not contain a pass fail threshold. Instead it is designed to support ongoing supervisory efforts to maintain the process of repair of the EU banking sector. 

The stress test will therefore be an important input into the supervisory review process in 2016.

As the stress test has a range of constraints designed to ensure comparability and consistency, supervisors will assess mitigating management actions before deciding on the appropriate supervisory action, of which a wide range may be employed. The focus in 2016 will, however, be on setting Pillar 2 Guidance to banks to maintain capital that can support the process of repair and lending into the real economy. Although pillar 2 Guidance is not a legal minimum, and does not impact the threshold for the Maximum Distributable Amount, banks are expected to follow guidance in normal circumstances.

Acting as a central data hub for the entire EU, the EBA is publishing both aggregate results of the EU-wide exercise and granular data for each bank, including detailed information at both the starting and end point of the exercise, under the baseline and the adverse scenarios.


giovedì 7 luglio 2016

QUELLA SOBRIA OBBLIGAZIONE SUBORDINATA DI MONTE PASCHI

E' bene che chi ha in portafoglio le obbligazioni subordinate di Monte Paschi, inizi a prendere confidenza con il fatto che non sono affatto remote  le possibilità che queste vengano convertite in azioni. Certo, la situazione è molto fluida e le trattative con la Ue stanno procedendo tra aperture a sostegno del salvataggio pubblico e rituali smentite.
Il fatto è che, oltre che per tutte le altre motivazioni che avete potuto leggere qui, non è affatto semplice per il governo procedere alla conversione forzosa delle obbligazioni.
Come sapete, dopo la risoluzione delle quattro banche dello scorso novembre, il governo ha deciso che dovranno essere rimborsati gli obbligazionisti subordinati che vennero azzerati in occasione della risoluzione.
Ora, nel caso di MPS,  le strade sono due:

-Il governo non converte le obbligazioni subordinate; ma  in questo caso si farà più massiccio l'intervento pubblico, ferme restando tutte le conseguenze in materia di aiuti di stato  (che tuttavia sono oggetto di trattativa con la Ue);

-Il governo converte le obbligazioni subordinate. 

Ma in quest'ultimo caso, proprio perché con il rimborso degli obbligazionisti azzerati a novembre si è creato un precedente, il governo avrà enormi difficoltà a compiere un atto discriminatorio nei confronti dei risparmiatori, benché il caso di Mps sia differente rispetto alle banche già risolte.
Proprio per superare questa difficoltà, non si può escludere che il governo non faccia rastrellare, a prezzi di mercato, le obbligazioni da qualche istituzione (chissà perché mi giunge subito in mente la Cassa Depositi e Prestiti) in modo che gli obbligazionisti possano vendere e quindi recuperare qualcosa.

Recuperare quanto?

mercoledì 6 luglio 2016

CRISI BANCARIA: PERCHE' I MERCATI STANNO SPINGENDO AFFINCHE' SI GIUNGA AD UNA SOLUZIONE AMPIA E DI SISTEMA?

Mentre attendiamo fiduciosi l'evoluzione delle trattative tra le autorità italiane e la Ue sulla messa in sicurezza delle banche italiane,  proviamo a proporre qualche considerazione aggiuntiva sulla questione.

Osservando la violenza con la quale i mercati stanno colpendo il settore, l'idea che sto maturando è che questi, ormai, ripongano sempre meno fiducia nelle autorità italiane. E magari hanno anche ragione.

Ciò che sta accadendo non ha a che fare solo con le note problematiche delle banche o con il clima di sfiducia che coinvolge tutto il comparto bancario, ma, a mio modesto parere,  con qualcosa di più profondo: la crisi di fiducia verso i regolatori italiani e verso il governo e i suoi esponenti.
Per anni, più o meno tutti, a vario titolo, hanno urlato al mondo intero che le banche italiane erano solide, salvo poi accorgersi che così solide non sono. Vi ometto la noia di leggere in quali e quante occasioni si è verificato quanto appena affermato,ma posso assicurarvi che sono molte e sono anche significative nei contenuti (QUI e QUI potete trovare due semplici assaggi). 

martedì 5 luglio 2016

"INVESTITE SU MONTE PASCHI, E' UN VERO AFFARE", DISSE RENZI

Quello che vedete in seguito è il titolo di un articolo de Il Sole 24 Ore del 22 gennaio scorso, nel quale il Premier invitava i risparmiatori ad investire in Monte Paschi (l'articolo potete trovarlo QUI)


Da quella data, ecco a voi l'andamento del titolo in borsa.


I risparmiatori, da 22 gennaio, hanno perso circa il 60%.

Qualsiasi consulente che si fosse avventurato a suggerire di acquistare MPS come ha fatto Renzi, oggi sarebbe già sospeso o radiato dall'albo. Ma questo non vale per Renzi, che è Presidente del Consiglio.

E che dire di Davide Serra, amico di Renzi e gestore dei fondi Algebris, che prima del referendum in Gran Bretagna invitava ad investire sui titoli bancari?

Risultato? Titoli bancari  schiantati in borsa (e investitori assai incazzati, direi)

Ritornando a Monte Pachi, vale la pena ricordare quanto scritto ieri da Repubblica, che ha riportato il richiamo della BCE a Mps, invitandola a vendere 10 miliardi di sofferenze.

Vendere più cattivi crediti però non è semplice né indolore. Poiché Mps li valuta in bilancio in media il 39% del loro valore nominale, mentre sul mercato un euro di sofferenze si compra in media a 20 centesimi, ripulire per bene i libri potrebbe generare un ammanco di capitale fino a 3 miliardi, il triplo della capitalizzazione di Borsa (siamo a 1,12 miliardi dopo la perdita del 69% da gennaio). Ma per la "cabina di regia" romana che in queste ore cerca di salvare il salvabile, i soci Mps non sono più il problema, benché anche il Tesoro abbia un 4%.
Nel frattempo, mentre sto scrivendo, la capitalizzazione di Mps è scesa a 964 milioni di euro.


domenica 3 luglio 2016

BREXIT: QUANTO SONO DIVENTATI POVERI GLI INGLESI?

Il grafico che vedete in seguito rappresenta la performance dell'indice FTSE100 della borsa di Londra, da inizio anno. Il grafico, ottenuto normalizzando a 100 i valori, è espresso in valuta locale.


Come potete vedere, a seguito del referendum del 23 giugno, l'indice scende circa 5 punti percentuali, salvo poi recuperare nei giorni successivi, fino a superare abbondantemente i livelli di inizio anno (a dire il vero siamo sui massimi di novembre 2015).

sabato 2 luglio 2016

PER CAPIRE QUANTO VALGONO LE PREVISIONI DI CONFINDUSTRIA

La tabella che segue è stata pubblica da Confindustria, a seguito di uno studio che dicono di aver svolto circa gli effetti che si produrrebbero nel caso in cui gli italiani, chiamati a votare il referendum, dovessero bocciare la riforma costituzionale.
Come potete vedere, secondo Confindustria, sarebbe un disastro di proporzioni simili a quello prodotto dal Governo Monti, che la stessa Confindustria sostenne nel 2011, con tanto di titoloni sul suo giornale.
Vi ricordate il FATE PRESTO lanciato da Il Sole 24 Ore? Ecco, appunto.
Insomma, secondo Confindustri  le cavallette avrebbero un gran da fare....

Il grafico che segue, invece, ci dice tutto sulle capacità previsionali di Confinduatria.
Non ne hanno azzeccata una. Nemmeno una. Però si divertono a fare terrorismo, senza nemmeno spiegare quale correlazione potrebbe esistere tra il NO al referendum e la prevista caduta del Pil
Pazienza.

giovedì 30 giugno 2016

BREAKING NEWS: LA COMMISSIONE EUROPEA DICE SI AL SOSTEGNO GOVERNATIVO PER LE BANCHE ITALIANE

Ne avevo parlato qualche giorno fa in questo articolo  e più di un mese fa in questo, e adesso sembra che sia arrivato anche l'ok da Bruxelles. Ovviamente si tratta solo di una notizia e quando si conoscerà qualche dettaglio in più, proveremo a formulare una valutazione complessiva.

La Commissione Europea già da domenica scorsa ha autorizzato l'Italia a utilizzare garanzie del governo per creare un programma di supporto precauzionale per le banche del Paese. Lo ha confermato una portavoce della Commissione, puntualizzando che il piano è stato approvato sotto "le regole straordinarie di crisi per gli aiuti di Stato". Il programma di liquidità include fino a 150 miliardi di garanzie del Governo, ha affermato un funzionario dell'Unione europea.
La portavoce non ha specificato l'ammontare delle garanzie, ma ha confermato che il budget richiesto dal governo italiano è stato giudicato proporzionato. Il ministero dell'Economia non commenta. La portavoce ha poi puntualizzato che solo gli istituti di credito solvibili possono eventualmente usufruire del piano di sostegno che è stato autorizzato fino a fine 2016. "Non c'e' alcuna aspettativa sul fatto che possa sorgere la necessità di utilizzare questo schema", ha comunque aggiunto la fonte. "Questa decisione, cosi' come altre precedenti, dimostra che c'è un numero di soluzioni che possono essere messe in campo nel pieno rispetto delle norme Ue per affrontare le turbolenze del mercato", ha concluso la portavoce.

mercoledì 29 giugno 2016

SALVATAGGI BANCARI, QUALI POSSIBILI SCENARI?

A proposito del salvataggio della banche italiane, leggo molte cose che, a parer mio, almeno allo stato attuale, risultano poco coerenti con la realtà. Certo, da quel poco che si può apprendere, sembrerebbe che la situazione sia molto fluida e quindi, per definizione, potrebbe cambiare da un momento all'altro.

Alcuni commentatori sostengono che le alternative che l'Italia ha a disposizione per mettere in sicurezza il sistema bancario o parte di esso, sono limitate a tre possibili soluzioni:

1) Il ricorso al fondo ESM (quindi commissariamento della Troika);
2) Bail-in delle banche in difficoltà, con annessa tosatura dei risparmiatori;
3) Uscita dall'euro e ritorno alla moneta unica;

Quindi, le ultime indiscrezioni che raccontano che il governo starebbe studiando un piano da 40 miliardi di euro, secondo questi commentatori, sembrerebbero dar credito all'ipotesi numero 1), che potrebbe considerare anche  l'ipotesi 2), ossia gli aiuti del fondo ESM con annesso bail-in. La terza ipotesi, che comunque non riscuote un consenso politico (nemmeno lontanamente) adeguato,  determinerebbe la rottura dell'euro. Quindi, rimangono le prime due soluzioni.

Allo stato attuale, per quello che è dato sapere, credo che lo scenario appena descritto abbia poche possibilità di realizzarsi. Per diversi motivi, che cerco di spiegare.

lunedì 27 giugno 2016

PRONTO L'INTERVENTO STATALE PER LA STABILIZZAZIONE DELLE BANCHE ITALIANE?

Come riporta Il Fatto Quotidiano (ma anche altre fonti di stampa come Bloomberg e Il Sole 24 Ore), pare che stia prendendo  sempre più piede l'ipotesi di un piano "B" per la stabilizzazione del sistema bancario italiano. Si tratterebbe di un intervento di 40 miliardi di euro che prevede l'ingresso dello stato nelle banche in difficoltà.
Dopo la nascita di Atlante, il fondo è intervenuto nell'aumento di capitale di Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, impegnando più della metà dei capitali a disposizione. I mercati finanziari conoscono bene la situazione di un nutrito gruppo di banche e anche i limiti del fondo Atlante. Né può essere considerata l'ipotesi di un fondo Atlante bis finanziato con le risorse di altre banche, in quanto finirebbe per indebolire le banche più solide.
Della necessità di un ingresso dello stato nelle banche italiane, ne avevo già parlato in un post di un mese fa (Leggi: Prima che arrivi una crisi bancaria (seria)). L'idea dell'intervento statale è stata rilanciata anche da Giavazzi con un editoriale pubblicato ieri sul Corriere della Sera e del quale abbiamo dato nota QUI

Da Il Fatto Quotidiano



domenica 26 giugno 2016

BREXIT, ANALISI POST VOTO: QUALI IMPLICAZIONI POSSIBILI?

L'espressione di voto di  giovedì scorso in Gran Bretagna, ha consegnato un esito  decisamente inatteso che pone molti dubbi sul futuro dell'Unione Europea e, conseguentemente,  della moneta unica. Senza la pretesa di  essere esaustivi, scopo del presente lavoro è quello di fare il punto della situazione e proporre qualche riflessione, cercando di valutare le possibili implicazioni del voto.

Il voto in Gran Bretagna



L'affluenza è stata abbastanza elevata (72%) e i risultati referendari, con il 52% degli elettori a favore del "leave" e il 48% a favore del "remain", consegna un Regno Unito decisamente spaccato e le divergenze tra le varie regioni risultano abbastanza significative.
Ad esempio, Scozia ed Irlanda del Nord hanno votato per rimanere (rispettivamente 62-38% e 56-44%). Inghilterra e Galles hanno votato per uscire. In Inghilterra, Londra e le grandi città del nord come Manchester e Leeds hanno votato per rimanere nella Ue. Altrove la decisione di uscire è stata più diffusa del previsto. Il Regno Unito, "lacerato" da sentimenti a favore e contro l'unione, rischia di vivere una nuova stagione di richieste di indipendenza o secessione al proprio interno. Infatti, Il primo ministro scozzese,  Nicola Sturgeon, oltre ad aver annunciato l'avvio dell'iter per un referendum sull'indipendenza dal Regno Unito, ha dichiarato che il suo governo chiederà l’avvio immediato di una discussione con Bruxelles per permettere alla Scozia di restare nell’Unione Europea.  Sulla stessa scia si muove anche il Sinn Fein, il movimento indipendentista del Nord dell'Irlanda, che ha chiesto che si tenga un referendum per l'unificazione dell'Irlanda (Irlanda e Nord Irlanda) dopo la Brexit. Il partito repubblicano ha sottolineato che l'esito del voto ha "conseguenze enormi sulla natura dello Stato britannico".
A seguito del voto, il Primo Ministro David Cameron ha annunciato le dimissioni e 
ha affermato che sarà compito del futuro Primo Ministro attivare la clausola di uscita contenuta nell’articolo 50 del trattato di Lisbona, che avvierà l'iter  formale per l’uscita dell’UK. 

Tutto ciò potrebbe minacciare l'unità del Regno e accentua l'incertezza del quadro politico in Gran Bretagna e nella Ue, con ovvie ricadute sull'economia (ne parlerò a breve).

La reazione dei mercati.

Nei giorni precedenti al referendum (e anche la sera stessa) gli operatori finanziari sembravano considerare una netta vittoria del fronte del "remain". Tant'è che il 23 giugno (data del referendum) le principali piazze hanno chiuso tutte sui massimi di periodo. Addirittura l'indice FTSE 100 della borsa di Londra, si trovava sui massimi dallo scorso novembre e nelle ultime ore di votazione la Sterlina era arrivata a scambiare 1.50 contro dollaro.

La reazione dei mercati all'esito del voto è stata violenta e in alcune piazze finanziarie (Italia, ad esempio) è stata addirittura drammatica. E' tuttavia vero che la caduta degli indici è partita da quotazioni decisamente alte, in quanto, come detto, i mercati stavano già scontando la netta vittoria del "remai".


In Italia, l'indice All Share Banks ha perso oltre il 22%. Si tratta di una caduta che aggrava le fragili condizioni di una parte non trascurabile sistema bancario italiano.


Sempre in Italia, l'indice generale, Il FTSE MIB, ha conosciuto il suo maggior ribasso di sempre.



Sul fronte valutario, la sterlina è scesa bruscamente e si è svalutata nei confronti del dollaro Usa (8%), dello Yen  (11%),dell'euro (6%) e franco svizzero (6.67%), ma anche nei confronti delle altre valute.
Il dollaro e lo yen si sono rafforzati sull'euro rispettivamente del 2.3% e del 6%. Il cambio dell'Euro contro il franco svizzero è passato rapidamente da 1.10 a 1.06, per poi chiudere a 1.0804 e è verosimile che la Banca Centrale svizzera sia intervenuta comprando euro, al fine di evitare un eccessivo rafforzamento del franco svizzero.

Sul fronte obbligazionario, il rendimento del bund a 10 anni su è spinto in territorio negativo fino a -0.15%, per poi chiudere a -0.033%. Il rendimento del decennale Usa è sceso fino a 1.45% (vicino ai minimi dal 2012); mentre quello del decennale Italiano è salito fino a 1.60% per poi chiudere a 1.48%. L'oro si è apprezzato di oltre il 4%, mentre il prezzo del petrolio è sceso del 5%.
Tutto ciò riflette lo shock che si è verificato sui mercati, che ha determinato l'abbandono, da parte degli investitori, delle attività rischiose, favorendo  l'apprezzamento di quelle considerate come rifugi sicuri (oro, dollaro, yen, bund, treasury, franco svizzero ecc.)

E' molto probabile che le tensioni sui mercati continueranno anche nei prossimi giorni, e nel breve periodo molto dipenderà dalle azioni che verranno  intraprese dalle banche centrali, ma anche dalle decisioni politiche che verranno prese in seno alla Ue.


I riflessi sull'economia britannica


I riflessi sull'economia del Regno Unito dipenderanno molto dal quadro di incertezza politica che si è venuto a creare con il voto di giovedì scorso e quindi anche dai tempi e dalle modalità per definire il divorzio dalla Ue che -si spera- possa avvenire in maniera più consensuale possibile.
L'uscita di un paese membro dalla Ue non ha precedenti storici. In passato si è assistito a casi di paesi che, attraverso il referendum, non hanno ratificato la decisione di aderire  alla Comunità europea o alla Ue (come nel caso della Norvegia nel 1972 e 1994 -Fonte Wikipedia); ma mai al caso contrario.
Con la firma del trattato di Lisbona del 2009, le linee guida da osservare in caso di uscita volontaria di uno stato membro, sono codificate nell'articolo 50, secondo il quale il paese dell'UE che decide di recedere, deve notificare tale intenzione al Consiglio europeo, il quale presenta i suoi orientamenti per la conclusione di un accordo volto a definire le modalità del recesso di tale paese.Tale accordo è concluso a nome dell'Unione europea (UE) dal Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata previa approvazione del Parlamento europeo. I trattati cessano di essere applicabili al paese interessato a decorrere dalla data di entrata in vigore dell'accordo di recesso o due anni dopo la notifica del recesso. Il Consiglio può decidere di prolungare tale termine. Qualsiasi Stato uscito dall'Unione può chiedere di aderirvi nuovamente, presentando una nuova procedura di adesione. (fonte)
Quindi, per tutta la durata del negoziato che conduce all'accordo, il paese rimane parte della Ue.

Anche se esistono recenti analisi che tendono a rassicurare sul fatto che l'economia della Gran Bretagna non dovrebbe cadere in recessione, le previsioni  di crescita economica  sono state "severamente" ridimensionate dalle istituzioni più accreditate. 

Sul ridimensionamento delle previsioni di crescita pesano le incertezze derivanti dal quadro politico; le incertezze  in merito ai nuovi accordi che regoleranno i rapporti commerciali (e non solo) tra il Regno Unito e la UE, che presuppongono tempi abbastanza dilatati che non aiutano a ristabilire un clima favorevole nell'immediato; i rischi che potrebbero derivare dai deflussi di capitali da parte degli investitori che potrebbero riconsiderare l'attrattività degli asset britannici; il ridimensionamento degli investimenti come conseguenza dell'incertezza che sovrasta la scena politica e il quadro istituzionale; l'incertezza derivante dalla necessità di regolare i rapporti con oltre 50 stati con i quali la Gran Bretagna intrattiene rapporti commerciali (all'interno della Ue tali rapporti non regolati dai trattati stipulati direttamente dalla Ue).


Esistono studi che indicano che nei prossimi 15 anni, la Gran Bretagna potrebbe perdere tra il 2 e il 10% di Pil come conseguenza della Brexit. Altri autorevoli studi (Roger Bootle 2015), invece, affermano che l'economia britannica potrebbe trovare un rinnovato slancio (fino a 4 punti di Pil nei prossimi 5 anni), grazie alla combinazione di diversi fattori positivi:

-La rapidità nella definizione di divorzio dalla Ue;
-La possibilità di definire accordi commerciali nell'ambito del WTO, abbattendo le tariffe all'importazione;
-La svalutazione della sterlina che renderebbe il paese più competitivo;
-Le economie derivanti dalle risorse oggi versate dalla Gran Bretagna alla Ue, che potrebbero essere destinate a sostenere i settori più colpiti dalla Brexit.

Tuttavia, chi scrive ritiene che l'impatto economico non potrà essere esaustivamente stimato in assenza della definizione di un modello che regoli le relazioni tra la Ue e la Gran Bretagna nel dopo Brexit. Si prenderà in considerazione il modello adottato dalla Svizzera, dalla Norvegia, o dalla Turchia? Non possiamo saperlo, ad oggi, ma nei prossimi mesi si capirà qualcosa in più al riguardo e sarà l'occasione per estendere le nostre considerazioni.

Ue: quali conseguenze nel dopo Brexit

Se sul piano economico la stima delle implicazioni che potrebbero determinarsi nel dopo Brexit appare di difficile comprensione, non altrettanto può dirsi sul piano politico.
In tal senso, il maggior elemento di incertezza è determinato dalle possibili istanze antieuropeiste che potrebbero sorgere in altri stati membri che porterebbero a nuovi referendum che, nel caso dei paesi Ue appartenenti all'Eurozona, per forza di cose, si trasformerebbero in un referendum sull'uscita dall'euro
A seguito dei risultati referendari in Gran Bretagna, in altri paesi si sta accarezzando l'idea di proporre ai rispettivi cittadini dei referendum sulla permanenza nella Ue e, di conseguenza, nell'euro. E' il caso, ad esempio, delle opposizioni in Francia (Fronte National, che ha circa il 30% dei consensi) e Olanda (Pvv, che ha circa il 37% dei consensi). Quindi, il rischio non trascurabile è quello di un effetto contagio per via politica.
In altri paesi, le opposizioni sembrano avere un atteggiamento più cauto nei confronti di sentimenti euroscettici (è il caso della Spagna, dove oggi gli elettori sono chiamati alle urne per le elezioni politiche. Sarà interessante scoprire come il voto in Gran Bretagna potrebbe aver influenzato l'elettorato spagnolo. Lo scopriremo tra poche ore). In altri ancora, invece, il fronte no-euro non sembra avere un numero  così rilevante di consensi.
L'infografica che segue,  tratta da Il Sole 24 Ore, può aiutare a comprendere il consenso di ciascun partito con connotazioni anti-euro



Se da un lato, per  alcuni paesi, esiste la possibile che si arrivi a consultazioni referendarie sulla permanenza dell'euro, in altri, tale possibilità è del tutto preclusa per via della dipendenza dai mercati finanziari (è il caso dell'Italia e i motivi li ho spiegati QUI) che non consentirebbero di percorrere una strada del genere, per l'abbandono della moneta unica.

A seguito del Brexit e alla luce della possibilità che altri paesi propongano referendum sulla permanenze nella Ue e nell'euro, il rischio è che si rinnovino i timori per una possibile dissoluzione (anche organizzata) dell'euro, che porterebbe i mercati a prezzare tale evento.

Di conseguenza i mercati potrebbero mettere sotto pressione non solo le attività rischiose, ma anche i titoli sovrani dei paesi mediterranei. Per il momento, qualora dovesse verificarsi uno scenario del genere, le conseguenze  sarebbero attenuate (arginate) dalla politica monetaria espansiva della Banca Centrale europea, che tuttavia non sarà eterna. Giova inoltre ricordare che il mandato di Mario Draghi alla Bce scadrà nel 2019. Al momento, è opinione di chi sta scrivendo che alla Bce andrà un tedesco, e potrebbe essere Jens Weidmann, presidente della Bundesbank. Di rencente, in post precedente ho parlato delle accresciute tensioni tra la Germania e la Bce, dovute alla politica dei tassi negativi che si riflette negativamente sugli interessi tedeschi.  Dubito profondamente che con un tedesco alla guida della Bce, la politica monetaria possa essere altrettanto espansiva e -se vogliamo- misericordiosa con i paesi che hanno comunque bisogno di manovre espansive, peraltro differenti dai paesi del nord (cosa impossibile in una unione monetaria).

Alla luce di quanto appena detto e dei risultati referendari in Gran Bretagna è possibile che la politica europea trovi lo spunto per uno scatto di orgoglio e che quindi proceda verso una maggiore integrazione, che, tuttavia,  a mio avviso appare assai improbabile. A tal proposito vale la pena riproporre le parole di Schauble di qualche giorno fa che, commentando il possibile esito elettorale, ha affermato:
«Non possiamo semplicemente spingere per più integrazione come risposta a una Brexit. Sarebbe una goffaggine e molti si chiederebbero giustamente se noi politici continuiamo a non capire»
La realtà è che  quanto sta accadendo rischia di alimentare  le forze centrifughe che incidono sulla tenuta dell'unione monetaria per come la conosciamo oggi. Un'unione monetaria che sta imbarcando acqua da più parti, proprio perché orfana dei presupposti economici e politici indispensabili per il suo corretto funzionamento e quindi per la sua sostenibilità.

I possibili riflessi sui mercati

Di ciò che è accaduto nelle ore immediatamente successive ai risultati referendari ne abbiamo già parlato in precedenza. Cerchiamo ora di capire cosa potrebbe accadere nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, tenendo in debita considerazione che non si sta parlando di previsioni, ma si sta proponendo semplicemente delle riflessioni.

Lo shock è stato decisamente importante, sopratutto per alcune piazze finanziarie e, in particolare, per alcuni settori, come quello bancario.
Per tramite il  suo Presidente, Jaime Caruana, la Banca dei Regolamenti Internazionali ha fatto sapere che le banche centrali "stanno seguendo l'evoluzione della situazione e sono pronte ad adottare le misure necessarie per garantire l’ordinato funzionamento dei mercati".
Quindi è probabile che nei prossimi giorni, se dovessero continuare le correzioni in modo violento, le banche centrali potrebbero intervenire iniettando liquidità.

E verosimile attendersi che gli investitori, alla ricerca di porti sicuri, potrebbero continuare a preferire gli asset meno rischiosi favorendo l'apprezzamento di quelle attività tipicamente considerate safe havens, come il dollaro, oro, yen e vendendo anche i titoli sovrani dei paesi periferici. Ma come abbiamo detto, questi, al momento, godono della protezione da parte della Bce. Tuttavia, lo scenario delineato a seguito della Brexit e l'apprezzamento del dollaro (che ha riflessi sui paesi emergenti e sulla Cina), potrebbe indurre la Federal Reserve ad abbandonare l'idea di un prossimo aumento dei tassi, in modo venga ridotta la possibilità di un irrigidimento delle condizioni finanziarie e un ulteriore apprezzamento del dollaro , che altrimenti rinnoverebbe le preoccupazioni per la Cina, lo Yuan e anche per i paesi emergenti, le quali difficoltà potrebbero essere accentuate anche dal ridimensionamento del prezzo del petrolio.   

Non si può escludere un allentamento monetario da parte del Giappone, come conseguenza del rafforzamento dello yen e della caduta degli indici azionari; mentre appare probabile l'inizio un nuovo ciclo di politica monetaria espansiva anche da parte della Bank ok England, al fine di contrastare gli effetti del Brexit. Inoltre, qualora necessario, la Bce potrebbe temporaneamente aumentare il ritmo di acquisto dei titoli. Se dovesse verificarsi tutto questo, i tassi scenderanno ancor più marcatamente in territorio negativo, mentre è verosimile che i prezzi dei titoli di stato periferici e dell'obbligazionario corporate scendano, soprattutto quello legato al comparto bancario, riflettendo la debolezza del settore.

Per quanto riguarda il medio termine, le evoluzioni dei mercati dipenderanno anche dalla risposta politica all'evento Brexit e dalle decisioni che verranno intraprese nelle prossime settimane e nei prossimi mesi. Poiché il quadro di incertezza non verrà superato nell'immediato, ritengo che le dichiarazioni che verranno fatte dalla leadership politica, assumeranno un ruolo fondamentale nel tracciare il cammino da seguire.
E' evidente che uno stop all'integrazione verrebbe letto dai mercati come un passo verso la dissoluzione dell'euro e questo verrebbe subito prezzato dai mercati.

SE GIAVAZZI LEGGE "VINCITORI E VINTI"

Vi ricordate Giavazzi, quello dell'austerità espansiva? Pare abbia iniziato a leggere questo blog. Ovviamente sto scherzando, ma con un editoriale pubblicato sul Corriere della Sera, sembra che sia giunto alle medesime conclusioni alle quali giunsi io tempo addietro.

Ciò che ho scrissi io, potete trovarlo QUI (PRIMA CHE ARRIVI UNA CRISI BANCARIA -SERIA) e vi invito caldamente a leggerlo. Vi invito anche a leggere CRISI BANCARIE, QUALI SCENARI E QUALI POSSIBILI SOLUZIONI? 

Ciò che scrive Giavazzi potete leggerlo di seguito:

venerdì 24 giugno 2016

FACCIAMO COME LA GRAN BRETAGNA, DISSE L'ITALOPITECO


Alla luce del risultato del referendum in Gran Bretagna (per l'analisi del qual quale, considerando le profonde implicazioni, mi riservo qualche ora di ulteriore ragionamento prima di produrre un post più articolato), non poteva mancare l'Italopiteco che chiama il referendum anche in Italia.

Semplicemente impossibile. Scordatevelo. Pensatene un'altra.
Ieri, proprio mentre si votava in Gran Bretagna, l'indice FTSE 100 della borsa di Londra era sui massimi da novembre, come se nulla fosse, salvo poi precipitare oggi alle luce del risultato.

In Italia, questa calma (apparente)  sarebbe impossibile, per il semplice motivo che il nostro paese non è la Gran Bretagna e non ha la sterlina, ma l'euro, ossia la moneta contro la quale il referendum verrebbe indetto.
Se venisse indetto un analogo referendum in italia (è evidente che il referendum sarebbe contro l'euro), già fin dalla decisione della data (cioè molti mesi prima), i mercati venderebbero debito italiano (e non solo) facendo schizzare lo spread e il costo del debito.
Come già scritto più volte  in questo sito, nessun investitore sano di mente si sognerebbe mai di investire nel debito di un pese che, dalla sera alla mattina, potrebbe essere ridenominato in una valuta che incorporerebbe un valore inferiore rispetto a quello della valuta originaria. 

giovedì 23 giugno 2016

BREXIT: LA FINANZA HA GIA' VOTATO

La finanza ha già votato per il "remai". E' quanto sembra emergere dall'andamento di alcuni indicatori.

La sterlina, contro dollaro,  è sui massimi da inizio anno.



La borsa  di Londra (FTSE 100) è sui massimi da novembre 2015.

martedì 21 giugno 2016

LA PERFORMANCE DI ALCUNI INDICI AZIONARI DAL 2008

Il grafico che vedete in seguito, esprime la performance, in valuta locale, di alcuni indici Morgan Stanley Capital International dall'1 gennaio 2008

Italia -37,21%

lunedì 20 giugno 2016

INTERVISTA: BREXIT, BOLLE DELLE OBBLIGAZIONI E PROSPETTIVE PER L'ITALIA

Vi segnalo l'intervista che segue pubblicata su ForexInfo.it, che ringrazio per l'ospitalità e per lo spazio concesso alle mie opinioni.

Buona lettura


Il referendum sulla Brexit, la possibile «bolla» dei titoli di Stato e dei mercati innescata dalle politiche delle Banche Centrali, la trappola dei tassi zero per le banche europee e il terreno perso dall’Italia negli anni di crisi che forse non recupereremo mai: questi i temi toccati nell’intervista a Paolo Cardenà, autore del del blog Vincitori e Vinti.

Siamo a pochi giorni dal referendum sulla Brexit e i risultati sembrano incerti. Al di là della propaganda pre-elettorale, cosa potrebbe succedere in concreto se l’UK uscisse dalla UE?


Il referendum del prossimo 23 giugno è diretta conseguenza di una promessa elettorale fatta dal primo ministro Cameron nel gennaio del 2013: se il partito conservatore da lui guidato avesse ottenuto la maggioranza alle elezioni di maggio 2015, avrebbe indetto un referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’UE, dopo avere rinegoziato con quest’ultima alcuni aspetti che ne disciplinano l’appartenenza. 
Il nuovo accordo tra il Regno Unito e l’UE è stato firmato a febbraio di quest’anno e viene ora implicitamente sottoposto agli elettori tramite il referendum. Con il nuovo accordo l’UE ha rinunciato al principio di “unione sempre più stretta tra i suoi membri”, mentre il Regno Unito ha visto riconosciuto il principio di non discriminazione tra paesi membri e non-membri dell’eurozona e soprattutto di non voler aspirare ad una maggiore integrazione politica.
Anche se l’attentato della scorsa settimana, nel quale ha perso la vita la deputata laburista Jo Cox, ha inciso sull’emotività dell’elettorato, a pochi giorni dal voto l’incertezza rimane elevata: i sondaggi sembrano suggerire un persistente testa a testa tra coloro che sono a favore della permanenza e coloro che sono contrari, anche se, nelle ultime ore, la forza dei mercati sembra suggerire che il «remain» dovrebbe avere la meglio.
Secondo studi dei principali organismi internazionali, in caso di Brexit il Regno Unito subirebbe dei significativi riflessi in termini economici, che potrebbero arrivare anche ad una perdita di 5-10 punti di PIL nel giro di 10/15 anni. Tuttavia, l’impatto del Brexit sull’economia del Regno Unito dipenderà in larga parte dal perimetro entro il quale si esprimeranno nuovi accordi che regoleranno i rapporti con l’UE, per la definizione dei quali occorreranno diversi anni. È evidente che è interesse reciproco favorire la nascita di accordi tali da non danneggiare (o portare maggiori benefici) e tutte e due le parti.
Quindi gli effetti, almeno sul piano dei rapporti tra Gran Bretagna e Ue, non saranno immediati. Tuttavia, nei giorno scorsi il Ministro delle finanze tedesche,Schauble, ha ammonito che se vincerà il fronte del “leave”, la Gran Bretagna non potrà aspirare ad ottenere degli accordi basati sul modello di quelli in essere con la Norvegia o la Svizzera. 
Ma al netto del fatto che non comprendo in che modo Schauble potrebbe impedire ad un cittadino della Ue di consumare un bene o un servizio prodotto in Gran Bretagna, senza ledere gli interessi della stessa Ue (e dei cittadini ivi residenti).
In caso di Brexit il maggior riflesso si avrà sul piano politico, proprio perché potrebbe dare impulso ad istanze antieuropeiste in altri paesi della UE, peraltro in un momento in cui la Ue, anche per effetto della crisi e delle fallimentari politiche intraprese per fronteggiarla, è orfana di una governance credibile e apprezzata dall’opinione pubblica. 
Quindi, l’evento Brexit potrebbe portare a nuovi referendum sull’appartenenza all’Unione o sull’uscita dall’euro, magari proprio in quei paesi che più di altri hanno patito gli effetti della crisi.
Nei giorni scorsi, a seguito dell’attentato in cui ha perso la vita la giovane deputata laburista, mi è capitato di leggere analisi nelle quali si affermava che lacausa Brexit è stata sconfitta, facendo riferimento al fatto che l’attentato avrebbe inciso sull’espressione di voto. 
Non mi sento di condividere questa interpretazione, per il semplice motivo che, a prescindere dal risultato del prossimo 23 giugno, il Brexit (e quindi la possibilità di votare a favore o meno dall’uscita dalla Ue o dalla moneta unica) costituisce unprecedente politico estremamente significativo, che quindi potrebbe essere replicato in altri Paesi. 
Insomma, il Brexit potrebbe costituire il germe di una futura manifestazione di volontà popolare in altri paesi dell’unione. Il messaggio è: si può fare. CONTINUA SU FOREXINFO.IT